I Miami Heat stanno vivendo il momento più delicato della loro storia recente: con la sconfitta subita Giovedì notte contro i Minnesota Timberwolves e la vittoria dei Brooklin Nets nella stracittadina contro i New York Knicks di questa notte, la franchigia gestita da Pat Riley è momentaneamente uscita dalle posizioni che garantiscono l’accesso ai Playoffs. Nell’appuntamento di oggi con #123Ragioni tenteremo di individuare 3 motivi per cui gli Heat non risultano essere più competitivi come un tempo:
1 – Attacco poco incisivo
L’attacco di Miami è forse il problema che più di tutti preoccupa i tifosi, al momento. Se ci limitassimo ad analizzare le percentuali realizzative del team, non ci sarebbe nulla da ridire perché con un buon 45.5%, gli Heat realizzano molto più di diverse franchigie della lega. I dati che preoccupano maggiormente sono altri però: i 75.1 tiri presi a partita e i 34.2 tiri messi a referto di media (solo i 76ers fanno peggio) fanno sì che la franchigia della Florida riesca a segnare solamente la miseria di 92.4 punti (29esimi nella lega). Numeri non all’altezza di una franchigia che per 4 anni di fila è stata protagonista delle Finals.
Numeri che sono frutto di un vecchio problema che affliggeva il team già nelle precedenti stagioni: la scarsa incisività del giro-palla, unita ad un attacco troppo statico. Mario Chalmers si è dimostrato ancora una volta una buona PG se consideriamo gli scarichi che prende o gli attacchi in transizione, ma non è un playmaker. Norris Cole è risaputo, ha le valigie in mano, mentre il rookie Napier non sembra essere ancora pronto per far parte del quintetto titolare. Al di fuori del solo Wade, non esiste nessuno capace di apportare la benché minima ombra di gioco ai Miami Heat. Nonostante il team effettui un gran numero di passaggi, la media di quelli vincenti è fortemente ridotta, con solo 19.9 assist per partita (meglio solo rispetto ai Kings). L’attacco quindi risulta essere poco aggressivo, con passaggi spesso effettuati sul perimetro che non smuovono la difesa avversaria. Il gioco offensivo ne risente parecchio quindi, con tiri spesso presi spesso senza un gran ritmo e il talento di Bosh e Wade a mettere pezze qua e là.
2 – L’assenza di LeBron James
Che l’addio del migliore giocatore della lega e del mondo fosse una grave perdita, ne eravamo tutti consapevoli. Non tutti, però, si sarebbero potuti aspettare che l’assenza di LeBron James pesasse così tanto sul bilancio del gioco del team: Sia in difesa che il attacco, attualmente si nota come l’assenza dell’ex numero 6 di Miami si sente tantissimo. Manca infatti colui che in diverse situazioni, con il suo talento e le sue giocate d’alta scuola, riusciva spesso a mettere una grossa pezza sulle lacune che in diverse partite gli Heat mettevano in mostra. LeBron James era l’uomo che, nell’ultimo quadriennio, 8 volte su 10 iniziava, sviluppava e completava le azioni dei Miami Heat e, se non era lui a portarle a compimento, potevi stare certo che c’era comunque il suo zampino dietro. LeBron era il tutto-fare degli Heat com’era giusto che fosse; il problema sta nella troppa dipendenza dal suo gioco che si è venuta a creare, una mancanza di autonomia dalla sua figura che ha provocato un piattume nel gioco di Miami, che ad oggi comporta i problemi già citati. L’assenza di un uomo da 26.1 punti, 5.4 rimbalzi e 7.4 assist si sente parecchio e né Riley sul mercato, né Spoelstra nel gioco, sono riusciti a colmare questo vuoto nel migliore dei modi.
3 – Difesa da rivedere
Il sistema difensivo dei Miami Heat targati Big-Three era un muro quasi invalicabile. Gli avversari sapevano che, qualora non avessero perso palla, avrebbero dovuto vedersela contro una difesa che contestava con efficacia ogni situazione. Ad oggi tutto ciò sembra un lontano ricordo. Sia chiaro, gli Heat applicano sempre il tradizionale pressing sui pick and roll cercando di raddoppiare le marcature il più delle volte. Tale aggressività, però, viene spesso annullata dal giro-palla avversario che permette all’attacco di trovare con buona frequenza punti nel pitturato (59.8% vicino al ferro), nonostante il team abbia scoperto in Hassan Whiteside un buon rim protector.
Tale mancanza provoca perciò una scarsa difesa sul perimetro. Quando l’attacco va per vie centrali, la difesa degli Heat tende a schiacciarsi verso l’interno del campo per evitare di concedere spazio agli avversari, lasciando però la possibilità di riuscire a trovare lo scarico che porti ad un tiro da 3 punti non contestato. Altro nervo scoperto è la questione rimbalzi. Nonostante l’apporto in estate di diversi lunghi che avrebbero dovuto limitare i danni sotto questo aspetto, nulla pare essere migliorato: gli Heat continuano a denotare grossi limiti nella lotta al rimbalzo. Un problema riscontrato da diverse stagioni, che li pone ultimi in classifica per rimbalzi a partita (37.8). La tendenza di Miami è sempre stata chiara: non c’è la volontà di andare a contestare troppo i rimbalzi in attacco, sia per scelta che per caratteristiche tecniche. Ciò che preoccupa però, è come l’attacco riesca spesso ad avere la meglio sui rimbalzi difensivi degli Heat, una situazione che provoca spesso second chances di tiro per gli avversari.
Gli Heat stanno vivendo un momento di transizione tra l’era dei Big Three e il nuovo ciclo che verrà. Detto ciò, non è possibile immaginare una franchigia che negli ultimi 4 anni ha dominato la lega che possa essere così in difficoltà nel giro di pochi mesi. I problemi degli Heat sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, ora spetta ai al team smentire le critiche ricevute. In particolare può e deve essere l’occasione per Spoelstra di dimostrare di essere un coach che sa adattare il suo gioco al roster a disposizione, cercando di apportare modifiche al sistema di gioco con l’intento di risolvere o quantomeno limitare i problemi che gli Heat stanno evidenziando in questa stagione, nella speranza poi di centrare un posto ai prossimi Playoffs.
Per Nba Passion,
Mario Tomaino




