Tra le possibili soluzioni proposte, anche sui social, per frenare la deriva intrapresa dall’All-Star Game, quella che sembra andare per la maggiore è: “facciamo USA vs Resto del mondo“.
Un’idea che meriterebbe qualche considerazione sparsa.
Questo formato è stato utilizzato in 6 edizioni del Rising Stars Challenge, dal 2015 al 2020. Il risultato? Dei ragazzini appena usciti da scuola che saltellano sghignazzando per il campo, senza il minimo interesse per la provenienza geografica di compagni e avversari. Roba che gli ultimi All-Star Game, in confronto, sembravano Gara-7 delle Finals. (Per la cronaca, il record è in parità 3-3 nelle 6 partite giocate)
Chiunque accenda la TV o compri i biglietti per assistere a un All-Star Game, lo fa per vedere in campo i migliori giocatori del mondo. Tra questi, oggi, rientrano molti statunitensi (Tyrese Haliburton, Anthony Edwards e De’Aaron Fox, per citare solo gli ultimi arrivati). Proporre i vari Bogdan Bogdanovic, Evan Fournier o Jusuf Nurkic solo perché sono nati a Spalato o a Nantes piuttosto che ad Atlanta o Charlotte (citando località assolutamente a caso) sarebbe tanto ingiusto per i giocatori (e per i loro portafogli, visto gli incentivi nei loro contratti) quanto indigesto per chi guarda, il quale preferirebbe vedere Ja Morant schiacciare in 360 in campo aperto, piuttosto che un argentino, un francese o un macedone che tentano di rivendicare la supremazia cestistica sui colleghi miliardari americani.
Probabilmente un concetto del genere verrebbe accolto con entusiasmo (ne siamo poi così certi?) da giocatori come Giannis Antetokounmpo, Jayson Tatum o Donovan Mitchell, che hanno sempre onorato l’All-Star Game a prescindere dal formato, ma di una cosa possiamo stare certi: gli alfieri del basket ‘nostrano’, ovvero Nikola Jokic e Luka Doncic per spendere due nomi altrettanto importanti, continuerebbero a scansarsi e a sbadigliare, aspettando di riprendere l’aereo per ricominciare con la regular season.

