Donald Trump, ex presidente USA e candidato per i Repubblicani alle Elezioni Presidenziali 2024 stava affrontando l’ultimo palco prima dell’apertura della convention repubblicana a Butler, in Pennsylvania.
Stava parlando di immigrazione, quando i colpi hanno iniziato a rimbombare tra la folla. Poi la mano destra sul collo e il sangue, visibile sul volto.
Il tycoon si è accasciato a terra, mentre la sua scorta si è precipitata sul palco tra la folla urlante. Una volta sotto la protezione di un cordone di agenti, Trump si è rialzato e ha alzato il pugno verso la folla.
Immagine, questa, probabilmente destinata ad entrare nella storia degli Stati Uniti.
Persino il figlio maggiore del tycoon, Donald Trump Jr., ha condiviso il tutto sui social, mostrando il padre con il pugno alzato e la faccia insanguinata davanti a una bandiera statunitense: “Non smetterà mai di combattere per salvare l’America”, ha scritto.
“Questo è un messaggio da Donald Trump. Non mi arrenderò mai!”, gli ha fatto eco il padre.
Trump è stato ferito, nello specifico, all’orecchio destro.
“Ho capito subito che qualcosa non andava. Ho sentito un sibilo, degli spari e poi il proiettile che mi squarciava la pelle” ha scritto il diretto interessato in un post su Truth Social. “Si è verificata una forte emorragia, e poi ho capito meglio cosa stava succedendo. È incredibile che un simile atto possa verificarsi nel nostro Paese”.
Ora il tycoon è già nel New Jersey, è stato ripreso in un video mentre scende le scalette del suo aereo. Nella sparatoria è rimasta però uccisa una persona, mentre due sono state gravemente ferite. Sono tutti adulti e maschi.
Trump ha infatti espresso le condoglianze alla famiglia della persona uccisa nel suo post.
Quasi 200 mila dollari sono stati raccolti online come donazione per le vittime dell’attentato. La pagina GoFundMe è stata messa in piedi da Meredith O’Rourke, direttrice finanziaria della campagna dell’ex presidente.
“Donald Trump ha autorizzato questo conto per donazioni ai sostenitori feriti o uccisi, oltre che alle loro famiglie nel brutale e orribile tentativo di omicidio di oggi” si legge nella descrizione della pagina. “Tutte le donazioni saranno dirette a questi orgogliosi americani che soffrono. Possa Dio benedire e unire la nostra nazione”.
L’ex presidente ha poi aggiunto di non sapere nulla riguardo all’attentatore.
Thomas Matthew Crooks, un 20enne di Bethel Park, non aveva precedenti penali in Pennsylvania. Stando a quanto dichiarato dalla polizia, non è scontato che si trattasse di un “lupo solitario”.
Il ragazzo, secondo l’Fbi, era inserito nel registro degli elettori repubblicani, anche se la sua unica donazione politica conosciuta (pari a 15 dollari, nel 2021) era stata destinata ad un gruppo che sostiene i candidati democratici.
Ora è corso la perquisizione della sua abitazione, iniziata dopo che il ragazzo è stato ucciso. La posizione del corpo del giovane corrisponderebbe infatti alla provenienza dei colpi.
Appostato sul tetto di un piccolo edificio, a circa 400 metri a Nord del palco da cui stava parlando Trump, avrebbe sparato. Le forze dell’ordine hanno recuperato l’arma usata. Si tratta di un fucile Ar-15, uno di quelli più usati nelle sparatorie di massa.
Al momento dei colpi, il ragazzo è stato fotografato. Le immagini lo mostrano in posizione di tiro, con indosso una t-shirt di uno dei canali YouTube più popolari dedicati alle armi da fuoco, Demolition Ranch.
Un testimone, un sostenitore di Donald Trump, ha raccontato alla BBC di aver segnalato immediatamente ai Servizi segreti la presenza del ragazzo. Ma, ha aggiunto, nessuno sarebbe intervenuto.
“Ci siamo accorti di un tipo che stava strisciando su un tetto, armato di fucile, a una cinquantina di metri da noi” ha raccontato. “Abbiamo guardato con attenzione e si vedeva chiaramente il fucile. La polizia era tutta attorno e abbiamo detto che c’era uno armato, ma loro non hanno fatto nulla. Hanno guardato me, mentre io continuavo a dire di guardare sul tetto. Ho pensato, perché Trump continua a parlare? Perché non lo hanno portato via dal palco? Ho continuato a fissare quel tipo sul tetto, l’ho fatto per due o tre minuti, mentre i Servizi segreti guardavano noi. E poi, ad un certo punto, si sono sentiti i colpi”.
Un po’ sospetto, diciamoci la verità.
L’Fbi ha dichiarato che non era a conoscenza di minacce alla vita di Trump. Tra l’altro, la scorta era stata recentemente rafforzata proprio in vista della campagna elettorale. Lo ha detto l’agente speciale Kevin Rojek, a capo dell’indagine, nella conferenza stampa che si è tenuta subito dopo l’attentato.
L’ex presidente ha ringraziato il Secret Service.
“Voglio ringraziare i Servizi segreti degli Stati Uniti e tutte le forze dell’ordine, per la loro rapida risposta alla sparatoria appena avvenuta a Butler” ha scritto. Gli ha poi fatto eco il portavoce Steven Cheung con una nota: “Donald Trump ringrazia le forze dell’ordine e i primi soccorritori, per la rapida azione durante questo atto atroce”.
E allora cos’è che non torna? Beh, è semplice. Alla conferenza, nessun esponente del Secret Service sembra aver notato Crooks appostato lì vicino, col fucile.
Stephen Moore, consigliere senior della campagna di Donald Trump, al programma Weekend della BBC, ha espresso i suoi dubbi sulla preparazione del Security Service, che è la principale forma di protezione per i presidenti degli Stati Uniti.
“Dal video sembrava che Trump fosse stato solo sfiorato dal proiettile, ma ciò che spaventa tutti noi è che se il proiettile fosse arrivato un po’ più in là rispetto alla sua testa, si sarebbe trattato di un assassinio. Di sicuro Trump ha bisogno di maggiore protezione. Ora ci si chiede se il Secret Service fosse completamente preparato” ha detto.
La commissione di Controllo della Camera americana ha quindi convocato il capo del Secret Service, Kimberly Cheatle, a testimoniare il 22 luglio. “Gli americani chiedono risposte sull’attentato al presidente Trump” ha scritto la commissione su X.
Un episodio di terrore, pieno di controversie. Un episodio, questo, decisamente destinato alla nascita di nuove polemiche, in vista di una campagna elettorale già abbastanza accesa.
Attentato a Donald Trump, le reazioni immediate del mondo politico
Intanto, essendo stato informato dell’attentato, il Presidente Joe Biden ha avuto modo di parlare con Trump e si è accertato delle sue condizioni. Tutti gli spot della campagna elettorale democratica sono stati sospesi. Tramite una dichiarazione ufficiale, ha poi condannato la violenza del gesto. “Non c’è posto per questo tipo di violenza in America. Dobbiamo unirci come un’unica Nazione per condannarlo” ha scritto. “Jill e io siamo riconoscenti ai Servizi segreti per averlo portato in salvo”.
Dello stesso avviso anche il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, di area democratica. “La violenza rivolta contro qualsiasi partito o leader politico è assolutamente inaccettabile. Non ha posto in Pennsylvania o negli Stati Uniti” ha commentato.
“Questa sera ha avuto luogo quello che chiamiamo tentato di omicidio, contro il nostro ex presidente Donald Trump” ha invece detto Rojek. “La scena del crimine è ancora attiva” ha aggiunto, spiegando che gli investigatori non hanno ancora concluso gli accertamenti nella zona della sparatoria.
Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, si è detto scioccato riguardo all’attentato, sottolineando che gli alleati sono tali proprio perché puntano a difendere la libertà e i valori. “Sono scioccato dall’attentato al Presidente Trump. Gli auguro una pronta guarigione” ha scritto su X. “Condanno l’attacco. La violenza politica non ha posto nelle nostre democrazie. Gli alleati della Nato sono uniti per difendere la nostra libertà e i nostri valori”.
Anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha condannato l’attentato. “Il segretario generale condanna inequivocabilmente questo atto di violenza politica e invia i suoi migliori auguri per una pronta guarigione” ha riferito con una nota ufficiale il portavoce Stephan Dujarric.
“Sono profondamente scioccata dalla sparatoria avvenuta durante il comizio elettorale. Auguro a Donald Trump una pronta guarigione e porgo le mie condoglianze alla famiglia della vittima innocente. La violenza politica non ha posto in una democrazia” ha scritto su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
“L’attentato contro Donald Trump è motivo di grave allarme e forte indignazione” ha invece affermato il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. “La violenza, che da qualche tempo ha ripreso a manifestarsi in ambito politico, è uno sconcertante sintomo di deterioramento del tessuto civile e del pericoloso rifiuto del confronto, del dialogo, del rispetto della vita democratica. Auguro a Donald Trump e agli altri feriti un pronto ristabilimento ed esprimo cordoglio per il cittadino rimasto vittima di questo intollerabile gesto di odio e di attacco alla libertà. Gli Stati Uniti, grande democrazia, risponderanno certamente con efficacia e vigore a ogni concezione di violenza”.
“Seguo con apprensione gli aggiornamenti dalla Pennsylvania, dove Donald Trump è stato colpito. A lui la mia solidarietà e i miei auguri di pronta guarigione, con l’auspicio che i prossimi mesi di campagna elettorale possano veder prevalere il dialogo e la responsabilità rispetto ad odio e violenza”: così la premier italiana Giorgia Meloni ha commentato la notizia.
Come afferma il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in un post su X: “Ribadisco, anche oggi, la nostra profonda vicinanza agli Stati Uniti e condanno la violenza che non può avere spazio nel dibattito democratico. Seguo gli sviluppi in contatto con l’Ambasciata italiana negli Stati Uniti. Auguro a Donald Trump una pronta guarigione”.
Come loro, tutti i principali leader del mondo hanno espresso la loro condanna riguardo all’attacco.
“I miei pensieri vanno al presidente Donald Trump, vittima di un tentato omicidio” scrive su X il presidente francese Emmanuel Macron. “Gli invio i miei auguri di pronta guarigione. Uno spettatore è morto, diversi sono rimasti feriti. È una tragedia per le nostre democrazie. La Francia condivide lo choc e l’indignazione del popolo americano”.
“L’attentato a Trump è un crimine odioso, che mostra quanto siano serie le sfide globali alla democrazia” ha invece sentenziato Volodymyr Zelensky. “La violenza non deve prevalere in ogni forma e in ogni luogo. Sono fiducioso che l’America sappia rialzarsi dopo questa prova. Auguro a Trump una pronta guarigione”.
Le reazioni del mondo dello sport
Ad alcune ore dall’incidente, alcune delle più grandi star dello sport hanno reagito e condannato l’atto.
La NBA non è mai stata dalla parte di Donald Trump, ma la notizia dell’attentato subito ha provocato le reazioni social anche del mondo della pallacanestro nello specifico.
Pur essendo Repubblicano, l’attuale proprietario dei Dallas Mavericks, Mark Cuban, in passato non è mai stato tenero con Trump. In questa occasione, però, anche lui ha confessato che spera tutto si risolva per il meglio e ha ringraziato i Servizi segreti.
Patrick Beverley ha postato le sue preghiere per gli Stati Uniti, mentre Kevin Huerter si è chiesto cosa cavolo stesse succedendo. Stesso pensiero anche per Jordan Clarkson.
Il giocatore NBA che si è esposto maggiormente è stato però Jonathan Isaac, che si è detto contento che Trump sia sopravvissuto.
“Ma come si può pensare che sia stata tutta una messinscena?” si è poi chiesto Terrence Ross. “Cosa sta succedendo agli Stati Uniti d’America? La politica ha diviso il popolo. Ne abbiamo abbastanza”.
Enes Kanter Freedom, da sempre sostenitore di Trump, ha invece preferito semplicemente ringraziare Dio per aver salvato la vita del candidato presidente.
Ma quello che si è esposto di più è stato decisamente lui. Steve Kerr.
L’attuale capo allenatore del Team USA, che da tempo non sopporta Trump, ha voluto offrire il suo pensiero in diretta da Abu Dhabi.
“Un altro esempio non solo di divisione politica ma anche di cultura delle armi. Un ventenne che cerca di sparare all’ex presidente. È difficile elaborare tutto questo, ed è spaventoso pensare a dove si andrà a finire a causa dei problemi che già esistono nel Paese” ha detto. “Due uomini sono morti. È stato un giorno molto demoralizzante per il nostro Paese”.
Kerr è da sempre un forte oppositore dell’attuale politica delle armi negli Stati Uniti, oltre che un forte sostenitore della limitazione della disponibilità di armi per i privati cittadini. Già nel 2018, aveva dichiarato: “Ci devono essere leggi che tutelino i minorenni e che evitino dispersioni di sangue. Come l’utilizzo del protocollo per ottenere un auto da sedicenne, deve funzionare allo stesso modo il procedimento per l’utilizzo delle armi. Solo così le scuole saranno al sicuro, massimizzando al meglio la sensibilizzazione e il controllo di cose molto importanti”.
Una storia di sangue: i presidenti che sono stati assassinati
Dei 46 uomini che hanno ricoperto la carica di presidente degli Stati Uniti, il 29% è stato oggetto di tentati omicidi, se non omicidi veri e propri.
Da Lincoln a Kennedy, un presidente su tre ha subito attentati.
Il tentativo di uccidere Donald Trump durante il comizio a Butler è solo l’ultimo di una lunga serie di assalti ai danni di presidenti o aspiranti tali.
Abraham Lincoln è stato il primo Presidente ad essere ucciso, il 14 aprile 1865. Lincoln è considerato uno dei leader statunitensi più amati, la cui legittimità continua a ispirare un sacco leader mondiali. Contribuì a porre fine alla schiavitù negli Stati Uniti, non a caso il proclama di emancipazione emanato l’1 gennaio 1863 aprì la strada alla libertà degli afroamericani. Ma morì raggiunto da un colpo di pistola mentre assisteva allo spettacolo Our American Cousin al Ford’s Theatre di Washington. L’omicidio, per mano del simpatizzante confederato John Wilkes Booth, avvenne in un momento cruciale della storia americana: cinque giorni prima le truppe del generale confederato Robert E. Lee si arresero agli unionisti di Ulysses S. Grant ad Appomattox, e Booth era deluso dall’esito di quella guerra.
Il 2 luglio 1881, a Washington, James Garfield fu invece ferito gravemente da Charles Guiteau, con due colpi di una .442 Webley. Guiteau era un avvocato, che pretendeva di essere nominato console degli Stati Uniti a Parigi. Si rivolse alla politica dopo aver fallito in diversi ambiti, tra cui la teologia, una pratica legale, la riscossione crediti e un periodo nella comunità utopica di Oneida. Trascorse varie settimane a pedinare Garfield, gli inviò una missiva, dicendo che avrebbe dovuto licenziare Blaine o “tu e il partito repubblicano andrete incontro a un lutto”. Garfield doveva lasciare Washington per le sue vacanze estive a Orange, e Guiteau lo aspettava alla stazione ferroviaria della linea Baltimora e Potomac. Garfield arrivò alla stazione, come i primi presidenti, senza guardie del corpo o servizi di sicurezza. Il presidente morirà dopo una lunga agonia il 19 settembre 1881.
“Sono un anarchico. Ho ucciso il presidente per compiere il mio dovere. Sento che nessun uomo dovrebbe avere tutto questo potere” disse invece Leon Czolgosz dopo aver ucciso William McKinley il 6 settembre 1901, nel corso dell’Esposizione panamericana che si stava svolgendo all’interno del Tempio della musica di Buffalo. McKinley stava stringendo la mano al pubblico presente, quando Czolgosz gli si avvicinò esplodendogli due colpi di rivoltella nell’addome. McKinley morì pochi giorni dopo.
E poi c’è lui. John Fitzgerald Kennedy, l’assassinio che cambiò l’America. L’uomo che, nonostante i lato oscuri della sua presidenza e della sua personalità, che sarebbero emersi nei decenni a venire, divenne un simbolo e un’icona. Un mito consacrato nel sangue.
L’assassinio fu commesso il 22 novembre 1963 a Dallas. Mentre viaggiava con la moglie, il governatore John Connally e la moglie di quest’ultimo nella limousine presidenziale, Kennedy fu ferito mortalmente da dall’attivista castrista ed ex marine Lee Harvey Oswald. Secondo la ricostruzione ufficiale, Kennedy fu colpito due volte. Tanti invece sono convinti che ci sia stata una seconda persona a sparare da un’altra direzione. Un rincorrersi di teorie vive ancora oggi. L’agente dei servizi segreti Paul Landis, disse infatti di avere sentito tre colpi e non due.
Non solo Trump: gli altri presidenti che hanno rischiato la pelle
Il 14 ottobre 1912, Theodore Roosevelt uscì miracolosamente illeso da un attentato durante la sua terza campagna elettorale a Milwaukee. Sembra che i fogli piegati e la custodia degli occhiali in metallo, che teneva in tasca, avessero attutito l’impatto del proiettile ed egli non venne ferito. Roosevelt, da esperto cacciatore e anatomista, rifiutò di recarsi immediatamente in ospedale e proclamò il suo discorso programmatico con il sangue che si infiltrava nella camicia. Parlò per 84 minuti prima accettare le cure mediche. Sonde e radiografie mostrarono che il proiettile si era conficcato nel muscolo toracico di Roosevelt, ma non era penetrato nelle pleure polmonari. I medici conclusero che sarebbe stato meno pericoloso lasciarlo al suo posto piuttosto che tentare di rimuoverlo, e il proiettile rimase nel corpo di Roosevelt per tutto il resto della sua vita. L’autore del gesto, John Schrank, fu arrestato e trascorse il resto della sua vita in vari ospedali psichiatrici.
Il 15 febbraio 1933, a Miami, Giuseppe Zangara tenta di uccidere Franklin Delano Roosevelt (cugino di quinto grado di Theodore), che sfugge alla morte per puro caso. Zangara dichiara di avere voluto uccidere Roosevelt per vendicare tutti i poveri del mondo e dare il via a un processo che portasse ad una nuova società di uomini liberi e uguali.
Gerald Ford, il 5 settembre del 1975, ha invece rischiatola pelle per colpa di Lynette Fromme, seguace della setta di Charles Manson, a Sacramento. La donna venne fermata dagli agenti dei Servizi segreti poco prima di riuscire a sparare con una pistola semi-automatica. Per lei Ford era colpevole di crimini contro il pianeta.
Il 30 marzo 1981, Ronald Reagan venne invece gravemente ferito da uno dei 7 colpi di arma di fuoco sparati da John Hinckley, uno squilibrato innamorato di Jodie Foster, che con questo gesto voleva attirare la sua attenzione. Reagan si recò al Washington Hilton Hotel, dove era in programma un discorso sindacale. Proprio mentre salutava i cittadini, il giovane texano sparò. Reagan fu prontamente accompagnato nella sua limousine dall’agente Jerry Parr, mentre uno dei proiettili rimbalzò sull’armatura blindata, colpendo il presidente al braccio sinistro, perforandogli un polmone e arrestandosi a soli 25 millimetri dal cuore. Vennero feriti il portavoce della Casa Bianca James Brady, l’ufficiale di Polizia Thomas Delahanty e un agente, Timothy McCarthy. Il resto della scorta provvide a fermare l’attentatore, sottraendolo ad un possibile linciaggio da parte della folla. Rinchiuso nel manicomio criminale St. Elizabeths, Hinckley dichiarò che la sparatoria è stata la più grande offerta di amore nella storia del mondo, e rimase deluso dal fatto che la Foster non ricambiasse i suoi sentimenti. I test ai quali fu sottoposto dimostrarono che era un uomo pericoloso per sé stesso, per l’attrice e per altre persone.
Stati Uniti e armi facili: come questo aumenta il rischio di attentati
Per prima cosa, bisogna compilare un modulo con i propri dati anagrafici.
Successivamente, si passa ad un’autocertificazione su eventuali precedenti penali, uso di psicofarmaci e stato psicologico dell’individuo. Giusto qualche giorno di attesa, il tempo che le autorità effettuino tutti i controlli preventivi tramite un database, e poi ci siamo.
Alla fin fine, la procedura standard per acquistare un’arma negli Stati Uniti è questa. Nulla di più, nulla di meno.
Per chi ha meno di 21 anni negli USA, è più facile comprare una pistola che entrare in un locale. E’ più facile comprare una pistola che commettere un’infrazione stradale. E’ più facile comprare una pistola che ricevere un antibiotico in farmacia. Oppure, come disse il buon Damion Lee, alludendo alla penuria del “baby formula” che imbarazza il Paese: “È più facile comprare una pistola che ottenere il latte in polvere”.
Ma non è finita qui. Perché la compravendita delle armi diventa ancora più semplice quando avviene tra privati, o durante le “fiere” del settore, che si tengono in molti Stati americani e anche con una certa regolarità. Le leggi cambiano, ma il vuoto normativo rimane, proprio come un’impostazione culturale a radici sia storiche che politiche, sostenuta dai vari risvolti sociali del Paese, ma soprattutto dagli interessi economici.
La popolazione degli Stati Uniti rappresenta circa il 5% di quella mondiale. Eppure, possiede il 40% delle armi che nel mondo vengono messe in mano ai civili.
Sancito dal secondo emendamento della Costituzione, il diritto al possesso d’armi negli Stati Uniti è difficilmente riformabile per la mancanza di un consenso politico sul tema. I democratici sembrerebbero favorevoli a leggi più severe, mentre i repubblicani e gli indipendenti sono divisi sull’argomento.
Insomma, nonostante una media di 2 stragi al giorno, non sarà facile limitare l’uso di armi da fuoco fra i civili.
E c’è un altro aspetto preoccupante. L’acquisto di armi negli Stati Uniti registra una spaventosa impennata ogni volta che si verifica una strage, o qualcosa che contribuisca ad aumentare le tensioni legate alla sicurezza, occasioni in cui il popolo americano si è sentito in pericolo. D’altronde, come dice Roach in Point Break: “La pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore”.
Si è tanto parlato delle stragi americane, e di come arginarle, e tanto se ne parlerà ancora.
Il buon senso ci suggerisce una legge per limitare la disponibilità delle armi da fuoco fra i civili. Ma non succederà mai. Rischiano la pelle anche esponenti importanti, quali Presidenti o candidati per tale ruolo? Non importa.
E non solo a causa dei voti al Congresso, per il secondo emendamento o per le lobby. Non sta solo lì la questione.
Il punto è che in America, il diritto di portare armi è inchiodato al principio della libertà individuale. Poggia sulle idee dell’autopossesso e dell’autodeterminazione, dalle quali deriva il diritto di proteggersi senza sottoporsi ad un’autorità.
Questo diritto è impresso nella coscienza più in profondità rispetto alla dialettica politica.
Il Congresso potrà anche approvare una legge per limitare la circolazione delle armi, ma la società americana non è disposta a mettere in discussione questo principio.
L’idea della libertà (che sia dallo stato, dalle leggi, o anche dagli altri), con cui si giustifica il possesso delle armi, è la stessa che invochiamo per ottenere la conquista e il progresso nell’ambito dei diritti individuali riguardo il proprio corpo, le proprie inclinazioni o la propria sessualità.
Dunque si può davvero scardinare questo principio? Perché la tragedia americana delle armi sta esattamente a metà tra la liberazione dal controllo degli altri e la dittatura dell’io.
E quindi, nel Paese che ha sempre avuto l’ossessione per Dio e per le armi, alla fine, gli spari di Crooks fanno notizia fino a un certo punto.

