Secondo quanto riportato dal Lexington Herald-Leader, Kentucky avrebbe speso una cifra enorme, pari a 22 milioni di dollari, in contratti NIL per costruirsi la propria squadra di basket per la stagione NCAA 2025-26. Numeri che sfondano con prepotenza l’ormai simbolica barriera tra sport professionistico e sport collegiale in America.
Dopo le “liberalizzazioni selvagge” e la possibilità per gli atleti NCAA di firmare contratti di sponsorizzazione per lo sfruttamento della propria immagine, concesse negli ultimi anni, le università tutte dalla più importante agli atenei medi, si sono dovute dotare di un “programma NIL” per reperire i fondi necessari a reclutare i migliori prospetti, non più (solo) offrendo prestigio, possibilità e strutture ma anche denaro sonante.
Kentucky avrebbe riscritto il libro dei record, con 22 milioni di dollari impiegati per la propria squadra di basket. E uno non sa più, leggendo tali numeri, se si tratti di sport universitario, per quanto di livello elite, o di Eurolega tanto per fare un raffronto con le cifre cui le maggiori squadre europee sono abituate per i propri roster.
Kentucky non è un’eccezione. Altre scuole definite “maggiori” avrebbero speso oltre i 10 milioni di dollari l’una per la propria squadra di basket, gli Wildcats hanno invece esagerato per reclutare e convincere per un altro anno giocatori come Otega Oweh e Brandon Garrison, e accogliere i transfer Denzel Aberdeen, Jaland Lowe, Mouhamed Dioubate e Jayden Quaintance. Jasper Johnson, Malachi Moreno e Braydon Hawthorne saranno i freshmen assieme a Andrija Jelavic, talento croato. Mezzi e squadra che impongono a Kentucky di vincere e nient’altro, nel 2025-26, sebbene la Southeastern Conference (SEC) sia diventata un “postaccio” per il livello delle squadre.
Al netto del campo però, il quale come sempre per fortuna premierà la squadra più forte e non quella che spende di più, è chiaro come il basket NCAA si sia ormai trasformato in un campionato professionistico en travesti, dove conteranno perlopiù solo i soldi e la possibilità di offrire ai prospetti guadagni maggiori grazie al proprio programma NIL. Per non soccombere di fronte al fenomeno dei cosiddetti “one-and-done“, ossia dei giocatori di maggior talento che sceglievano (e in parte è ancora così) di “parcheggiarsi” per un anno in un college solo per potersi poi iscrivere al draft NBA, e soprattutto per competere con i campionati esteri, europei ma non solo, i quali possono offire ai prospetti un’alternativa (ben) retribuita al college, la NCAA ha deciso di aprire e liberalizzare, e di fatto pagare i propri atleti tramite il programma NIL (name, image and likeness). E la possibilità per i giocatori di cambiare ateneo senza dover restare fermi un anno, come invece accadeva in passato, grazie al nuovo transfer portal diventato una sorta di free agency NCAA, ha fatto il resto.
Due anni fa Kentucly “investì” circa 4 milioni di dollari per la sua squadra 2023-24, l’ultima allenata da John Calipari prima del passaggio alla gestione Mark Pope. Lo scorso anno l’investimento avrebbe toccato gli 8-10 milioni per poi esplodere, come riportato oggi.
Da dove arrivano però tutti questi soldi? La maggior parte, semplicemente, da munifici donatori privati che sostengono la propria alma mater come nel caso di Kentucky, che è un grande e storico ateneo. Le scuole ricevono anche una quota dei profitti del cosiddetto revenue sharing, che la NCAA genera, e le università possono ovviamente attrarre fondi con contratti pubblicitari e sponsorizzazioni. Nella SEC Conference ad esempio, il 15% dei revenue sharing totali viene redistribuito nella “sezione” basket (al college football va il 75%) ma non esiste una formula generica, ogni conference è regolata diversamente. Le stesse università poi destinano dei fondi ai propri programmi sportivi, e la squadra di basket di Kentucky per la stagione NCAA 2025-26 avrebbe ricevuto il 20-30% dei revenue sharing totali dell’ateneo (una precedente stima del 45% è stata smentita dalla scuola).
Liberalizzazione ben poco regolamentata, e che ha per fortuna aperto una discussione sulla regolarità, laddove non sulla moralità, di tale nuova realtà. La stagione NCAA 2025-26 potrebbe diventare irripetibile per le tasche dei giocatori collegiali migliori prima che la politica intervenga sulla questione, come ha già iniziato a fare per la prospettiva per la Big Ten Conference di aprire a capitali privati. Il Congresso potrà legiferare in materia di NIL e porre dei “tetti” e vietare alcuni tipi di contratti, regolamentare altre aree grigie come il ruolo “ufficioso” degli agenti-consulenti nelle negoziazioni tra atleti e università. Oggi, i contratti NIL stipulati dagli student-athletes debbono essere autorizzati da una commissione specifica, la College Sports Commission.

