Ben Simmons vuole tornare a giocare a basket. Dopo una stagione interamente lontana dall’NBA, passata a recuperare fisicamente e a ritrovare equilibrio mentale e motivazioni, l’ex prima scelta assoluta del Draft 2016 ha deciso di rimettersi in gioco. Non più come stella assoluta, ma come giocatore in cerca di una seconda vita professionale.
Le sue parole, rilasciate in un’intervista a Men’s Health, hanno immediatamente riacceso il dibattito attorno al suo nome: “Voglio tornare in campo, mettermi nelle migliori condizioni fisiche possibili e poi dimostrare alle squadre che posso ancora essere utile”. Un messaggio semplice, quasi essenziale, che però apre a scenari tutt’altro che banali per il suo futuro.
Il ritorno dopo l’anno sabbatico
Simmons ha scelto di fermarsi per tutta la stagione 2025-26, un periodo che lui stesso ha descritto come necessario per gestire problemi fisici e pressioni accumulate negli ultimi anni. Una pausa che, di fatto, ha segnato un punto di rottura con la fase più turbolenta della sua carriera recente. Negli ultimi anni, tra infortuni alla schiena, calo di rendimento e un rapporto complicato con il campo offensivo, l’australiano aveva progressivamente perso centralità nelle rotazioni NBA. Il passaggio tra Brooklyn Nets e Los Angeles Clippers non ha rilanciato la sua carriera come sperato, e l’ultima stagione effettivamente giocata è stata frammentata, senza mai un vero ruolo stabile.
Il nodo tecnico: che giocatore è oggi Simmons?
Il punto centrale, per qualsiasi squadra interessata, resta però la sua identità tecnica attuale. Il Simmons che entrava nei primi anni a Philadelphia come punto di riferimento offensivo è ormai un ricordo lontano. Oggi il suo valore è più legato alla versatilità difensiva, alla capacità di passare il pallone e di incidere senza palla.
Non è un caso che diverse analisi negli Stati Uniti lo inquadrino ormai come possibile “ruolo ibrido”: un lungo atipico, utilizzabile da 4 o come facilitatore secondario, piuttosto che come creatore primario. Un cambiamento radicale rispetto alla sua versione All-Star, ma forse l’unico modo per restare competitivo in NBA.
Philadelphia, Miami e il fascino del passato
Le sue dichiarazioni, inevitabilmente, hanno riportato in superficie anche il tema più mediatico: un possibile ritorno ai Philadelphia 76ers. Simmons non ha chiuso la porta, anzi: ha ammesso che tornare a Philadelphia “non è impossibile”, pur senza alcuna certezza. Un’ipotesi che avrebbe del clamoroso, considerando la rottura avvenuta dopo i playoff 2021 e il successivo addio forzato alla franchigia.
Accanto ai Sixers, però, c’è anche un’altra destinazione che Simmons stesso ha citato con convinzione: Miami. L’attrazione per gli Heat non è casuale. Il sistema di Erik Spoelstra, basato su disciplina, difesa e adattabilità tattica, viene visto come uno dei contesti teoricamente più adatti per valorizzare le sue caratteristiche residue. Le squadre NBA osservano con prudenza. Da un lato c’è la curiosità di capire se un atleta ancora nel pieno della maturità anagrafica possa ritrovare un livello utile alla lega. Dall’altro, resta l’incognita di un giocatore che negli ultimi anni ha avuto una traiettoria altalenante, tra stop, pressioni mediatiche e rendimento discontinuo.
Il caso Simmons è, oggi più che mai, quello di una carriera sospesa tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che potrebbe ancora diventare. Tre volte All-Star, difensore d’élite nei suoi anni migliori, oggi si presenta come un veterano in cerca di una nuova collocazione nel sistema NBA contemporaneo. Se il campo gli darà una nuova possibilità, Simmons dovrà dimostrare non tanto di essere quello di prima, ma di poter essere utile in un modo completamente diverso.
