Dopo il clamoroso dietrofront di DeAndre Jordan, i più dicevano che per Dallas la prossima stagione sarebbe stata una stagione perdente, una stagione che avrebbe visto la compagine texana inseguire l’unico obiettivo di ricostruire, o quello semmai di agguantare un posto ai playoff.

Analizzando razionalmente la questione, però, probabilmente l’arrivo del lungo dei Clippers non avrebbe spostato poi tanto l’asticella, essendo sì atletico ed energico ma anche tecnicamente limitato. Giova ricordare che da quando Mark Cuban è presidente, ovvero dal 14 gennaio del 2000, la sua squadra ha mancato la post season solo in due occasioni: in quella d’esordio (99/00) e nel campionato 2012/2013, in cui, tra l’altro, il record fu comunque un dignitosissimo 41-41.

Mark Cuban, notoriamente, non è tipo da piangersi addosso, né tanto meno da fornire comodi alibi ai propri giocatori, e sulla stessa linea si pone coach Rick Carlisle, che da giocatore era sodale di Bird nei Celtics, che non giocavano “come signorine” (copyright dello stesso Larry Legend). Così ecco che front office e staff tecnico non si sono buttati giù dopo il voltafaccia di Jordan e hanno individuato e portato a casa tre colpi nel settore lunghi che potrebbero non far rimpiangere il mancato acquisto: Zaza Pachulia, il cavallo di ritorno Sam Dalembert e Javale McGee. I tre presentano caratteristiche differenti, che si completano perfettamente.

(Samuel Dalembert, già in maglia Mavs)

Samuel Dalembert, già in maglia Mavs

Il georgiano infatti ha mano dal mid range, istinto per il passaggio per i compagni che tagliano o che stazionano sotto canestro, è a suo agio quando parte da lontano e conclude in corsa, agisce nella zona del post alto all’altezza del prolungamento della linea dei tiri liberi e complessivamente dà il meglio di sé in movimento. Dalembert invece è un vecchio lupo di mare dell’area pitturata, non è veloce ma è potente e fisicamente imponente, ha riflessi ottimi che lo rendono pericoloso sui lob, sa farsi trovare nel posto giusto al momento giusto per i rimbalzi ed eludere il tagliafuori, nei pick&roll è bravo malgrado la mobilità limitata. McGee è… McGee, nel senso che è il lungo verticale che tutti conoscono, con tempismo nel salto e abilità sugli alley-oop, quello che distribuisce stoppate come piacciono a coach Dan Peterson, cioè cercando di indirizzarle verso il compagno per far ripartire la squadra, piuttosto che verso le linee che fuori dal campo. Ognuno di questi ha caratteristiche che agli altri mancano, e, combinate con quelle di Nowitzki, completano un parco lunghi interessante e, perché no, temibile: è dunque plausibile che si decida di optare per una coppia con WunderDirk-Dalembert o McGee, e l’altro con Pachulia, che è quello che al tedesco somiglia di più (avendo però meno capacità di mettere palla per terra). È tuttavia anche possibile che, per far riposare il loro giocatore simbolo nelle partite non di cartello, dalla panchina texana giochino la carta Villanueva, che resta comunque una vecchia volpe delle arene NBA. L’obiettivo sarà raggiungere i playoff, per poi puntare a superare quel primo turno per la prima volta dal 2011. E tutti si ricordano cosa successe nel 2011…

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