Road to MVP: Paul George

di Francesco Zoppis

Avete presente il momento in cui si vede avverarsi il peggiore incubo? L’istante in cui la nostra mente, viaggia a mille all’ora verso una paura tremenda che improrogabilmente si avvicina? Avete presente quell’istante di vera paura, nel quale ogni sogno si scoglie tra le nostre mani? Ecco.

Uno di questi pensieri dev’essere passato per la testa di un ragazzo 24enne, nativo di Palmdale, California, che, il 1 Agosto 2014, per qualche secondo, pensò che il parquet di Las Vegas che stava lasciando, in barella, fosse l’ultimo parquet mai calcato in carriera. Il ragazzo in questione gioca da ala per gli Indiana Pacers, indossa la maglia numero 13 e si chiama Paul George.

Siamo a Las Vegas, dunque. La partita in questione è lo showcase del 2014 tra gli “Usa White team” e gli “Usa Blue team”. Nel “Blue team” giocano: DeMar DeRozan, Derrick Rose, Kyle Korver, Kenneth Faried e Paul George; nel “White team” ci sono Kyrie Irving, James Harden, Kevin Durant, Chandler Parsons e DeMarcus Cousins. Mancano 9.40 al termine dell’ultimo quarto, “Blue Team” in possesso palla; DeRozan cerca il passaggio dietro la schiena a cercare Faried, ma la palla viene intercettata da KD, che lancia in contropiede, in campo aperto, James Harden. Il barba attacca il ferro, cercando un lay-up facile facile. Non è sicuramente gara 7 dei playoff ma Paul George non vuole perdere, mai. La sua squadra è sotto di 10. Quando Harden s’invola a canestro, PG13 corre più veloce dell’avversario e cerca la stoppata… E poi si ferma tutto. Cousins si mette le mani tra i capelli, la faccia incredula; Curry, in panchina, si nasconde sotto l’asciugamano che ha in testa come da abitudine; e poi Irving, Durant (talmente sconvolto da abbandonare la nazionale), Rose, Hayward. Hanno tutti le mani sulla faccia, dal loro sguardo s’intuisce che qualcosa non va. La gamba destra di Paul, dopo il tentativo di stoppata, si imbatte nella base del canestro e la tibia e il perone fanno crack.

Dalle prime immagini sembra evidente: un uomo che ha distrutto la propria gamba in questo modo non può tornare a giocare a pallacanestro in NBA, o meglio, non può tornare ai livelli che il numero 13 dei Pacers ci aveva abituato. Beh se davvero pensate che Paul George, a 24 anni, abbia già detto tutto quello che aveva da dire, scordatevelo! Goethe scrive: “Non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo ha la forza di alzarsi” ed è proprio quello che farà Paul. Il responso dei medici sostiene che Paul sarà fuori per l’intera stagione 2014-15. Tutto sommato per i fans e per tutti gli amanti del basket è un sollievo, considerato il rischio. Paul però non ci sta, un intero anno senza palla a spicchi è inconcepibile per chi quella palla l’ha in mano da quando aveva 3 anni. Ma facciamo un passo indietro, torniamo al 2 Maggio 1990, dove George nasce, a Palmdale, California. Nasce da Paul Sr e Paulette George (ringraziamo i signori per il figlio, in America però esistono anche altri nomi). Nasce nella California che fino a pochi mesi prima era stata dominata da Kareem Abdul-Jabbar e Magic Johnson, ma nonostante questo la sua passione per il basket sfocia per l’altra squadra di Los Angeles: i Clippers. I Clippers anni’90 non sono proprio la squadra più dominante e vincente della storia del basket, però padre Paul Sr dice così e il figlio si adegua. Durante la sua infanzia però l’idolo di Paul veste la canotta dell’altra squadra dello Staples Center, esattamente la numero 24 con la scritta Bryant. Kobe sarà il mito di tutta la sua adolescenza. La sera, dopo aver studiato e lavato i piatti, Paul si allena con la sorella Telosha e ogni mossa che fa, ogni tiro che prende, sono di marca KB24. A giocare però è veramente bravo e il fisico è nettamente più sviluppato di ogni ragazzo della sua età.

Ogni ragazzo americano, a proprio agio con la palla e dotato di un buon fisico, sogna di entrare a far parte di college prestigiosi, e anche Paul ci spera. Lui però è un ragazzo molto attaccato alla famiglia, quindi quando deve scegliere il liceo da frequentare opta per la Knight High School, a pochi passi da casa. Avrà un impatto devastante, ma ciò non basterà ad attirare i più rilevanti college USA. La scarsa visibilità che gli offre il liceo di Palmdale, infatti, lo costringerà a diventare un Bulldog, agli ordini di Steve Cleveland, al college di Fresno State. A Fresno comincia a farsi conoscere al punto che il 31 Marzo 2010 si dichiara eleggibile per il Draft del Giugno seguente.

George’s biggest weakness is his inability to create for himself, and his poor shooting percentage when pulling up off the dribble

George si presenta come un prospetto interessante per caratteristiche fisiche, ma viene valutato come uno da “mid-draft”. Lui però ha altro in mente. Lui vuole, deve, essere scelto nelle prime 10, è una sfida personale. Arriviamo al 24 Giugno 2010, il momento della verità. Il sogno di Paul di essere nella top 10 sembra difficile. Gente come Wall o Cousins sono più appetibili per l’NBA. Inizia il draft e le prime 5 posizioni passano. Lui resta seduto al tavolo. Alla sesta spetta ai Warriors che scelgono Ekpe Udoh. Alla settima Greg Monroe si accasa a Detroit e all’ottava tocca a loro, ai Los Angeles Clippers tanto amati da Paul e Sr.; David Stern esce e si avvicina al microfono. Le telecamere vanno a cercare le chiamate potenziali. Tra questi c’è anche George che ha gli occhi lucidi dall’emozione. “With the 8th pick of the 2010 NBA Draft, the Los Angeles Clippers selects: Al-Farouq Aminu”. Non è Paul. Non è lui ma è uno del suo stesso ruolo. Ecco, forse questa è la prima vera batosta che riceve il californiano nella sua carriera da cestista. C’è un altro sogno però, quello di finire nei primi 10, e Utah che detiene la scelta numero 9 ha bisogno di una small forward. Sembra fatta, Paul con la mente è già a Salt Lake City. I Jazz però chiamano Gordon Hayward. Sembra svanire un altro sogno, a distanza di 5 minuti l’uno dall’altro. Indiana che detiene la decima non ha bisogno di Paul, serve un play o al massimo una shooting guard. Poi però qualcuno scende in campo a dire la sua, qualcuno che, qualche anno prima, in quel di Boston ha scritto giusto qualche record. Uno che con i Celtics ha vinto il titolo, tre volte. Uno che in Indiana ci è nato. Un certo Larry Bird, che forse qualcuno ha già sentito. “It has a lot of quality. He can play shooting guard, he can play forward. He is an incredible defender”. David Stern esce per la 10ma volta e questa volta pronuncia il suo nome. Paul George diventa un giocatore degli Indiana Pacers. Inizia la sua carriera NBA. Con la 24 in onore di Kobe.

La sua rookie season non è estasiante ma neanche negativa. È in quintetto titolare per 19 volte e viaggia ad una media di 7.8 punti \ 3.7 rimbalzi \ 1.1 assists. La stagione per i Pacers si rivela più rosea del previsto. Indiana, infatti, torna ai playoff dopo 4 anni d’assenza, dove vengono però eliminati dagli eterni rivali di Chicago. La stagione successiva vede dei netti miglioramenti: viene convocato per il Rising Star Challange 2012 e per lo Slum Dunk Contest. Le sue medie aumentano, seppur non a dismisura. Comincia 66 partite in regular season e Indiana ai Playoff riesce a eliminare i Magic orfani di un Dwight Howard fermo ai box. Al turno successivo incontreranno Miami e il trio Bosh-Wade-James che eliminerà i Pacers e portarà gli Heat al titolo. La stagione della sua consacrazione definitiva però è quella 2012-13. Il pubblico della Bankers Life FieldHouse verrà deliziato da giocate incredibili di Paul. Ormai è il leader della squadra, lo sa. E lo sa anche coach Vogel che, dopo l’infortunio di Danny Granger, affida al numero 24 il controllo dell’attacco. Paul ripaga in pieno. Con 17,4 punti, 7,6 rimbalzi e 4,1 assist di media diventa il Most Improved Player e il titolo non è più un miraggio. L’inizio della post season è folgorante, alla prima partita contro gli Hawks mette a referto una tripla doppia. Spazzati via gli Hawks ed eliminati anche i Knicks in finale di conference ci sono sempre loro: i Miami Heat. La serie è spettacolare, George in stato di grazia riesce a portarla fino a gara 7 dove però a spuntarla sono ancora i Floridians. La strada però è quella giusta, e l’anno successivo, dopo che un PG in grande spolvero riesce a riportarla in finale di conference, i Miami Heat (ancora una volta loro) sembrano partire sfavoriti. In sei gara però si ha il verdetto finale: i Pacers non sono ancora una squadra da titolo. George però ha qualcosa da festeggiare, la convocazione USA per il mondiale. Certo, col senno di poi, quella convocazione non sarebbe mai dovuta arrivare, sarebbe stato meglio per tutti. E qui si ritorna a Las Vegas, quel maledetto 1 Agosto 2014.

It felt like gasoline was on my leg. Just internally, just on fire. My leg felt like it was in flames. It was a quick five minutes and then my body went into shock.”

Gli otto mesi successivi sono stati un tormento. Non sappiamo il dolore che ha provato. Le sensazioni che ha vissuto. Le notti insonni che ha passato. Sappiamo però che è tornato. Sappiamo che ormai, come dice lui “The worst has happened, the best is next”. Sappiamo che da quel giorno in cui è tornato a calcare il Bankers Life Fieldhouse ognuno di noi vuole bene a Paul George. E sappiamo che nella corsa al MVP 2016 il suo nome appare prepotentemente, anche merito di una stagione grandiosa. Se non lo dovesse vincere quest’anno, lo vincerà l’anno prossimo o magari quello dopo. Ma non importa, perché se anche non lo vincerà mai, ha già vinto qualcosa di molto più importante. ” Cit.”

Indiana Pacers forward Paul George (24) dunks during an NBA basketball game between the Indiana Pacers and the Los Angeles Clippers in Indianapolis, Saturday, Jan. 18, 2014. The Pacers won 106-92. (AP Photo/AJ Mast)

Indiana Pacers forward Paul George (24) dunks during an NBA basketball game between the Indiana Pacers and the Los Angeles Clippers in Indianapolis, Saturday, Jan. 18, 2014. The Pacers won 106-92. (AP Photo/AJ Mast)

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