“Io non sono il tipo di persona che molla solo perché la faccenda diventa tosta. Questo tipo di persona si chiama codardo. Questa persona non sono io” KG.

Kevin Garnett.
Un tipo coriaceo. Schietto, senza peli sulla lingua. Una persona che in campo ha parlato tanto, arrivando ad offendere gli avversari per intimidirli, per schiacciarli psicologicamente. Una persona che ha fatto valere i fatti sul parquet, mostrando un carattere e delle capacità rimaste impresse nell’immaginario collettivo: Kevin Garnett, the Big Ticket, the Revolution, KG. O come volete voi. Metà della sua vita l’ha passata in NBA, col suo modo di fare, la sua grinta assatanata, un bel po’ di arroganza (che in certi casi non guasta mai) ed un talento che, per certi versi, ha fatto scuola.
Nato a Greenville il 19 maggio 1976, KG cresce in fretta, tanto che, dopo aver mostrato le sue grandi potenzialità all’high school, decide di non regalare anni di carriera al college dichiarandosi eleggibile per il draft 1995: i Minnesota Timberwolves vedono in lui un punto di partenza per il futuro e lo selezionano con la quinta scelta assoluta. Difensore accanito, duro a morire, attaccante abile nel pick and roll e nel pick and pop e dotato di movimenti e di una grazia tipici di un esterno, KG cresce esponenzialmente grazie anche all’intesa con il compianto Flip Saunders. Forte e possente come un centro puro, veloce ed elegante come una guardia letale, intelligente e tecnico. Versatile, moderno, unico. Rivoluzionario
Tante sono le gesta memorabili degne di un arguto condottiero che però non viene sufficientemente ripagato: le sue prove da one man show gli hanno portato in dote come massimi risultati un titolo di MVP (vabbè, mica roba da niente) e una finale di Conference. La svolta arriva col passaggio ai Boston Celtics, che per aggiudicarselo tradano mezza squadra.
Con Paul Pierce, Rajon Rondo e Ray Allen forma un nucleo solido che porterà i verdi del Massachusetts a vincere il titolo nel 2008. Kevin Garnett ricicla il suo modo di giocare, ma è sempre lo stesso: leader spirituale, combattente irriducibile e grande lavoratore. Il suo ex coach Doc Rivers una volta ha raccontato ad ‘ESPN’ un aneddoto interessante riguardante l’ala grande.

Kevin Garnett e Doc Rivers.
“Kevin era convinto che se sei il leader, non puoi saltare neanche un secondo di allenamento” – ha ricordato Rivers -“Ma io ero dall’altra parte convinto che se hai più di trent’anni mi servi per tutta la stagione. L’allenatore un giorno gli chiede di saltare una seduta di allenamento, tuttavia lui risponde: “Coach, non capisci. Se riposo, lo tradurranno con un sintomo di debolezza.”
Un episodio che spiega perfettamente che dietro quell’immagine da cattivo e da sbruffone c’è un’etica del fare e un carisma quasi impareggiabili. Peculiarità che lo hanno sempre accompagnato durante la sua lunghissima ed interessante carriera. Dopo aver intrapreso il viale del tramonto, ha fatto da severo tutor ad un manipolo di ragazzini di belle speranze come Karl-Anthony Towns e compagnia, messi sotto torchio da un maestro con la faccia da cattivo ma dai buoni propositi. Sì, faccia da cattivo e buoni propositi, tipiche caratteristiche del classico l‘antieroe, tanto odiato quanto amato. Un personaggio contorto ed impassibile, che ha deciso di lasciare il terreno di mille battaglie dopo 21 anni di gioie, vittorie, dolori, cadute e vendette. Uno che ci ha messo sempre del suo, con tutti i suoi mezzi a disposizione (li ricordate i vari episodi di trash talking?). Perchè in fondo, come lui stesso sentenziò:
“Al termine della giornata sei l’unico responsabile per te stesso e per le azioni che hai compiuto.
Dunque anziché essere frustrato per ciò che non puoi controllare, pensa a mettere a posto quello che puoi”.

