Se vincere è difficile, lo è ancora di più restare in vetta, cavalcare l’onda a lungo. In una stagione senza pause, i Golden State Warriors hanno visto più di una volta la morte in faccia, ma come recitava l’sms di Kobe Bryant a Draymond Green, “Se fare la storia fosse facile, che gusto ci sarebbe?”.
Al contrario di alcune squadre viste alzare il Larry O’Brien negli ultimi anni, i Warriors hanno ampiamente dimostrato di non dipendere solo dalla loro stella più luminosa, dal bi-MVP, da Stephen Curry. Nei momenti duri sono venuti fuori prepotentemente Klay Thompson e Andre Iguodala, innalzando il livello di tiri, letture e pressione difensiva a livelli inimmaginabili; senza dimenticare Livingston e Barbosa in gara 1 delle Finals, altro che panchinari.
Il 30 comunque ha messo il suo marchio da ‘assassino con la faccia da bambino’ quando contava davvero: i 17 nell’overtime a Portland nella gara del ritorno e le tre partite oltre i 30 punti nella rimonta pazzesca contro i Thunder sono già storia. Tuttavia, dopo l’incommentabile gara 3 sembra che per spingere giù dalla torre LeBron e compagni serva il vero Curry, e puntualmente eccolo qua, in gara 4.
“Devo essere più aggressivo” e subito rivediamo il #30 strabiliante della regular season. Anche l’anno scorso, nel suo debutto alle Finals, a Steph furono necessarie 2 partite per mettersi in ritmo, e non fosse stato per un Iguodala strepitoso nel limitare James in versione salvatore della patria, avrebbe vinto anche l’MVP delle Finals, considerando lo sciopero di Thompson.
Ma da dove vengono i dolori del giovane Steph? Alle volte se li cerca, ad esempio quando cerca di mettersi in ritmo con quelle azioni al limite dell’assurdo che sì sono il suo marchio di fabbrica, ma non sono quelle adatte a metterti in partita, con passaggi pigri e una fisicità talvolta latente.
“Ci sono partite in cui non ti riesce nulla, capita a tutti – ha detto Green – chiunque ha dei momenti duri, chi in un periodo chi in un altro. Alcuni nei periodi peggiori, ma capita”. Non si direbbe che il problema sia di natura fisica, è più nell’aspetto mentale: la mancanza di ritmo a questo livello può essere fatale, e per l’uomo cresciuto a Charlotte gli infortuni sono arrivati proprio quando non dovevano.
Curry ha ormai acquisito la status di volto della Lega, e non ha mai dato l’impressione di avere qualche problema a riguardo: “Non so se c’è un punto dove questo comincia – ha dichiarato – ma è un processo naturale, e sto bene dove sono. Ogni notte ho la sensazione che sia la prima e la più importante, quando non la raggiungo, sono frustrato dal sapere cosa succederà. Ma è una cosa da gestire per poi guardare avanti”.
Sia Curry sia Steve Kerr hanno respinto al mittente con il solito sorriso di superiorità le critiche arrivate da alcune stelle del passato – Charles Barkley in prima linea – su come il loro gioco non sia produttivo sul lungo periodo e su come Curry nell’NBA di una volta non sarebbe stato la stella che è oggi. Le difese erano più fisiche e più dure da affrontare, quindi lui avrebbe avuto un ruolo da semplice buon tiratore. La realtà è che il Gioco cambia continuamente, per sua natura: dallo Showtime di Magic Johnson e Jabaar a Jordan contro la ‘Stockton to Malone‘, da Kobe ai Warriors, passando per San Antonio e gli anelli del Re a Miami. Inoltre, un diverso approccio alla fase difensiva non rende questa necessariamente meno efficace: per referenze, chiedere ai campioni in carica quanto hanno subito la difesa di OKC.
Senza Draymond Green in campo in game 5 toccherà a Steph guidare ancora una volta i compagni alla vittoria: riuscirà a dare seguito a quanto di buono fatto vedere in game 4?

