“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il legno NBA”. Quindi tutti noi, romantici appassionati e ingenui, noi che non abbiamo ancora finito di gloriarci delle Finals appena concluse e del Draft appena andato in archivio che già fantastichiamo sulla prossima stagione, dall’inizio della quale ci separano ancora quattro mesi, lunghi o corti a seconda che seguiamo o meno la pallacanestro extra-stelle e strisce (per chi scrive è un sì).
E allora la fantasia, l’immaginazione, l’intuizione, ci portano a Minneapolis, terra degli epici Lakers diventati ancora più epici una volta portati armi e bagagli in California. Da quei giorni fatidici queste terre hanno conosciuto ben pochi successi, a fronte di stagioni sportive grame condite recentemente da una vera tragedia, e ovviamente il riferimento è alla perdita fulminante di coach Flip Saunders poco prima del via. Da lì i Wolves si sono di fatto ritrovati con la prospettiva di una annata di transizione, hanno affidato la panchina a coach Sam Mitchell (supponiamo) più per non alterare gli equilibri già formati che per reale convinzione, tant’è che una volta finita maluccio il campionato hanno salutato l’ex mentore di Bargnani, e pace e bene fratelli. Uno che di pace e bene ha chiarito subito non volerne è stato Tom Thibodeau: mai davvero in corsa per la panchina di New York (Lui? Allievo di Riley? Alla corte di Phil Jackson? Pffffff…), quando si è palesato Glen Taylor con penna e contratto per proporgli il doppio incarico di presidente e coach non si è lasciato l’occasione, “Firmiamo, perbacco!”. Il tecnico ex Bulls ha subito giocato a carte scoperte: «È un’opportunità incredibile riabbracciare questa organizzazione oggi che ha quello che considero il miglior roster giovane della Nba. Insieme a un grande proprietario come Glen Taylor e a un incredibile compagno di viaggio come Scott Layden, l’obiettivo è costruire una cultura vincente di cui gli sportivi del Minnesota possano andare orgogliosi». ‘cipicchia.

So it begins…
Coach Thib però non parlava a vanvera. Lui guardava al presente prossimo senza paura, perché oltre a capire di pallacanestro (qualcuno che ha frequentato per un po’ i salotti NBA ce lo ha messo sul virtuale podio con Rivers e Carlisle in ordine imprecisato) è anche ambizioso, razionale e lavoratore indefesso, caratteristiche che si riscontrano nel Capricorno sotto il cui segno è nato. E allora una lucida follia, una vocina istintiva dall’interno ci dice che Minnesota potrebbe davvero essere una contender l’anno prossimo, senza pagare lo scotto dei playoff, là accanto a OKC , solo un passo sotto Golden State e San Antonio.
“MA SSIETE MATTI???!!!11”. Sì, ma questo oramai lo davamo già abbastanza per assodato, per cui comprendiamo che i meno scettici di voi ci considerino polli e i più scettici…beh, lasciamo correre. Il fatto è che noi villan abbiamo ben presente come funziona il sistema americano, ed è il motivo che ci piace più di quello europeo: basta un meccanismo che va a posto con una semplice aggiunta o perché no una sottrazione, uno squilibrio che viene bilanciato, insomma, basta che le tessere del puzzle o del domino o del mosaico vadano trovino collocazione funzionale perché i rapporti di forza esistenti fino a quel momento vengano mutati. E coach Thib è un fattore che può provoca questo switch off, e lo è fin da quando convinse tre superstar come Allen, Pierce, e Garnett ad applicarsi in difesa per portare a casa l’anello mancante, impresa che poi riuscì. Di quei Celtics, Rivers era la mente e la faccia pubblica per i media, mentre Tom era il braccio e la faccia privata per i giocatori, Doc Jekyll e Mister Tom. Lo confermò poi alla prima da head coach, quando trasformò i Bulls da squadra arruffona, male (ma male male) organizzata e da primo turno dei playoff in una finalista di Conference, e contro gli Heat Wade-James-Bosh, per servirvi, giocando cinque gare gagliarde, con Boozer e Noah che più che lunghi erano lungodegenti e Taj Gibson che definire eroico sarebbe come descrivere Bill Gates con l’aggettivo “benestante”.
Minnesota ha le carte per giocarsela ai più alti livelli perché si è messa nella condizione di farlo, e il roster giovane cui accennava Thib è molto più di una suggestione o una delle tante fantasie che volano libere prima di scontrarsi con la marmorea realtà. Il coach ex-Bulls ha fatto bene i suoi conti, e ha in Zach Lavine una più che plausibile versione 3.0 dopo Rondo e Rose di play aggressivo e dinamico a cui di solito affida la conduzione delle proprie squadre. Non gli mancano certo le qualità per farlo: atletismo, tempismo nei tagli, repertorio di finte, primo passo ardente con conclusione da ambo i lati, buone letture del passaggio talvolta anche in un fazzoletto, ball handling elastico, arresto e tiro dalla media/dalla lunga. Accanto ad una guardia dagli istinti alleniani come Kevin Martin, bomber sottovalutato ma sempre prolifico quando ha avuto attorno a sé fiducia incondizionata, Thibodeau con Wiggins può schierare un “3” creativo dotato di ampia varietà di soluzioni, dalla zingarata partendo dalla posizione di ala al giro dorsale in area, da un meravigliosamente datato (perché fondamentale sempre più raro) arresto di forza al taglio lungo la linea di fondo più, fino a una non disprezzabile conclusione da oltre l’arco e dalla media, per tacere poi dell’atletismo che gli consente di tapinare i rimbalzi offensivi. Sotto canestro, i 139 chili distribuiti su 211 centimetri di Nikola Pekovic, che magari non sarà il centro più appariscente della Terra ma è una presenza fissa e pericolosa nei pressi del ferro, ha mano educata e un feeling speciale con il proprio play (che non è proprio un male…).
E qui apriamo il capitolo del Bigliettone e del Cittadino: di KG ormai si sanno vita e miracoli (il terzo elemento della triade preferiamo non tirarlo in ballo), ha determinate caratteristiche che si sono giocoforza sfilacciate nel corso del tempo, seguendo la sconsolata ammissione di quel poeta modenese secondo cui i vecchi subiscon l’ingiuria degli anni. Ma mister Farragut resta comunque un nume tutelare di ogni squadra in cui milita, a maggior ragione in un contesto come questo, giovane e inesperto. Perché quando si alzerà nuovamente la palla a due per ottantadue sere in sei/sette mesi, la sua guida sarà fondamentale, insieme a quella degli altri che come lui la post season l’hanno già vissuta e sanno prima come ci si arriva e poi come ci si rimane. Lui e Martin, insieme a qualche altro veterano che arriverà dal mercato, dovranno essere i Gandalf pronti a condurre la propria Compagnia dell’Anello (in questo caso non a distruggerlo ma a conquistarlo).

“Dato che sono un duro non mi aspetto di piacervi, ma più mi odierete, più imparerete.”
Sul Karl-Anthony Towns ci sarebbe da aprire un capitolo lungo quanto questo articolo, e già pensiamo di avervi tediato fin troppo. Il tiro dalla media è incerto ma migliorabile e comunque efficace, così come l’istinto ad andare dritto per dritto nei momenti di difficoltà, ma tutto il resto è un’ira di Dio: l’incursione in area con appoggio al tabellone è sulla lista per entrare nel patrimonio mondiale dell’UNESCO, le finte all’altezza dello smile diaboliche, la velocità di rilascio e di movimento quicksilveresca e puntuale il tempismo dell’apertura dopo la rollata. Difensivamente, poi, è una cassaforte: un lungo elastico che si mette sulle linee di passaggio, braccia che si muovono come tentacoli anche all’indietro, è rapido nel cambiare sul piccolo e ci si accoppia senza andare nel pallone, se salta sulla finta (mal comune) dell’avversario ci torna sopra e, più in generale, per come muove le braccia ricorda molto un macaco che in fase di arrampicata sugli alberi. Insomma, un nubifragio già ora che potrà diventare un uragano sotto la direzione di un coach didattico come Tom Thibodeau.
E questo era solo il quintetto potenzialmente titolare, perché dalla panchina, oltre al già citato KG si alzano nell’ordine Rubio, che porta raziocinio nella manovra ma paga ancora lo scarso rapporto con lo score, Bjelica, la cui scuola serba fatta di fondamentali naturali e versatilità si riconosce lontano un miglio da bendati, e poi il trattamento di palla e il cambio di passo fulmineo di Tyus Jones e l’atletismo vigoroso e le acrobazie di Muhammad per il back court, la dimensione dentro-fuori di Payne e quella difensivamente e offensivamente centripeta di Dieng. A tutti loro andranno aggiunti quei veterani (quanto veterani è però ancora da stabilire) che arriveranno dal mercato e il talento tarantolesco e accelerato di Kris Dunn, se non verrà scambiato con Jimmy Butler come si sussurra, il quale rientrerebbe nei veterani di cui sopra ma con il vantaggio di avere scritto solo 27 sulla driving licence.
Tirando le somme, ce n’è che ce n’è, per tutti i gusti più uno, e allora, perché non sognare? Perché non dirci che gli Spurs con l’età media da INPS, i Warriors che dovranno resistere alla tentazione di scannarsi a vicenda per il trauma psicologico post gara-7, i Thunder dell’eterna diatriba KD-RW e con una rosa non chilometrica e i Clippers che…beh, sono sempre i Clippers, perché con tutto questo non dirci che sì, in fondo Minnesota tra le contender può anche starci bene? In fondo coach Thib è il primo conscio che il lupo è la forza del branco e il branco è la forza del lupo, e il riferimento è ovviamente deliberato. Poi oh, se sarà l’ennesimo anno perdente e/o di transizione avrete tutto il diritto di riderci dietro, non siete i primi e non sarete gli ultimi. Chi scrive ritiene che ci sia più gusto a fare un vaticinio azzardato, a puntare sul cavallo a cui magari credono pochi, non fermandosi a ciò che è ma scommettendo su ciò che potenzialmente sarà. Se come diceva coach P i pronostici li azzecca solo chi non li fa, tanto vale essere creativi.

