Home NBA, National Basketball AssociationClippers, c’era (e ci sarebbe) una svolta…

Clippers, c’era (e ci sarebbe) una svolta…

di Luigi Ercolani
Paul-Griffin-Jordan

Quello che sorprende da sempre dei Clippers è la loro capacità di non sorprendere, di essere sempre uguali a sé stessi, di non abbandonare mai quella lunga tradizione che li vede crearsi dei problemi da soli quando ci sarebbero tutti i presupposti per fare bene. Neanche Doc Rivers, una delle menti cestisticamente più fulgide della NBA, al momento è riuscito a invertire la tendenza. Nonostante il carisma, l’esperienza, l’intelligenza, l’equilibrio di Doc, i Clippers sono rimasti fedeli alle proprie consuete usanze. Se introduciamo la frase “Mai come quest’anno ci sono i presupposti per invertire la rotta” la vostra reazione sarà la stessa che ha l’autore di questo articolo mentre la pensa e scrive: “Questa l’ho già sentita”. Comprensibile, d’altra parte si tratta pur sempre dei Clippers, qualunque scetticismo è puramente fisiologico.

Play e coach

Play e coach

Eppure…. Eppure segnali neanche troppi invisibili che stanno arrivando ci farebbero pensare positivo, perché non è scientificamente provato da nessuna parte che la svolta non debba arrivare, prima o poi, insistendo sulla buona strada. “SI – PUÒ – FARE” avrebbe esclamato un Frederick Frankenstein evidentemente emozionato. Perché sì, perché quest’anno si può fare davvero, perché ad Ovest le principali avversarie stanno perdendo terreno a fronte di un arricchimento degli arsenali ad Est. Esagerazione? Mica tanto: i Thunder hanno sostanzialmente perso  metà del proprio attacco, Wolves e Lakers garriscono nel loro talento rampante ma ancora hanno i denti da latte, i Blazers fanno le nozze coi fichi secchi (escluso Lillard, ça va sans dire) e arrivano dove possono, i Mavs sono in fase di ringiovanimento e gli Spurs stanno affrontando l’unico avversario che nemmeno Popovich può battere nella Finals, ovvero il Tempo, e ora come ora hanno un organico ridotto veramente all’osso. Tra i Clippers e le prime finali della loro storia (sì, lo abbiamo scritto, e non abbiamo fatto uso di sostanze psicotrope) al momento di mezzo ci sono i Warriors solamente, e la compagine della Baia avrà un bel da fare per metabolizzare l’arrivo di un Durant che dovrà trovare spazi e tempi con Curry e Thompson. In tutto questo bailamme, i losangelini storicamente più fragili sono… rimasti uguali a sé stessi, come si diceva in fase di apertura, ma in questo caso con accezione positiva. Paradossalmente, dunque, la svolta potrebbe essere il sostanziale immobilismo. 

Doc Rivers può contare su meccanismi già oliati, uno zoccolo duro di conferme che nel momento del dunque potrebbe fare la differenza. Chris Paul in regia è certezza di pulizia tecnica, visione di gioco, generosità e alla bisogna punti nelle mani che lo rendono un esemplare unico in circolazione, una bestia mitologica che di là dall’Oceano sembra sull’orlo dell’estinzione, con peraltro pessime influenze anche in area FIBA. Le presunte critiche sulla mancanza di mentalità da vincente, accusa che torna sempre buona quando non si sa cosa scrivere, non devono scalfire uno che non alza la voce ma che lavora sodo perché sa che è l’unico modo per avere successo, e se non dovesse arrivare il tanto agognato vorrà dire che gli altri saranno stati più bravi, pace e bene fratelli. Accanto a lui, J.J. Redick si è guadagnato a ragione la fama di cecchino, Blake Griffin è il solito armadio a quattroante veloce, coordinato e dal polpastrello sensibilissimo, e DeAndre Jordan… beh, è DeAndre Jordan, nel senso che non ha nessuna delle qualità del compagno ma in compenso nei pressi del canestro (suo o avversario in egual misura) è semi-impossibile vederlo coi piedi a terra. A completare il quintetto ideale (non quello iniziale, badate bene), uno tra Paul Pierce, che ancora in termini di creatività e varietà di soluzioni rimane un mammasantissima, e Luc Mbah A Moute, affidabile nella conclusione da fuori, abile nell’andare spalle a canestro (anche partendo in movimento dalle tacche) e titolare di un rimarchevole repertorio di finte.

Il quintetto dei Clippers

Il quintetto dei Clippers

Le risorse che giacciono in panchina non sono di meno rilievo. In ordine sparso Doc Rivers può permettersi di pescare il ball handling e il range infinito di Jamal Crawford, il controllo dl corpo e il palleggio in esitazione dello sgusciante figlio Austin e il tiro dall’arco di Wesley Johnson e C.J. Wilcox. In più, l’unico rinforzo al momento significativo va a puntellare il reparto dei lunghi: trattasi di Marreese Speights, dotato un ragguardevole raggio dalla media e dal gomito, e di un fisico imponente ma mobile. Non è stato raro vederlo mettere palla per terra in area, o ricevere nel pitturato durante un gioco alto-basso, e malgrado i movimenti non siano esattamente fluidi risultano parimenti efficaci. Magari ci sarà qualche movimento per consolidare la front line, ma potrebbe anche essere che coach Rivers decida di firmare e lanciare i giovani Brice Johnson e Diamond Stone per coprire le spalle ai propri lunghi.

Possiamo quindi dire che per i Clippers è un momento cruciale per puntare all’anello, o almeno alle Finals? Sì, possiamo, e se riusciranno a superare tutte le incognite legate alla tenuta mentale potranno davvero arrivare in là, seguendo magari l’esempio di quei Dallas Mavericks che condividevano la stessa nomea di squadra senza mentalità da vincente. Etichette che lasciano il tempo che trovano, ma non per questo meno fastidiose da sentirsi appiccicate addosso. Insomma, cari Clippers, ci sarebbe una svolta…

 

 

 

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