Home NBA, National Basketball AssociationNBA Passion AppUn tuffo nel mare dei mattoni: perché i lunghi faticano a tirare i liberi

Un tuffo nel mare dei mattoni: perché i lunghi faticano a tirare i liberi

di Jacopo Martini

Traduzione tratta da un articolo di Tom Haberstroh per espn.com

Steph era tornato.

Dopo sei minuti e due secondi dall’inizio di gara 4 della serie tra Golden State e Portland, Stephen Curry usciva dalla panchina per giocare la sua prima partita dopo due settimane, causa infortunio al ginocchio. Sembrava che fosse tornata la luce dopo un improvviso black-out. I Warriors erano sotto 16-2, persi e intrappolati nello splendido giro-palla allestito dai Blazers. Ed ecco che torna l’MVP, che fa tornare la luce.

Curry si prende la scena a metà del secondo quarto, aiutato da Klay Thompson che ruba palla, corre per il campo e lancia un leaner oltre Mason Plumlee. Canestro. Golden State sotto di 9.

Il terremoto scatenato dall’infortunio al ginocchio, e l’ansia che aveva generato nella Lega, era storia. Tutto ciò che Curry si portava sulle spalle, la cavalcata dei Warriors alle Finals, gli ascolti TV, la rivoluzione del gioco che Golden State stava mettendo in atto, era salvo. Steph era pronto a esplodere.

Fino a che… appena prima dell’inizio del Curry-show, Al-Farouq Aminu, ala dei Trail Blazers, mette la sue lunghe braccia intorno a Andrew Bogut: fallo intenzionale al peggior tiratore di liberi della squadra: una merdina nella splendida ciotola del “Curry’s comeback”.

All’unisono con il lamento sui social media, Bogut (55.8% di liberi messi a segno in carriera) sbaglia malamente il primo (to brick, letteralmente mattonare, traducibile con: tira un mattone) e mette il secondo. Un minuto dopo, i Blazers gli fanno ancora fallo. E poi anche una terza volta.

Steve Kerr, appena nominato Coach of the Year, per rifarsi ordina di far fallo su Moe Harkless, un tiratore di liberi da 58.9% in carriera.

“La regola più stupida dell’NBA” avrebbe poi detto Kerr, secondo Jason Quick, reporter di CSNNW. “La gente paga 8.000 dollari per vedere questo”.

I fan pagano per vedere i migliori giocatori del mondo, diceva Steve Kerr, e invece stavano guardando un bruttissimo gioco disegnato dai coach delle due squadre, che rende la partita terribile.

I lunghi che faticano dalla linea del tiro libero sono ormai uno dei difetti che caratterizzano l’NBA, e sta diventando virale. Non perché i giocatori tirino i liberi peggio di come abbiano mai fatto, ma perché i coach sono più sofisticati e strategici, e qualcuno dice anche meno “cavalieri”. Questa stagione, il pubblico è stato costretto ad assistere a circa 450 liberi tirati da alcuni dei peggiori tiratori della Lega.

 

Recentemente, il commissioner Adam Silver ha annunciato che è stato approvato il cambio di regolamento per dissuadere l’uso del cosiddetto “Hack-a-Shaq”, estendendo la regola vigente negli ultimi due minuti del 4° quarto agli ultimi due minuti di tutti i quarti, riducendo quindi il tempo a disposizione dei team per usare la tattica Hack-a-qualcuno. Di conseguenza, giocatori come Bogut otterranno 8 minuti di “protezione” invece che 2. Silver ha anche aggiunto che spera che questa regola venga poi estesa per tutta la durata di una partita.

Nel frattempo, per tenere vive le partite, si può sperare che i big men migliorino le loro percentuali ai liberi, cosa che pare molto difficile. Tra le statistiche sportive più comprovate c’è quella che ci dice che i giocatori più alti di 2,05 metri, presi insieme, convertono solo il 72% dei tiri liberi a loro disposizione.

In mezzo a quel gruppo c’è anche un curioso trend: il 75% dei peggiori tiratori di liberi della storia dell’NBA è alto 2,05 m o più. Ma i peggiori tra loro sono anche stati tra i migliori giocatori della Lega: negli anni ’50 e ’60 Bill Russell, 2,08 m, tirava i liberi con il 56.1%; Wilt Chamberlain, 2,15 m, con il 51.5%. Ma ce ne sono altri: Shaquille O’Neal, Dennis Rodman, Tim Duncan, Alonzo Mourning, Ben Wallace, Horace Grant, Vin Baker, Dwight Howard e Blake Griffin sono stati tutti nominati All-Star in stagione in cui avevano convertito i liberi con percentuali inferiori al 60%.

Questo tipo di giocatori vengono spesso presi di mira dai coach avversari.

Kevin Durant, 2,05 m e 88% dalla linea della carità, a dicembre disse a Royce Young di ESPN: “Se non vuoi subire falli intenzionali, lavora sui tuoi cazzo di liberi”.

Sull’argomento è arrivato anche Reggie Miller, uno dei più grandi tiratori della storia e ora commentatore per TNT, che incalzato al Dan Patrick Show ha commentato dicendo: “Bisogna segnare i liberi. Manchi di rispetto a te stesso e anche a me, che abbiamo speso migliaia di ore in palestra a lavorare sul nostro tiro”

Più allenamento! Ha molto senso. Anche se, secondo chi è andato a ricercare la vera radice del problema, non è per nulla un buon consiglio.

La teoria preferita degli “aficionados” della palla a spicchi è che una palla da basket è relativamente piccola, e quindi difficile da controllare se si possiedono mani enormi. Il classico esempio: immaginate di tirare con una pallina da tennis.

Una buona argomentazione, fino a che non la si mette alla prova. Kawhi Leonard, che ha i palmi delle mani grandi quasi quanto quelli di Shaquille O’Neal, tira i liberi con l’87.4%. Arvydas Sabonis aveva le mani tra le più grandi dell’NBA, e tirava con l’80%.

Nonostante la scarsità dei dati renda impossibile uno studio approfondito che spazi tra le decadi, un’analisi di 118 giocatori, basata sulla grandezza delle loro mani misurate durante il draft combine, che hanno tirato almeno 100 liberi in carriera ci conferma che la taglia delle mani non è un fattore significante nel predire la percentuale di successo nei liberi.

Andrew Nicholson ha le mani più grosse nel database, ma l’ala dei Wizards ha tirato i liberi con il 78% in carriera. Michael Carter-Williams, invece, ha le mani più piccole in proporzione alla sua altezza, e li tira solamente con il 69.2%.

Rick Pitino è un convinto sostenitore della teoria “mani grandi-palla piccola”, ecco perché la scorsa estate ha studiato su YouTube il “granny shot” di Rick Barry, si è allenato in palestra fino a convertirne circa l’80% ed ha insegnato la tecnica al suo centro titolare Chinanu Onuaku.

Dopo che Pitino e il suo staff lo hanno allenato, Onuaku ha visto la sua percentuale ai liberi salire dal 46.7% del suo anno da freshman al 58.9% della passata stagione.

“Non mi interessa quello che pensa la gente”, ci ha detto lo stesso Onuaku al telefono “mi interessa che la palla vada dentro”.

A giugno, i Rockets hanno scelto Onuaku alla 37 del draft, facendolo diventare, probabilmente, il primo giocatore a tirare i liberi “da sotto” dopo decenni.

“Se fossi ancora un executive, chiamerei subito Rick Barry per insegnare ad Andre Drummond, Dwight Howard o chi per essi il granny shot”, ha detto Pitino “Anche se io ho imparato da solo”.

 

Comunque, il guru delle ricerche Michael Beuoy di Inpredictable.com, ha trovato altre spiegazioni possibili per le scarse percentuali ai liberi, tolta la grandezza delle mani. Con un tuffo profondo nei milioni di dati generati dalla tecnologia SportVU, Beuoy ha scoperto che i giocatori alti tendono ad avere parabole di tiro più alte, il che significa che la palla arriva al ferro come se fosse stata tirata da più in alto, e quindi più velocemente. I liberi di Nowitzki arrivano al ferro ad una velocità di circa 6,09 m/s, quelli di Irving a 5,8 m/s.

Ovviamente ciò non conta se il tiro è perfetto. Ma se dovesse prendere il ferro, come spesso succede, il tiro di Nowitzki rimbalzerebbe sul ferro con più forza di quello di Irving. E nella pallacanestro ci sono parecchi tiri che entrano dopo aver dolcemente rimbalzato sul ferro, molti che escono per un rimbalzo poco “felice”.

Beuoy ha anche scoperto che i big men sono molto disorganizzati quando hanno la palla in mano per tirare i liberi. La posizione di partenza, il punto di rilascio, la velocità, l’angolo della palla e come essa si stacca dalla mano… i tiratori migliori hanno pochissime variazioni in queste cose, i giocatori più alti parecchie, e i tiratori peggiori moltissime.

In altri termini, la ricerca  di differenze fisiche tra tiratori alti e bassi ha fatto scoprire che la vera differenza non è per niente da ricercare nella fisicità.

 

Fare buca a golf è un atto simile a quello che potrebbe essere il tirare un libero. Essenzialmente, si tratta di stare davanti ad un pubblico, mirare e muovere il corpo attentamente, in modo sinuoso.

La bravura sta nel riuscire a fare un dato movimento e replicarlo in qualsiasi circostanza. E l’allenamento è notoriamente quello che ci aiuta a raggiungere questo obiettivo.

Ma non è la stessa storia per tutti, in ogni momento. Molti ottimi giocatori, da Tom Watson a Sergio Garcia a Johnny Miller a Ben Hogan fino al celebre Bobby Jones, hanno visto girare le cose male, molto male, sul green, più o meno perché qualche rumore molesto era arrivato alle loro orecchie.

Ernie Els ha vinto 4 major, e dice anche di aver fatto 8 buche in un colpo solo in carriera. È anche quinto nella lista all-time dei guadagni derivanti dai tornei. Però, nel primo green del Master di quest’anno, gli ci sono voluti sei putt per centrare il fondo della buca, partendo da neanche 2 m di distanza.

Nel golf questi spiacevoli eventi vengono chiamati “yips”. Sono studiati da anni, non solo per il golf, ma per tutto: baseball, freccette o addirittura concerti di pianoforte.

 

Uno che studia questo tipo di eventi è Chris Cassidy. Ha 46 anni ed ha preso una laurea alla Naval Academy e una al MIT. È stato un cecchino dei Navy SEAL per 10 anni e anche un astronauta che ha fatto il record di camminata nello spazio. Ora è a capo del programma degli astronauti della NASA, e si occupa di selezionare e allenare le nuove reclute. Si dice anche che Cassidy sia l’essere umano più allenato nella storia degli Stati Uniti.

È anche un fan dell’NBA e vive a Houston, epicentro del fenomeno “Hack-a” grazie alla presenza di Dwight Howard, che però ha firmato per Atlanta quest’estate, e del centro di riserva Clint Capela. Quando è arrivata la notizia della scelta di Onuaku, Cassidy era molto eccitato. Ma l’ex-astronauta ammette: “Da tifoso, voglio solo vederli vincere”.

Il pensiero di Cassidy sui lunghi che sbagliano i liberi ha poco a che fare con l’essere alti e molto a che fare sul come la gente ottiene posti di lavoro tramite una competizione: “Ci sono 18.000 domande per 10 posti, e ci sono moltissimi ottimi candidati là fuori”, dice Cassidy di chi sogna di diventare un astronauta. “Sta tutto nelle mani mie e di un altro ragazzo. E i fattori che decidono chi passa e chi no sono davvero, davvero minimi. Cose quasi insignificanti”.

Per informazione di Cassidy, il tipo che ha battuto quando è diventato astronauta aveva un’allergia ad un cibo. Sì, una banale allergia.

 

Lezione: ogni debolezza può condannarti in un campo così competitivo. Così, un giocatore NBA di 1,80 m è come un astronauta. Per differenziarsi da milioni di giocatori della stessa stazza che vorrebbero giocare in NBA, deve essere forte, mentalmente e fisicamente, ed anche eccellere in qualsiasi cosa ci voglia per avere una meccanica di tiro replicabile facilmente, ed efficacemente.

Se sei scarso ai liberi e sei 2,13 m? Beh, hai sempre un’ottima chance di giocare in NBA, semplicemente perché non ci sono molti uomini alti 2,13 m al mondo. Nel suo libero del 2011 “Il gene dello sport”, David Epstein ha stimato, basandosi sui dati del governo americano sulla popolazione, che il 17% di tutti gli americani tra i 20 e i 40 anni, alti 2,13 m o più, giocano in NBA.

“Il bacino di chi è alto più di 2,13 m è molto piccolo, e non devono essere per forza ottimi tiratori di liberi”, ha detto Cassidy. “Ma sono sicuro che questi, da quando erano alle medie, si mettono in palestra a tirare i liberi, ma ciò non li fa migliorare. Quindi, dev’esserci qualcos’altro”.

 

Alla fine delle partite punto a punto, quando i tifosi della squadra di casa urlano come pazzi per distrarre la squadra avversaria quando tirano i liberi, e sono invece silenziosi quando li deve tirare la loro squadra, è un grosso vantaggio per la squadra di casa… giusto?

Non così tanto. Secondo una ricerca presentata da Justin Rao e Matt Goldman alla MIT Sloan Conference del 2012, è la squadra di casa che vede diminuire la sua percentuale ai liberi.

Figlio di uno psicologo, Rao dice che è il desiderio di mettere il tiro e far felici i fan che forza alcuni giocatori nel mettere uno sforzo in più, e anche più concentrazione, un po’ come Els ai Master. E questo sforzo “cosciente” può mandare tutto all’aria.

I Rockets tracciavano i liberi di Howard, e in palestra tirava con percentuali superiori al 70% secondo una fonte interna al team, mentre in partita la scorsa stagione ha tirato con il 48.9%. Un gap di quasi 30 punti percentuali.

Stan Van Gundy dice che Drummond in allenamento tira i liberi con il 65%, ma in partita li tira con il 35.5%, che è ancora un gap di 30 punti.

“Se questi ragazzi segnano di più in allenamento che in partita”, ha detto Rao, “è colpa della psicologia”.

“Quand’è l’ultima volta che hai bevuto da una tazza?”. Il dottor Christian Marquardt è al telefono, e mi ha fatto quasi sputare, perché sicuramente non poteva sapere che lo stavo facendo proprio in quell’istante. È un affermato psicologo dello sport che studia le cause neurologiche degli yips alla Science and Motion a Monaco di Baviera.

Gli ho detto che avevo appena fatto un sorso.

“Ci hai fatto attenzione, ci hai pensato su? O hai solo bevuto?”
Nessun pensiero.

“Ora, immagina che sia completamente piena di un liquido caldissimo. Non vuoi rovesciarlo. Improvvisamente ti comporterai in modo diverso.”

Ha ragione. Pensieri su come sto tenendo la presa, il movimento preciso del mio braccio, l’angolo che forma la tazza sulla mia bocca…

“Perché”, mi spiega, “hai iniziato a pensare alle conseguenze del fallimento”.

Ecco come Marquardt ha iniziato la nostra conversazione sui lunghi che sbagliano i liberi. Non ha studiato questo problema in particolare, ma ha speso circa una decina d’anni investigando nell’anatomia degli yips, studiando oltre 250 golfisti amatori e altri professionisti usando la sua tecnologia SAM PuttLab.

Marquardt non è convinto che la “selezione naturale” porti i big men a sbagliare i liberi. Dice che il cuore del problema è profondo, giù nelle radici neurologiche.

Gli yips, spiega Marquardt, non sono meccanici. Vanno via se si elimina il rischio percepito. Togli la pallina e i golfisti fanno lo swing normalmente. Ma lo yip ritorna appena si rimette la pallina sul green.

Possono anche essere dipendenti dalla distanza. Putt da 2 m? no yips. Putt da 1,80 m? no yips. Putt da 1,50 m? yips.

“E poi diventa ancora più strano se, ad esempio, cambi tipo di pallina” dice Marquardt. “Se metti un magnete sotto la palla per non farla muovere cosa succede? Niente yips”.

Come scritto in un articolo apparso sul New Yorker nel 2014, Marquardt vede questo strano fenomeno anche su pianisti, alcuni pure rinomati, che soffrono di distonia focale, una disfunzione di un arto o di un’articolazione, particolarmente nelle mani. Se si toglie il pianoforte, le loro dita tornano in vita. Qualcosa sul compito in sé palesa la disfunzione.

“Se sei in una situazione in cui devi svolgere un compito che richiede precisione, nella tua testa penserai: ‘Come posso farlo? Come posso essere più preciso?’. E poi aggiungi le conseguenze. Se fallisci, otterrai uno scenario diverso”.

Ah, già. Il caffè bollente. Si è capito che il problema non sono i tiri liberi. Il problema sono i tiri liberi durante le partite, che causano gli yips nella pallacanestro.

 

DeAndre Jordan è uno dei migliori giocatori dell’NBA, e ciononostante il centro dei Clippers passa lunghi spezzoni di partita in panchina così che gli avversari non lo mandino intenzionalmente in lunetta. Lui ha detto che tira centinaia di liberi al giorno… inutilmente. La percentuale ai liberi di Jordan nelle ultime 4 stagioni (41.4%) è peggiore di quella delle sue prime 4 stagioni (44%).

“Penso solamente: ‘Ok. Non fare un cazzo di airball’”, ha recentemente detto al suo compagno JJ Redick nel podcast che quest’ultimo tiene su The Vertical. “Dai, non puoi fare un airball. Non farlo, e andrà bene. Non voglio andare su Shaqtin’ A Fool”, ha continuato Jordan, riferendosi alla rubrica settimanale in cui Shaq prende in giro i giocatori per i loro errori.

Ed ecco che è chiara la conseguenza del fallimento: l’umiliazione da parte del tuo idolo, trasmessa in tutto il mondo.

“Tutti ti guardano”, aggiunge Jordan, “Ci sono molti momenti in cui sei ‘osservato’ durante la partita. Ma durante i liberi la partita è ferma, e tutti si concentrano al 100% su di te.”

 

L’umiliazione può essere un deterrente molto potente. Il 2 marzo del ’62, Wilt Chamberlain segnò 100 punti facendo registrare un 28 su 32 ai liberi. Nel suo podcast che tratta di storia, l’autore Malcolm Gladwell ci fa notare che Chamberlain sbagliò solo 4 liberi su 32, quella sera, tirando “da sotto”. Dopo una stagione in cui convertì il 61.3% dei tiri dalla lunetta, career-high, la stagione successiva Chaimberlain tornò a tirare i liberi “normalmente”.

Gladwell fa questo esempio per dimostrare perché alcune persone scelgono in modo sbagliato nonostante sappiano cosa sia meglio per loro. Ha recentemente intervistato Rick Barry, che ha raccontato che provò a convincere Shaq a cambiare tecnica di tiro. Quest’ultimo, però, rifiutò, dicendo: “Preferirei tirare con il 0%, piuttosto che tirare da sotto”.

Gladwell afferma che questo fattore “umiliazione” spinse Chamberlain ad abbandonare il “granny shot”.

“Mi sentivo stupido, un po’ una femminuccia, a tirare da sotto”, scrisse Chamberlain nella sua autobiografia. “So che mi sbagliavo, ma proprio non riuscivo a farlo.”

In pratica, Chamberlain sentiva che era più umiliante riuscire sembrando stupido, piuttosto che sbagliando ma in un “fico”.

 

Howard nella sua stagione da rookie fece il 67.1% dei liberi, ma è andato in peggioramento con il progredire della sua carriera, fino al career-low del 48.9% dell’ultima stagione. Nonostante affermi che ultimamente si stia allenando più che mai, dice anche che più si allena, più peggiora.

“Fa pensare di più”, ha aggiunto.

Howard si ricorda anche che una volta, quando giocava ai Lakers, mise 465 liberi su 500 in un allenamento. Concluse quella stagione con il 49.2%.

“E per le successive 2 o 3 partite ci ero veramente ‘dentro’”, ci ha detto ancora Howard. “Ma poi ho iniziato a pensarci troppo, e ho iniziato a sbagliare. Stavo lavorando sodo per non sbagliare, e invece sbagliavo sempre.”

“Tirare i liberi è una questione puramente di testa. In allenamento, non sbaglio. Durante il riscaldamento, non sbaglio. Quando entro in partita, sento la gente che dice ‘Sbaglierà’, e ciò mi entra in testa.”

Come Jordan, anche Howard soffre della fobia da Shaqtin’ A Fool. E l’Hack-a-Shaq non fa altro che peggiorare la situazione.

“Data la grande attenzione che gli si riserva, questo nostro difetto è stato esposto al cospetto del mondo intero”, ha continuato Howard. “Ci sono bambini ai miei camp estivi che mi dicono ‘Mio padre dice che fai schifo ai liberi’. Anche gli altri giocatori hanno difetti, ma non sono ingigantiti come i liberi.”.

Quando era a Orlando, agli inizi della sua carriera, Howard assunse un psicologo che aveva lavorato anche con Tiger Woods. Ha anche provato a cantarsi delle canzoni in testa per scacciare via i pensieri.

“Cantavo le canzoni di Beyoncè”, ha detto Howard. “Gliel’ho anche detto quando l’ho vista. Le ho detto: ‘Quando canto le tue canzoni segno i liberi’. Sembrava lusingata.”

 

Rick Ankiel poteva sentire il sangue scorrergli in testa. L’allora ventenne, fenomeno dei St.Louis Cardinals, non sapeva che stava soffrendo di un esaurimento mentale durante una partita di MLB nel 2000.

“Ho fatto un lancio che non era abbastanza verso destra, e poi tutto ha iniziato a crollare.”

Ankiel è passato da uno dei più famosi casi di yips nello sport. Dopo una stagione che gli fece guadagnare il secondo posto nella classifica di rookie dell’anno, improvvisamente si dimenticò come si lancia una pallina. In un inning fece 5 Wild Pitches, il primo a farlo da Bert Cunningham nel 1890.

Passò i successivi anni nelle minors, combattendo contro infortuni e altri problemi. La crisi divenne così profonda che cambiò posizione, tornando nelle majors come power-hitting outfielder.

Ankiel non segue l’NBA, ma è solidale con i giocatori che subiscono l’Hack-a-Shaq e che faticano a trovare il fondo della retina. Quando cominciò la sua crisi, i suoi pensieri fluivano di domande sulla meccanica. Dov’è il tuo punto di rilascio? La posizione del gomito è giusta? C’è il giusto attrito? Perché diavolo non riesci a lanciare?

Alla fine, le sue mani era come se si fossero intorpidite.

“Non capivo neanche cosa stesse succedendo”, ha detto Ankiel. “Non riuscivo a sentirmi la palla tra la mani. Avevo perso il tocco.”

Ankiel tornò al monte di lancio per un breve periodo nel 2004, ma gli ci vollero anni di consulenza del celebre psicologo dello sport Harvey Dorfman, che aiutò anche i vincitori del Cy Young Greg Maddux e Roy Halladay.

Sentito del pensiero di Jordan “Non fare un cazzo di airball”, Ankiel ha riso: “Non sto ridendo di lui, sto ridendo con lui perché so come ci si sente. Ci sono passato anche io. Harvey mi ha insegnato che mi devo ripetere quello che voglio fare, non quello che non voglio fare.”

Ciò perché la mente passa oltre questi paletti verbali e va dritto a visualizzare le immagini che non si vorrebbero vedere. Ankiel si ripeteva che non voleva lanciare nella sabbia.

“Se ti dico ‘Non pensare ad un elefante rosa’, cosa vedi?”, ha aggiunto.

“Esattamente.”

“Se mi dico di non fare un cazzo di airball, l’immagine che vedo è quella di un cazzo di airball. La mente non sa come processare questo tipo di messaggi.”

Ad oggi, Ankiel è l’unico giocatore nella storia della MLB, insieme a Babe Ruth, a vincere 10 partite come pitcher e a fare 50 home-run. Prima di re-imparare a come portare a termine un semplice compito, Ankiel ha dovuto re-imparare a come pensare. L’allenamento ha poco a che fare con ciò.

“Ero una di quelle persone”, ha concluso Ankiel, “di quelle che si allenano troppo.”

8 km lungo Carnegie Avenue, nel centro di Cleveland, è tutto ciò che separa l’ufficio di Brooke Macnamara dalla Quicken Loans Arena, dove i giocatori dei Cavaliers segnano centinaia di tiri prima di ogni partita. La Macnamara è una psicologa ricercatrice alla Case Western Reserve University, dove ha speso gli ultimi anni a studiare il reale valore di tutti questi tiri in allenamento.

La sua ultima ricerca, pubblicata a maggio sul giornale Perspectives on Psycological Science, si concentra sulla regola delle 10.000 ore, una teoria resa popolare dal libro “Outliers” del già citato Gladwell. Questa regola afferma che per padroneggiare una qualsiasi abilità ci vogliono, tra le altre cose, 10.000 ore di allenamento.

Ciò che ha scoperto la Macnamara è che l’allenamento deliberato tra gli atleti di livello nazionale, internazionale o olimpico, spiega solamente una varianza dell’1% delle prestazioni. Una volta che si arriva ai livelli più alti, più ore in palestra non portano necessariamente a risultati migliori.

“L’allenamento non è così importante come si pensa”, ci ha detto. “L’allenamento è sopravvalutato.”

Si è appellata anche ad uno studio del 2007 che mostrava come i giocatori di scacchi necessitino da un minimo di 3.000 ore fino ad un massimo di 23.000 di allenamento per raggiungere alti livelli. Anche tra giocatori di livello medio, l’allenamento deliberato porta ad una varianza delle prestazioni solamente del 18%.

“Penso che sia in linea con il sogno americano: lavorando duro e con determinazione, puoi diventare quello che vuoi”, ha aggiunto la Macnamara. “La gente lo percepisce come un messaggio positivo e ispirante.”

 

Il dottor Christian Marquardt afferma che, per alcuni atleti, l’allenamento non è assolutamente la risposta. O perlomeno, non lo è se il problema sono le critiche ricevute dal pubblico.

“Pensi ‘Ok, tiro i liberi con l’85%’, e torni in partita e ci pensi ancora più spesso se la prestazione cala. E ciò ti fa rimuginare ancora di più. E inizi a pensare ‘Cosa cacchio sta succedendo?’”.

La mente di un giocatore di basket è allenata alla reazione. In qualche modo, segue la legge di Parkinson, che dice “Il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo”. Durante un’azione, si prendono decisioni in millisecondi. I liberi arrivano dopo un minuto o quasi in cui si ha avuto il tempo di pensare. I pensieri si allargano, come un gas, per riempire lo spazio.

“A volte più sei in partita, peggio è se hai tempo per pensare”, ha detto Marquardt. “Stando in lunetta, la tua mente inizia ad agire con coscienza. Ma durante le fasi di gioco non sai realmente cosa sta succedendo perché ci sono un sacco di cose che accadono. Non c’è tempo per pensare.”

Il pubblico fischia, l’ansia aumenta e il giocatore conclude pensando che deve allenarsi di più per migliorare. Ma segnare un alto numero di liberi in allenamento può solo portare un effimero senso di successo. Marquardt la chiama “illusione di imparare”.

“Questo è un malinteso”, ha detto. “L’allenamento non rende perfetti. L’allenamento mantiene alto il livello.”

 

Pensate a come era l’atteggiamento di Reggie Miller. O com’è quello di Steph Curry. Avete mai pensato che a loro importi davvero se piacciono, o piacevano, alla gente?

Pensate poi a DeAndre Jordan, che essenzialmente spera che nessuno lo prenda in giro.

In qualche modo si dovrà anche capire quale sia il lavoro più utile da svolgere per risolvere i problemi. Quando si tratta di tiri liberi, è meglio accettare i fallimenti e imparare a non temerli.

 

Ed è qui che entrano in gioco i cecchini. Come i giocatori di basket, i cecchini lavorano in un ambiente molto “attivo”, e nella confusione devono portare a termine un compito che richiede calma e concentrazione.

Per farlo, questi tiratori scelti sincronizzano lenti respiri con la bassa frequenza cardiaca. Lo chiamano “breathing down”, e una volta che si è calmi, si ha circa un secondo e mezzo prima che la mente riprenda il controllo, mettendo a repentaglio la buona riuscita del compito.

“Devi controllare il tuo respiro, così se premi il grilletto  il fucile non ondeggerà al ritmo del battito cardiaco”, ha spiegato Cassidy.

 

Marquardt suggerisce di lavorare su un “processo di decelerazione”, ad esempio con tecniche di rilassamento per calmare il sistema nervoso, prima di tirare un libero. Concentrarsi sulla respirazione e sull’abbassare il ritmo cardiaco aiuta a diminuire lo stress e l’ansia. Pensare al processo, non alle conseguenze.

“Ovviamente bisogna allenarsi come delle bestie per diventare grandi atleti”, ha aggiunto Marquardt. “Ma ci si deve allenare nel modo giusto. Bisogna imparare ad imparare.”

 

Cassidy passa giorni interi a visionare alcuni dei più abili lavoratori negli Stati Uniti portare a termine compiti difficilissimi per il programma spaziale, ma a volte pensano troppo e si mettono nei guai. Dice che devono allenare situazioni del tipo: “Sto lavorando su questo e quello, ora; urca, di là ho perso potenza, ora quella è la cosa più importante da fare. E inizi a lavorare su tutte e tre le cose, e devi riuscire a gestirle al meglio.

Mantenere sempre la consapevolezza, mentre gli eventi si fanno mano a mano più strani e dinamici, è probabilmente l’attributo più importante per diventare un buon astronauta.”

Anche dopo mesi di allenamento, i suoi astronauti a volte perdono la capacità di afferrare un oggetto che gli gravita attorno nello spazio.

“Lo fai centinaia di volte, e improvvisamente, quando la gente ti guarda e ti giudica… Non è la 18° buca ai Master, ma ecco quando vediamo gli yips.”

Cassidy vede un parallelismo con chi tira i liberi in NBA, ma ha un trucco che ha imparato quando era un Navy SEAL per rilassarsi, e non ha nulla a che fare con le mani.

“Muovi le dita dei piedi”, ha detto. “È una tecnica che insegno ai miei allievi per le camminate spaziali. Se sei stressato e ti stai innervosendo, e afferrare oggetti diventa difficile, agita semplicemente le dita dei piedi. Ti rilasserà miracolosamente tutto il corpo. Funziona a meraviglia. Provatelo qualche volta.”

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