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Quella volta che volevano uccidere Jamal Crawford

di Raffaele Camerini

Quella volta che volevano uccidere Jamal Crawford

Molti giocatori NBA sono titolari di storie fuori dal campo che potrebbero fare benissimo da sceneggiatura per un best-seller Hardboiled o un film di Tarantino. Non è inusuale sentire di avvenimenti sbalorditivi accaduti ai campioni che osanniamo così tanto: ad esempio un vecchio giocatore anni 70/80, tale Marvin Ray Bates, addirittura si arruolò tra gli assassini di Amin Dada, sanguinario statista africano perfettamente rappresentato da Forest Whitaker in “L’ultimo re di Scozia”. Ma basta anche avvicinarci ai giorni nostri e rimembrare senza difficoltà alcuna le pistole di Gilbert Arenas e Javaris Crittenton o l’accusa di stupro occorsa a Ruben Patterson, tipino tutt’altro che ordinario che si soleva chiamare “The Kobe-stopper”.
Ovviamente l’estrazione sociale dal quale molti di questi giocatori provengono non aiuta ad avere una percentuale altissima di cittadini modello, ma va anche detto che le difficoltà passate non possono essere usate come scusa, così come non deve essere usata come scusa per giustificare il fatto che Lamar Odom sia andato in coma per un mix sbagliato di Alcool e Cocaina.
Gli errori come i lati oscuri li nascondono/iamo tutti, giocatori compresi, che rimangono sempre e comunque degli esseri umani tali e quali a noi, oscurità compresa.
Molte volte le storie hanno incontrato il fascino di una donna conosciuta casualmente e sono peggiorate insieme ad un aborto per evitare complicazioni maggiori o addirittura molto peggio, tipo un giocatore che più di tutti ha sempre cercato di stare lontano dalle telecamere e dalla vita patinata come Kobe Bryant, che ebbe quel tremendo scandalo in Colorado con un’accusa di stupro. A pensarci ora che Bryant fosse capace di una cosa del genere viene da ridere, a pensarlo allora veniva da ridere molto meno, fidatevi.

IL FATTACCIO

Il fattaccio ha come sempre un protagonista ed una storia trascinata dietro le scarpe. Questa storia viene fin da Seattle dove Jamal Crawford è cresciuto ed immolato a semi-Dio. Il fattaccio però non si svolge nella Città smeraldo, bensì nel ristorante One Sixtyblue di Chicago, localino piuttosto esclusivo per volere del proprietario che avete sicuramente sentito nominare anche se non siete pratici dell’arancia che rimbalza. Jamal Crawford è un giocatore dei Bulls, ha appena consumato il suo pasto e si intrattiene con altri signori nel privè a giocare a dadi e puntando forte ad ogni lancio. Il proprietario del ristorante è tale Michael Jeffrey Jordan, già piuttosto conosciuto nell’ambiente delle scommesse, il che porta a scommettitori professionisti, i classici “Gambler”, a frequentare volentieri il locale ed il privè in particolare. Proprio tra questi signori presenti nel piccolo spazio privato c’è un signore pelato ed un tizio con una faccia che non preannuncia nulla di buono.
Jamal è sotto.
Sotto pesantemente. Continua a puntare con l’intento di recuperare il denaro: “Finisci almeno in pari, Jamal!” Sta pensando, ma continua a perdere e perderà per tutta la sera.
Quando le prime luci dell’alba iniziano a fare capitolino, viene chiesto di saldare il totale: “Amico sono 1000 Benjamin..(100.000 dollari)! Come vuoi pagarmi?”
Anche se Jamal Crawford è un giocatore NBA piuttosto affermato, portare con se in tasca 100.000 dollari non è fattibile, ne tanto meno ritirarli al primo bancomat disponibile.
“Tranquillo, mi conosci, te li darò il prima possibile.” Il Gambler, rincuorato anche dal classico Entourage che queste giovini stelle si trascinano dietro insieme alle proprie storie, si mette l’anima in pace e si arma di pazienza.

IL SALVATORE

Passano i giorni e la nostra storia si sposta nell’uffico dell’agente di Jamal Crawford, tale Goodwin. Suona il telefono, Goodwin si affretta a rispondere e quello che la voce all’altro capo della cornetta rivela, gli rende il sangue gelido. Comincia a sudare, si guarda intorno e non ci crede. Decide di smorzare i toni, prendendo in mano la situazione: “Vabbè ma tranquilli, Jamal è un gran bravo ragazzo, vi pagherà appena potrà!”
“No bello, tu non hai proprio capito, se non vede questi soldi, lui lo ammazza! Questo è uno che non scherza!”
Siamo in un periodo dove ancora la stagione non è iniziata, Jamal non ha ancora tale liquidità disponibile e deve aspettare il primo stipendio dagli Chicago Bulls.
“Uccidere Jamal??? Ma è un giocatore NBA! Senti, dammi il numero di questo tizio, che ci parlo io!”
Come in tutte le sceneggiature americane, il classico vuoto fa capitolino proprio ora, come una porta che si chiude e che non lascia vedere o sentire ciò che avviene dentro la stanza.
Goodwin parla con lo scommettitore, mette giù un piano di pagamento che comprende un prestito di diecimila dollari da Michael Jordan, la vendita della sua nuova Mercedes e risolve la faccenda. I mille Benjamin vanno esattamente dove dovevano andare e nessuno si fa male.

 

Però, c’è una piccola cosa che abbiamo lasciato dietro le nostre scarpe: Vi ricordate che tra i signori presenti nel privè c’era anche un tizio pelato? Bene, perchè Jamal non era l’unico giocatore NBA. Con lui giocava a dadi un altro giocatore che però ha fatto la storia della NBA, che si è ritirato da poco e che è da sempre dipinto da tutti come il vero modello del professionista NBA ma che quella sera, pure lui, ha perso più o meno la stessa identica cifra, riuscendo però a saldare in tempo senza passare dalle minacce. In un film molto famoso tra gli appassionati di basket, gli altri personaggi lo chiamavano Jesus o Gesù, per tutto il mondo è Ray Allen.
Come vi ho detto all’inizio, gli angoli bui soggiornano in ogni persona al mondo. Anche nei professionisti NBA.
I crismi ci sono tutti, il libro potrebbe diventare anche avvincente oltre che vendere a bizzeffe, elementi che nella macchina editoriale non sempre vanno di pari passo.

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