Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsCleveland CavaliersStay together. Trust each other: Fenomenologia di un gruppo e teamwork

Stay together. Trust each other: Fenomenologia di un gruppo e teamwork

di Luca Sagripanti
LeBron James Sky Sport

Oggigiorno parliamo spesso di quanto siano importanti le star per le franchigie e di come il talento dei singoli conduca una squadra alla vittoria o alla disfatta.

In questi tempi dove l’ego viene valorizzato fino al malsano e dove il bene e l’ importanza dell’individuo ha scavalcato nell’ordine delle priorità quello della società, succede spesso, anche ai GM della NBA, d’inseguire l’ idea del giocatore franchigia come un’oasi nel deserto, anche a costo di rivoluzionare la squadra (di solito causa salary cap) pur di permettere l’ approdo della nuova stella cometa.

Sembra scontato dire che per arrivare a vincere c’ è bisogno di un leader carismatico, oltre che capace, che riesca a guidare gli altri e ad essere decisivo nei momenti più difficili, e forse un po’ scontato lo è. Ciò che invece è meno scontato è pensare che quei cyborg super atletici che vediamo alla televisione, in realtà, sotto sotto, sono esseri umani, e come tali provano emozioni e soprattutto creano legami all’ interno dello spogliatoio.

Nella foto la panchina Cavs

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco: i legami! E’ questo il punto che si voleva raggiungere.
Siamo tutti circondati da legami e sono quelli, molto spesso, a decidere della nostra gioia o della nostra tristezza, della nostra serenità o della nostra irrequietezza. I giocatori NBA non fanno eccezione. Quando il tuo lavoro ti porta a condividere buona parte della vita con altre persone, i rapporti che crei con queste diventano essenziali.
Entrando nello spogliatoio vedi sempre le stesse facce, ognuno con i propri interessi, ognuno con il proprio carattere. Alcuni li ami, alcuni li ami un pò meno, ma dopo un po’ impari a trattare con tutti.
Bene. Ora pensate a quanto frequenti siano le trade e gli acquisti nella NBA che vediamo tutti i giorni. Credo che sorga spontanea la necessità di una riflessione.

Non è un caso che ci siano rari esempi di squadre arrivate al titolo al primo anno di convivenza e molto spesso, i team con lecite aspettative di vittoria, sono composti da individui che quando non condividono una vera e propria amicizia nutrono almeno stima reciproca.
L’ ultimo esempio lo hanno offerto LeBron ed i suoi Cavs, che al primo anno con Love ed Irving insieme, hanno costretto Golden State ad una gara 7, ma nonostante il talento dei singoli non sono riusciti a portare a casa l’ anello (complici ovviamente anche i vari infortuni). A livello di gioco non decollavano, non si sentiva quella fiducia gli uni negli altri necessaria per fare un salto di qualità da ottima squadra a contender.
Certo si potrebbe ribattere che mancava Irving, pezzo non da poco, ma la differenza sostanziale che ha portato da un anello perso ad una rimonta da 3 a 1 in una situazione psicologica svantaggiosa, potrebbe trovarsi proprio nella conoscenza reciproca dei giocatori accumulata in due regular season ed i legami umani che fra loro si sono creati.

Prendiamo ad esempio, anche per motivi di comodità, proprio i Cleveland Cavaliers dopo il ritorno del prescelto.

LeBron torna a casa e malgrado il periodo non idilliaco che la squadra sta passando, in Ohio brilla già una nuova stella spuntata dal Draft 2011: Kyrie Irving.
Il primo anno è un anno di assestamento, l’ arrivo del King ha reso Cleveland una meta più interessante per i free agent e inseguendo il sogno di un Titolo NBA arriva anche Kevin Love, andando a completare quelli che poi sarebbero diventati i Big Three dei Cavs. Tutto sembra promettere bene se non fosse che il resto della squadra è un insieme di superstiti degli anni precedenti e amici del natio di Akron che però sono spesso in fase discendente (Shawn Marion, Mike Miller) o poco utili alla causa (James Jones) e comunque vedono molto poco il campo.
JR Smith ed Iman Shumpert arrivano a stagione inoltrata portandosi dietro i dubbi del loro recente passato e la difficoltà iniziale di adattamento. Ciò che ne risulta è una via di mezzo fra i vecchi Cavs, evidentemente senza un chiaro piano d’ azione ed in lenta ricrescita dopo ‘The decision’, ed i nuovi Cavs del ritorno di LeBron, che iniziano a far intravedere alcune delle idee sviluppate in seguito. Stagione che si conclude, complici gli infortuni illustri, con l’ anello ai Warriors di Golden State.
L’ anno seguente la musica cambia fin dall’ inizio. I Cavs si presentano subito come il Team di James e sembrano aver stabilito una gerarchia all’ interno dello spogliatoio (questo è il compito e la caratteristica fondamentale del leader). Nelle dichiarazioni pubbliche LeBron non fa che incoraggiare i compagni e condividere con loro la gloria, sprona Love e Irving ad alzare il loro livello di gioco ed inizia a distribuire assist come conigli da un cilindro magico. Il gioco dei Cleveland Cavaliers cambia, la palla è meno statica nelle mani dei fuoriclasse e circola di più, aumentando esponenzialmente il numero di buoni tiri da tre tentati e messi. Il record stagionale migliora, ai playoff vincono le prime due serie con un totale di 8 gare per 8 vittorie contro Detroit e Atlanta, superano Toronto in finale di Conference e si ritrovano di fronte Golden State per la rivincita.
La serie comincia male e dopo 4 partite il Cavs sono sotto per 3 a 1 ma mentre i Warriors, ormai sicuri del secondo anello, si perdono in egoismi individuali e superficialità, Irving, Love & Co. si presentano a Gara 5 con più spirito di gruppo e determinazione che mai. Ciò che esalta i fan di tutto il mondo è l‘abnegazione con cui quelli in maglia bordò si gettano su ogni palla, aiutano in difesa e passano il pallone per un tiro più facile in attacco. Lacrime e sudore, spirito di cameratismo e sofferenza, ma alla fine il risultato arriva. Dopo una Gara 7 al cardiopalma i Cleveland Cavaliers conquistano il titolo, rimontando per la prima volta nella storia in una finale sotto di 3-1 e regalando il primo titolo di sempre alla franchigia.

In uno sport di squadra come il basket, spesso dimentichiamo l’importanza del fattore umano e della solidità del team. Sono molte le franchigie che hanno psicologi specializzati nel cosiddetto ‘Team Building’ in modo da aiutare i giocatori nell’interazione fra di loro e solidificare lo spogliatoio, ma per fortuna, nonostante i loro fisici dimostrino il contrario, la pallacanestro è uno sport giocato da esseri umani e come tali, imprevedibili.

Stay together, know your brothers, trust each other.

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