Ognuno di noi nella propria vita sperimenta delle delusioni, prima o poi. Le delusioni sono spesso figlie di aspettative molto alte, che per svariati motivi vengono poi disattese.
Ad esempio, io sono rimasto molto deluso da Vienna. Non fraintendetemi, è una città molto bella, ma da come mi era stata descritta sembrava stratosferica; una città di cui ci si innamora e dalla quale non ci si vuole più separare. Sono partito, quindi, con aspettative altissime, e una volta arrivato a destinazione il mio unico pensiero era: “Ma è tutto qui? Dove sono tutte quelle cose talmente belle da essere indescrivibili di cui mi si diceva?”.
Nel giugno 2014 c’era molto hype per il draft che stava per venire. I tre giocatori più attesi erano Andrew Wiggins, Jabari Parker e Joel Embiid, e pareva potessero spostare gli equilibri della Lega con il loro grande talento. Le prime tre squadre a scegliere in quel draft si sfregavano le mani a pensare all’immediato salto di qualità che si stava per fare.
Di Wiggins si diceva che era un T-Mac meno injury-prone, Parker lo si paragonava ad un Paul Pierce in versione più atletica, mentre Embiid lo si associava ad un misto tra DeAndre Jordan e Andrew Bynum, perché iniziò a giocare a basket a 16 anni e all’epoca non si era capito cosa potesse essere. In più, in quel draft erano presenti il nuovo Russell Westbrook (Dante Exum), uno che riusciva a cambiare le partite con la sua dote di scorer (Marcus Smart), e molti altri giocatori con un potenziale da star. Se non ci credete, verificate su Bleacher Report.

Towns che spiega a Wiggins chi porta i pantaloni a Minneapolis
Due anni e mezzo dopo quel giugno 2014 siamo ancora qua col bilancino da spacciatore a pesare gli equilibri della Lega, che non si sono mossi di un grammo nonostante si stia continuando ad aggiungere sostanza, scatenando l’ira dei nostri clienti tossicodipendenti. Lebron James è sempre al top, e le solite superstar che gli ruotano attorno: Curry, Durant, Westbrook, Irving, Harden, Davis, Leonard, Paul, Lillard, George.
L’unica cosa che ha spostato un pelo l’ago della bilancia, sempre a favore di James, è la trade che ha portato Love ai Cavs e Wiggins ai T-Wolves.
Noi ci attendevamo Minnesota perlomeno ai playoff: niente. Ci aspettavamo Milwaukee trascinata da Jabari Parker: niente. L’unico a mantenere le aspettative è stato Embiid, che sta portando Philadelphia fuori dal tunnel. Ma per lui il discorso è diverso.
Andiamo con ordine. Wiggins sembrava un crack, in grado di cambiare le regole del gioco. Dopo due stagioni e mezzo, invece, non ha ancora mantenuto le promesse. Sia ben chiaro, è un gran giocatore, soprattutto in fase offensiva, ma non è una superstar. Anzi, dall’arrivo di Towns ai Timberwolves, sembra abbastanza chiaro che il ruolo di Wiggins sia quello del secondo violino. E, appunto, non era ciò che ci aspettavamo.

Jabari Parker si rende conto di non essere un leader e va in crisi esistenziale
Jabari Parker sembrava poter prendere in mano Milwaukee da subito, ma l’infortunio di dicembre 2014 gli ha troncato malamente l’annata da rookie. Risultato: lunga riabilitazione. Nel mentre, Antetokounmpo esplode e diventa il leader dei Bucks. Ad un anno dall’infortunio Parker rientra, ci mette un po’ a tornare a pieno regime, ma anche al suo massimo altro non è che un gregario di lusso. Forte, ma pur sempre un gregario.
Per Embiid, invece, il discorso è diverso perché ha iniziato a giocare quest’anno dopo due anni fuori per infortunio, in cui ha avuto tempo di guarire ma soprattutto di migliorare il suo gioco. La parola più usata dagli scout nei report su Embiid era “raw“. Grezzo. Il potenziale era enorme ma il giocatore era ancora grezzo. Nei due anni fuori dalla pallacanestro giocata, Embiid è passato da essere un giocatore con potenziale ad essere un giocatore fatto e finito. Questa spiega il perché Embiid sia stato l’unico vero e proprio crack della classe draft 2014: perché ha iniziato due anni dopo. Dubito che sarebbe stato lo stesso se fosse stato sano e avesse iniziato a giocare da subito.
Lo scorso 20 gennaio Penny Hardaway è stato introdotto nella Hall of Fame degli Orlando Magic. Durante un’intervista, David Steele, il commentatore che segue i Magic per Fox Sports Florida, gli ha chiesto se c’era qualche differenza tra l’essere un rookie negli anni ’90 e esserlo oggi. “Una volta entravi in NBA solo se eri un giocatore vero. Se eri completo. Ora invece si guarda al potenziale. Puoi anche non essere bravo al momento, ma se hai potenziale stai sicuro che la chiamata al primo giro arriva. Trovo ingiusto che tanti ottimi giocatori che hanno fatto 4 anni di college siano chiamati al secondo giro solo perché sono già fatti e finiti e non hanno grossi margini di miglioramento.”.
Il problema infatti è proprio questo: si dà troppo peso al potenziale, troppo poco all’affidabilità.
Il potenziale è una lotteria: può andarti bene, ed hai una superstar (Antetokounmpo), può andarti male, e non hai nulla in mano (Caboclo, Bennet).
L’affidabilità è certa, non c’è il brivido della lotteria. Un giocatore affidabile al giorno d’oggi è un comprimario.

Bennet capisce che essendo una prima scelta ha delle aspettative altissime da mantenere, e si rende conto di aver fatto una cavolata ad accettare la scommessa con il suo amico Tyron
Una volta le superstar arrivavano in NBA che erano affidabili e con potenziale. Oggi arrivano generalmente con un carico enorme di potenziale, ma spesso senza un’identità. Per questo sono un fan dell’idea del college obbligatorio per almeno 2/3 stagioni: per fare in modo che i rookie NBA-ready non siano una rarità.
Ci stiamo tutti stupendo della stagione di Malcom Brogdon, ma non dovremmo: ha fatto tutti e 4 gli anni di college, è ovvio che sia un playmaker affidabile, e che dia a vedere che è un rookie. Stesso discorso per Malcom Delaney, il playmaker di riserva degli Hawks: ha 27 anni, ha girato per qualche stagione in Europa, e gioca con la sicurezza di un veterano. Non sono fenomeni, ma sono la dimostrazione di quanto sia importante arrivare in NBA avendo un’identità ben definita.
Ripeto: guardate Embiid cosa è diventato in due anni di sviluppo serio in più.
Ora immaginate Andrew Wiggins o Jabari Parker che fanno almeno due anni di college. Quello si che sarebbe stato un crack. Tipo 7 superstar sulle 10 che ho citato all’inizio dell’articolo.
Le eccezioni ovviamente ci sono, ma devono essere trattate, appunto, come tali: Lebron James ha fatto il salto dall’High School, ma aveva già un’identità, era già il tipo di giocatore che è anche oggi.
Come lui Iverson, Garnett, Howard.
Siamo tutti un po’ delusi per non aver ricevuto delle vere e proprie superstar dal draft 2014, ma come abbiamo visto per essere una superstar bisogna innanzitutto avere un’identità ben definita, e ci vuole pazienza per svilupparla: ma la pazienza, in un mondo dove girano contratti multimilionari già dagli ultimi anni di High School, è cosa assai rara. Come i giocatori NBA-ready.

