Oggi vogliamo farci perdonare l’ assenza delle settimane passate regalandovi la storia di un uomo che ha avuto un impatto indiscutibile sul basket degli anni 2000: The Answer, Allen Iverson.
La storia di Iverson assomiglia più a una di quelle vicende di Gangster che vediamo nei film piuttosto che alla vita di un campione sportivo, ma ciò non gli ha impedito di diventare un simbolo degli anni 2000 fino ad indossare insieme a Shaq e Yao-Ming, la giacca della Hall of Fame, entrando fra gli eterni Dei del basket; e trovate qualcuno che abbia il coraggio di mettere in discussione la grandezza di questo “piccolo” uomo se ci riuscite.
É l’inverno del ’74 e la mamma di Allen, Ann, è davvero giovane! Ann risiede a Hampton, Virginia, ha 15 anni, ed una sera decide di passare il suo tempo a casa, anziché uscire con i suoi amici, con un ragazzaccio della zona, già ben noto alle forze dell’ ordine, di nome Allen, Allen Broughton. Il giovane bello e maledetto però, oltre ad essere già un criminale, è anche un codardo, e quando scopre che Ann è incinta fugge, senza lasciare traccia.
La ragazza non demorde. Lascia la scuola perché sa già che con un bimbo in arrivo bisogna portare il pane a casa e il 7 Giugno 1975 mette alla luce Allen (che comunque eredita il nome dal padre), uno scricciolo piccolo piccolo, ma con delle braccia lunghissime. Ann ha già deciso: “guardate che braccia! Diventerà un giocatore di basket”.
Come accadrà molte altre volte in vita sua Allen non sarà particolarmente d’ accordo con questa idea all’inizio, ma per ora è ancora piccolo e mamma Iverson fa i salti mortali per regalare al suo piccolo una vita dignitosa ed un pasto caldo. Non è facile essere una ragazza madre afroamericana in Virginia e Ann inizia a circondarsi di altri brutti ceffi. É in questo ambiente che cresce Allen: fra droga, armi e gang.
Come dicevamo prima, mamma Ann vorrebbe fare di Allen un professionista di basket ma il ragazzo non è d’accordo; rivelerà qualche anno dopo che vedeva il basket come uno sport per femminucce, finché non andò al primo allenamento. Così si da al football, e con dei risultati a dir poco eccezionali. Quasi per caso inizia a seguire alcuni suoi compagni di squadra di football agli allenamenti di Basket. Prima un tiro a canestro, poi un uno contro uno, poi un pomeriggio passato al campetto, ed il giovane A.I. inizia a scoprire che oltre a non essere uno sport da mammolette, il basket soddisfa a pieno la sua voglia di competitività, la palla a spicchi alimenta la fiamma di riscatto che gli brucia dentro! Quando a tredici anni, tornando a casa dopo aver vinto un torneo amatoriale in qualche campetto ad Hampton, Allen scopre che sono rimasti senza luce perché la mamma ha speso i soldi della bolletta per comprargli un paio di scarpe da basket, decide che ce l’avrebbe messa tutta per farla felice e regalarle una vita migliore.
Inizia a frequentare la Bethel High school e da qui in poi la vita di Iverson sarà un continuo sali e scendi fra la gloria e l’infamia.
Fin dal primo anno gioca come point guard titolare nella squadra di basket e come quarterback nella squadra di football, dove occasionalmente ricopre anche i ruoli di running back, kick returner e defensive back. Con quel fisico e quella fame conquistò fin da subito il pubblico e lo spogliatoio, guidando entrambe le squadre ad un successo che culminò al suo terzo anno, quando aprì la strada alla sua scuola per due titoli statali in due discipline diverse. Gli occhi di tutti i migliori college della nazione arano puntati su di lui.
Il destino, all’interno di questa storia, gioca un ruolo particolarmente beffardo e, proprio quando iniziava a prendersi una rivincita su quella vita che lo aveva costretto a diventare uomo così presto, ecco che Allen cade un’ altra volta.
La sera del 14 Febbraio 1993 Iverson si trovava in un Bowling di Hampton con alcuni amici e per futili motivi iniziano a prendersi a parole con un gruppo di ragazzi bianchi. Gli animi si scaldano, vola una sedia e colpisce una ragazza in testa. Allen è il primo accusato, seguito da altri 3 suoi amici, categoricamente neri. E sono gli unici 4 implicati nel processo. That’s Virginia, Man!
Allen Iverson viene giudicato al pari di un adulto e condannato a 5 anni di prigione. Viene costretto a saltare l’ultimo anno di high school, da quel giorno in poi non giocherà mai più una partita ufficiale di football, senza considerare che non gli permettevano nemmeno di giocare a basket. Per l’ennesima volta, le cose a lui care gli venivano portate via.
A questo punto la fortuna gioca un’altra volta dalla sua parte e dopo qualche mese speso in un istituto correzionale di Newport News il governatore della Virginia gli concede la Clemenza.
Ricapitolando: La vita di Allen fino a questo punto è passata fra traslochi di casa popolare in casa popolare, un’ infanzia a dir poco complicata, morti premature, arresti, droga, alcool, difficoltà economiche e, per coronare il tutto, aggiungete 150 giorni di galera.
Non è facile che un college valido ti dia fiducia con una situazione del genere… Ma stiamo comunque parlando di “the Answer”! E mamma Ann non aveva dubitato nemmeno per un secondo che il suo piccolo avesse il talento per sfondare. Come al solito fu lei a sostenere il giovane Iverson. Andò alla Georgetown University e chiese di parlare col leggendario Coach John Thompson, che per sua stessa ammissione fu stuzzicato dall’idea di veder giocare questo ragazzo in cui la mamma credeva così tanto da supplicare per lui. In soccorso ad Ann venne un Camp che la Nike organizzò di li a poco ed alla quale Allen fu ammesso.
Vedendolo giocare i dubbi sparivano ma un’etichetta negativa è dura da scollare, e, nonostante il talento indiscutibile, furono solo due i college che formalizzarono il loro interesse: Kentucky e la stessa Georgetown. A differenza di Pitino, coach vecchio stampo poco propenso ad accettare la mentalità di Iverson, coach Thompson condivide con lui un’ infanzia ugualmente complicata, perciò decise di dare una possibilità e quel nanetto con le braccia lunghissime ed il cuore enorme.
Da li in poi tutto cambiò. Non gli restava che compiere gli ultimi passi che restavano per poi attraversare il portone che si affacciava sulla grande Lega e sulla sua gloria.
Ci sarebbero altre mille storie da raccontare su A.I.: di quando nel 1996 con la prima scelta i 76esrs chiamarono il suo nome, di come Philadelphia ne abbia fatto un suo figlio privilegiato e venerato, del “crossover di Allen Iverson” e di quella volta che spiazzò anche Jordan, di gara 1 delle finali 2001 contro i Lakers e Tyron Lue a terra, e del declino degli anni successivi, dell’ Europa… Ci sarebbero altre mille vicende, di picchi altissimi e pozzi profondi. Iverson è così, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Come molti dei grandi, dotato di un talento sconfinato, è crollato sotto l’enorme peso dello stesso.
Ma tutto questo è ormai nei libri ed in ogni angolo del web, oggi la storia che volevamo raccontare era un’altra; una storia che parlava di come, un bambino a cui solo la mamma ha sempre dato fiducia, un ragazzino “troppo basso per il basket” e “inaffidabile”, sia riuscito grazie al fuoco che gli bruciava dentro a superare le avversità della vita fino a diventare uno dei giocatori più forti ed apprezzati di sempre, un’icona ed uno dei personaggi più affascinanti degli ultimi 30 anni di NBA.

