Papà LaVar ne aveva discusso in largo anticipo, urlandolo ai quattro venti. Forse illuminato da un’accecante profezia, forse cercando di attirare l’attenzione, con un occhio al marketing, e ‘condizionare‘ chi doveva prendere quell’importante decisione. O forse perchè in fondo sentiva che sarebbe accaduto, perchè il suo figlioccio ha, sulla carta, le giuste specifiche per divenire un dei pilastro gialloviola. Sta di fatto che Lonzo Ball alla fine è approdato veramente ai Los Angeles Lakers e, dopo convenevoli e test sul campo, è giunta finalmente l’ora del debutto in NBA.
Debutto avvenuto nel derby coi Clippers, usciti vittoriosi dallo Staples Center: 102-98 il risultato finale. Per chi si aspettava fuochi dal buon Lonzo è comunque rimasto deluso, visto che il rookie ha messo a referto solo 3 punti (1/6 al tiro), 9 rimbalzi, 4 assist, 1 palla rubata e 2 perse.
Sarà stata la pressione, sarà stata l’ansia. Oppure, semplicemente, la marcatura asfissiante e ossessiva di Patrick Beverley, un mastino che azzanna le caviglie e non le lascia più, lo ha messo a in difficoltà a livello mentale sin dal primo possesso. Ball ha risentito della ruvida fisicità e dei mind game della propria controparte, capace di entrare in testa all’avversario facendo mambassa nella sua testa: il prodotto di UCLA è parso intimorito, imbrigliato offensivamente, con una imprecisione al tiro dovuta a forzature ed errori evitabili (due layup in particolar modo). In difesa, inoltre, ha faticato a stare dietro al proprio marcatore, non risultando efficiente (come la maggior parte dei compagni, del resto). Impatto non dei migliori dunque per il ragazzo, ma inutile andare a ad etichettarlo subito o a emettere sentenze, perchè questo è stato il primo passo nel mondo dei grandi.
Tutto da buttare dunque? No, senza esagerare ovviamente. Bisogna andare un po’ al di là dei numeri. Vero che la sua produzione in termine di punti è stata scarna, ma anche vero che quando c’è da metter in ritmo la squadra ha dimostrato, seppur a tratti, di saper ricoprire le mansioni richieste.
La sua predisposizione a catturare rimbalzi difensivi è molto utile per far scattare subito la transizione e catapultarsi nell’altra metà campo. Con lui si corre, si aspetta il suggerimento della tripla o il passaggio per la penetrazione. Quando c’è da pigiare il piede sull’acceleratore, insomma, è sempre presente: di certo non ha aiutato una manovra in generale poco fluida e percentuali da tre non del tutto altisonanti (25% totali). Per non parlare della retroguardia dei Clippers sempre attenta a fare buona guardia: Ball ha fatto di tutto per far ingranare i Lakers, ma le bocche di fuoco devono ancora riscaldarsi. E alcuni meccanismi devono essere ancora assimilati.
Altra nota positiva la si è vista nel dialogo coi lunghi. Un’intesa quasi naturale nel giocare pick and roll/pop coi vari Brook Lopez e Larry Nance Jr, aiutati nell’andare a concludere a canestro. Tali situazioni sono fondamentali per cercare di scardinare le difese o dar vita a nuovi scenari. Come accaduto nel canestro inaugurale della sua carriera: Lopez riceve palla da Ball dopo un blocco, la restituisce subito al numero 2 che, senza pensarci due volte spara dal perimetro. Uno dei pregi del prodotto di UCLA è quello di incanalare la sua verve ai compagni, inserirli negli schemi da lui chiamati. Circostanza che è emersa, parzialmente.
Il playmaker gialloviola sa creare (per gli altri o per se) conclusioni partendo dai più classici giochi a due.
Le aspettative sono alte, il talento in ogni caso c’è. Se il front office ha fatto bene a puntare molte fiches su Lonzo Ball ce lo dirà il parquet, dove ci saranno altri avversari faranno valere la loro esperienza e che venderanno cara la pelle. Il ragazzo dovrà sgomitare, dovrà essere più tranquillo e concentrato nel concretizzare le idee di Luke Walton. Ci vuole pazienza e tanto lavoro, sia mentale che tecnico.


