Kareem Abdul-Jabbar è stata una figura relativa al basket leggendaria: si il campo, si il giocatore ma anche fuori dal campo, ieri come oggi con un impegno costante ed unico.
Da ormai quasi un mese siamo costretti a guardare l’NBA consapevoli che dall’anno prossimo Kobe Bryant non infiammerà più lo Staples Center. Al ritiro del Mamba le considerazioni si sono sprecate: i Lakers devono ritirare la 8 o la 24? Kobe era meglio con Shaq o senza? È stato il miglior Laker di tutti i tempi? In questo ultimo punto gli appassionati di questo sport hanno acceso un grande dibattito, ovviamente i devoti a Bryant hanno asserito senza ombra di dubbio, qualcun altro invece ha detto di no. Secondo qualcuno, secondo molti in realtà, il più grande di sempre a vestire purple&gold ha giocato qualche anno fa, con la maglia numero 33 e con un gancio cielo che è entrato di diritto nella storia. Obiettivamente è una sfida in cui è quasi impossibile dire chi ha ragione, certo è che nella storia di Los Angeles un posto dorato è riservato a Kareem Abdul-Jabbar
Kareem Abdul-Jabbar che giocatore è stato?

Nei suoi primi anni di dominio a UCLA
Kareem fu un giocatore atipico, troppo veloce per essere due metri ma troppo leggero per essere un centro. Come dirà di lui Bob Cousy: “That dude is Bill Russell with the eyes of Jerry West.”
Inizia la sua carriera nella NCAA con i UCLA Bruins, dove rimarrà per tre anni e riuscendo anche a portare a casa il titolo in tutti e tre gli anni. Il suo strapotere era evidente già in quegli anni: la lega vietò la schiacciata proprio per evitare che Kareem fosse troppo avvantaggiato. In realtà questo si dimostrerà essere un bene per lui visto che, dovendo trovare nuovi modi per segnare, mise a punto il suo famosissimo gancio cielo, diventerà il suo marchio di fabbrica.

Il suo primo titolo, grazie anche a Oscar Robertson, con lui in foto.
Al termine dei tre anni di dominio collegiale decide di rendersi eleggibile per il Draft NBA dove viene puntualmente selezionato con la #1 dai Milwaukee Bucks. Nel suo primo anno raggiungerà le finali di division, dove però troveranno i New York Knicks che in 5 gare si sbarazzeranno dei Bucks e proseguirono la loro strada verso il titolo. L’appuntamento con il successo, però, è solo rimandato. Sì perché l’anno successivo arriva nella cittadina del Wisconsin un certo Oscar Robertson che, seppure sia al termine della carriera, ha ancora qualche sassolino da togliersi. Il binomio Abdul-Jabbar\Robertson risulterà imbattibile per qualsiasi franchigia e, difatti, nella stagione 70-71 arriva l’anello. Sembra solo la punta dell’iceberg, la gente comincia a credere che Milwaukee diventerà una dinastia come i Celtics e si comincia a scommettere su chi, al termine della carriera, avrà più anelli, tra Kareem e Bill Russell.
L’anno successivo i Bucks partono da favoriti e questa previsione sembra avverarsi quando durante la regular season mettono in saccoccia 63 vittorie. A qualche chilometro più a ovest però c’è chi fa anche di meglio: i Lakers di Chamberlain ne registrano 69, dando vita alla speranza di vedere una serie di playoff (tra Bucks e Lakers) tra le più belle di sempre. Sarà esattamente quello che succederà nelle finali di division, dopo che i Lakers si sbarazzano in 4 gare di Chicago e i Bucks eliminano in 5 Golden State. Lo spettacolo è servito su un piatto d’argento, ma la serie si rivela molto più deludente di quanto non dicano le 6 partite disputate: i Lakers raggiunsero le finali e vinsero il titolo.
L’anno successivo Golden State prenderà la sua rivincita eliminando Milwaukee al primo turno.
Nella stagione 75-76, un Abdul-Jabbar deluso dei risultati ottenuti finora, decide di andarsene a Los Angeles, sponda oro. L’atmosfera è a mille ma per i primi anni il titolo gli sfugge di mano. Tornerà sul tetto del mondo solo nel 1980, quando, in sei gare, i Lakers battono Philadelphia. È il secondo titolo personale. Ormai ha preso il ritmo, la squadra è perfetta e nessuno sembra in grado di fermarli. Nel 1982 vince il secondo titolo con la maglia californiana e si ripeterà nel 1985, prima del back-to –back 1987-1988.
Kareem Abdul-Jabbar ed il suo ritiro: i numeri
Si ritirerà a 42 anni, dopo aver infilato 38.387 punti, nessuno meglio di lui, neanche Kobe, che si è dovuto fermare a poco più di 33.500. Riguardando indietro alla sua carriera, con quegli occhiali tanto riconosciuti, Kareem Abdull-Jabbar può vedere sei titoli, sei MVP della regular season, 2 MVP delle finali, un Rookie of The Year e 3 campionati NCAA, il tutto in 20 anni di onorato servizio. Può rivedere tutto questo ma soprattutto può rivedere la storia, quella storia che lui ha creato e che, a oggi, nessuno sembra essersi avvicinato. Sì perché se il dibattito sul migliore di sempre vede favorito Jordan, nessuno ha rivoluzionato il basket come Mr. “The Captain”.
Questi sono stati i suo numeri in carriera, con premi personali e di squadra raggiunti da Mr Kareem Abdul-Jabbar:
- 6× NBA champion (1971, 1980, 1982, 1985, 1987, 1988)
- 2× NBA Finals MVP (1971, 1985)
- 6× NBA Most Valuable Player (1971, 1972, 1974, 1976, 1977, 1980)
- 19× NBA All-Star (1970–1977, 1979–1989)
- 10× All-NBA First Team (1971–1974, 1976, 1977, 1980, 1981, 1984, 1986)
- 5× All-NBA Second Team (1970, 1978, 1979, 1983, 1985)
- 5× NBA All-Defensive First Team (1974, 1975, 1979–1981)
- 6× NBA All-Defensive Second Team (1970, 1971, 1976–1978, 1984)
- NBA Rookie of the Year (1970)
- 2× NBA scoring champion (1971, 1972)
- NBA rebounding champion (1976)
- 4× NBA blocks leader (1975, 1976, 1979, 1980)
- No. 33 retired by Milwaukee Bucks
- No. 33 retired by Los Angeles Lakers
- NBA’s 50th Anniversary All-Time Team
- 3× NCAA champion (1967–1969)
- 3× NCAA Final Four Most Outstanding Player(1967–1969)
- 3× National college player of the year (1967–1969)
- No. 33 ritirato da UCLA
- 2× Mr. Basketball USA (1964, 1965)
Kareem Abdul-Jabbar ha fatto parlare di sé e continuerà ad avere una importanza fondamentale per il modo in cui oggi gli atleti NBA possono parlare dei problemi sociali.


























ul. Il padre di Chris è stato un grande atleta, trasmettendo la passione per lo sport ai figli. Come molti ragazzi americani, la sua infanzia la passa a giocare a football, nonostante il suo fisico non sia esattamente uno da NFL. Alla fine però la palla a spicchi prevale, e noi oggi ringraziamo per questo. Paul frequenta la West Forsyth High School, dove venne nominato Mr. Basketball della Carolina del Nord dal Charlotte Observer, il giornale locale. Della sua esperienza all’high school, la partita che ruba la scena è quella che conosciamo tutti: dopo che suo nonno fu ucciso da cinque malviventi, all’età di 61 anni, Paul scese in campo e segnò 60 punti, prima di subire un fallo che lo mandò il lunetta per due liberi; in onore del suo caro nonno, CP3 segnò il primo libero e sbagliò il secondo, prima di scoppiare in lacrime. Quello che non tutti sanno però, è che Paul, nonostante tutto oggi non prova rancore verso i malviventi, gli ha perdonati.
Paul decide poi di accasarsi al college di Wake Forest University dal 2003 al 2005, giocando sotto gli ordini di coach Skip Prosser o, come tutti lo conoscono, “Big Buddy Skip”. Nei suoi anni al college Chris detta legge. Ha una visione di gioco pazzesca e rappresenta l’essenza pura del playmaker. Al suo primo anno infrange i record di assists e palle rubate, ma è anche il migliore nella percentuale di tiri da tre. Il suo nome comincia a essere conosciuto in tutti gli Stati Uniti, tant’è che anche gente di un certo calibro: “In five years, he’ll be the best point guard in the game. Hands down.” “in cinque anni sarà il migliore playmaker della lega.” Dirà di lui Stephon Marbury. Il suo approdo in NBA sembra solo una formalità, e così nel 2005 decide di rendersi eleggibile per il draft NBA. Gli esperti lo danno come possibile prima scelta, ok il fisico non è eccellente, ma incarna le capacità dei play ideali. La prima scelta però spetta ai Bucks che chiamano Andrew Bogut, alla seconda gli Hawks selezionano Marvin Williams, alla terza i Jazz gli preferiscono Deron Williams e, finalmente, con la numero 4 gli Hornets scelgono Chris. In quel giorno Chris inizia la sua avventura nel mondo dei grandi.
aul non vince, continua a lottare ma non riesce, decide quindi che è tempo di cambiare aria. Al termine della serie contro i Lakers la proprietà annunciò che Chris diventerà un free agent. Tantissime squadre sono interessate a lui, su tutte i Jazz (che lo avevano scartato al draft), i Knicks e le due franchigie di Los Angeles. CP3 opterà per la California, sponda Clippers. Il 15 dicembre 2011 Paul (e due seconde scelte del draft 2015) passa ai Los Angeles Clippers in cambio di Eric Gordon, Chris Kaman, Al-Farouq Aminu ed una prima scelta del draft 2012. Da subito si instaura un grande rapporto tra lui e Blake Griffin, e la cosa fa ben sperare i tifosi che possono vantare uno dei duo più forti nella lega. Infatti i Clippers raggiungono già al primo anno i playoff, dove al primo turno incontrano i Memphis Grizzlies, battendoli in 7 gare. Al turno successivo però incontrerà ancora gli Spurs, che ancora una volta porranno fine ai sogni di gloria del nativo di Lewisville, in una serie persa in 4 gare.
uola, aiuta il padre a riparare auto, esce con i suoi amici e gioca a basket con il fratello, Houston JR, nel canestro appeso sopra il garage. Il padre di Damian è un uomo molto considerato nel suo quartiere, verrà sempre considerato uno degli eroi più importanti nella vita del piccolo Lillard. Oltre suo padre però gli eroi per il piccolo Dame sono molti altri: Micheal Jordan, Allen Iverson, Tim Duncan e Shaquille O’Neal, giusto per citarne qualcuno. Si perché nella sua vita, il basket è tutto. Ci gioca dal mattino alla sera, inverno o estate, sole o pioggia.
infortunio al piede e causa la mancanza di fiducia che molti avevano avuto in lui. Non Portland però, Portland credette molto in lui e questo ad oggi ripaga la franchigia. Inizia la sua avventura NBA dunque, con la maglia numero 0, che chiunque conosca Gilberto Arenas sa cosa significa.
precedente, diventando il primo giocatore della storia a partecipare a 5 eventi dell’All Star Weekend: il Rising Stars Challenge il venerdì, lo Skills Challenge (dove arriva primo insieme alla guardia di Utah Trey Burke), il Three-Point Shootout e lo Slam Dunk Contest il sabato e l’All-Star Game la domenica. Quell’anno riesce anche a portare Portland ai playoff, impresa che non gli era riuscita l’anno precedente. Al primo turno incontrano gli Houston Rockets e Lillard & co. Riescono a passare il turno con il risultato di 4-2 (con il buzzer beater di Lillard in gara 6). Al secondo turno però ci sono gli Spurs, che, diretti al titolo, si sbarazzeranno dei Blazers in 5 gare. L’anno successivo non regalerà particolari gioie ne al californiano, ne alla squadra dell’Oregon, che ai Playoff verrà eliminata in 4 gare dai Grizzlies.
Queste le parole usate nel suo discorso quando, al termine della stagione 2013-14, diventa MVP. Sono le parole che meglio racchiudono l’infanzia di un ragazzo nato nei sobborghi di un paesino vicino a Washington, tra la paura di un colpo di pistola e il sogno di giocare nei Toronto Raptors. Nel suo discorso, il nativo di Suitland riesce a trasmettere tutte le difficoltà che ha incontrato e brillantemente superato. È il motivo per cui oggi, quel ragazzo, si candida fortemente a diventare uno dei più grandi della storia, oltre che ovviamente al titolo con i suoi Oklahoma City Thunder e, di sicuro, al titolo MVP. Nel caso non lo abbiate ancora riconosciuto, stiamo parlando di Kevin Wayne Durant.
Quando arriva il momento di scegliere il college c’è solo l’imbarazzo della scelta: New Mexico State, Michigan, Iowa University, sono soltanto degli esempi della vasta scelta che KD aveva a disposizione. La sua scelta ricade però su the University of Texas Longhorns in Austin sempre dietro consiglio della nonna. Coach Sullivan all’arrivo di Durant impazzisce, s’innamora completamente di lui: “This is the best I’ve ever seen” “Non ho mai visto nulla di meglio”. Kevin diventa subito il cardine del quintetto, registrando nel suo freshman year medie di 25.8 punti a partita e 11 rimbalzi, cose veramente eccezionali. Durant quindi si rende conto di essere forte, talmente forte da sentirsi sprecato in un ambiente come la NCAA. Decide quindi di dichiararsi eleggibile per il Draft 2007. Gli esperti sono sicuri: Durant è la prima scelta, quindi KD si prepara mentalmente a volare nell’Oregon dato che i Trail Blazers detengono la prima scelta.
A sorpresa, invece, Portland chiama Greg Oden, e Durant viene selezionato “solo” alla numero 2, diventando quindi un membro dei Sonics. Inizia dunque la sua carriera NBA, con la 
I’ve been second my all life. I was the second best player in High School. Second pick in the NBA Draft. I came second in the finals. I’m tired to be a second. I’m done with that”.
La stagione successiva lo vede costretto a saltare più di 50 partite a causa di un infortunio al piede, con conseguente mancata qualificazione di OKC alla post season.
