Per raccontare la storia di uno dei più grandi playmaker della storia del basket mondiale come scenario ideale ci vorrebbe una gara 7 della finale playoff, al termine della quale questo playmaker si aggiudica il titolo. Il basket però, come la vita, non è una commedia teatrale, e quindi siamo qui a parlare di un campione senza l’anello, di uno scalatore che non ha mai raggiunto la vetta. Questa è la storia di un ragazzo che quest’anno però ci riprova a vincere quel titolo. È la storia di un rivoluzionario, di un talento cristallino, di un “Point God” e di un sicuro candidato MVP. Questa è la storia di Chris Paul.

Chrisropher Emmanuel Paul nasce a Lewisville, il 6 maggio 1985. Nasce da Charles e Robin Paul. Il padre di Chris è stato un grande atleta, trasmettendo la passione per lo sport ai figli. Come molti ragazzi americani, la sua infanzia la passa a giocare a football, nonostante il suo fisico non sia esattamente uno da NFL. Alla fine però la palla a spicchi prevale, e noi oggi ringraziamo per questo. Paul frequenta la West Forsyth High School, dove venne nominato Mr. Basketball della Carolina del Nord dal Charlotte Observer, il giornale locale. Della sua esperienza all’high school, la partita che ruba la scena è quella che conosciamo tutti: dopo che suo nonno fu ucciso da cinque malviventi, all’età di 61 anni, Paul scese in campo e segnò 60 punti, prima di subire un fallo che lo mandò il lunetta per due liberi; in onore del suo caro nonno, CP3 segnò il primo libero e sbagliò il secondo, prima di scoppiare in lacrime. Quello che non tutti sanno però, è che Paul, nonostante tutto oggi non prova rancore verso i malviventi, gli ha perdonati.

Paul decide poi di accasarsi al college di Wake Forest University dal 2003 al 2005, giocando sotto gli ordini di coach Skip Prosser o, come tutti lo conoscono, “Big Buddy Skip”. Nei suoi anni al college Chris detta legge. Ha una visione di gioco pazzesca e rappresenta l’essenza pura del playmaker. Al suo primo anno infrange i record di assists e palle rubate, ma è anche il migliore nella percentuale di tiri da tre. Il suo nome comincia a essere conosciuto in tutti gli Stati Uniti, tant’è che anche gente di un certo calibro: “In five years, he’ll be the best point guard in the game. Hands down.” “in cinque anni sarà il migliore playmaker della lega.” Dirà di lui Stephon Marbury. Il suo approdo in NBA sembra solo una formalità, e così nel 2005 decide di rendersi eleggibile per il draft NBA. Gli esperti lo danno come possibile prima scelta, ok il fisico non è eccellente, ma incarna le capacità dei play ideali. La prima scelta però spetta ai Bucks che chiamano Andrew Bogut, alla seconda gli Hawks selezionano Marvin Williams, alla terza i Jazz gli preferiscono Deron Williams e, finalmente, con la numero 4 gli Hornets scelgono Chris. In quel giorno Chris inizia la sua avventura nel mondo dei grandi.

Il suo primo anno NBA conferma le ottime aspettative che c’erano su di lui. Diventerà Rookie of the year quasi all’unanimità (soltanto un voto andrà a Deron Williams) grazie a medi di 16.1 punti, 5.1 rimbalzi, 7.8 assists, and 2.2 rubate ad allacciata di scarpa. La squadra però è quello che è, vincono 38 partite e non raggiungono i Playoff. Anche la stagione successiva, nonostante un CP3 in netto miglioramento, la post season viene mancata.

La stagione 2007-08 però, sembra nascere sotto una buona stella. Chris è diventato categoricamente il leader e il trascinatore della squadra, riuscendo a portare i suoi ai tanto invocati Playoff. Il primo turno gli mette davanti i Dallas Mavericks. Le prime due gare, fuori casa, sono marcate Cp3 che mette a referto 35 punti e 10 assists in gara 1 e 32 punti e 17 assists in gara 2. Nonostante uno scivolone in gara 3 la squadra di New Orleans riesce a vincere la serie in 5 gare. Al turno successivo incontrano i San Antonio Spurs, in una serie al cardiopalma che vedrà gli Hornets perdere in 7 gare.

La stagione successiva Paul è incontenibile, va vicino più volte alla quadrupla doppia e riporta la squadra per la seconda volta consecutiva alla post season, dove però vengono eliminati al primo turno per mano dei Denver Nuggets. Le cose cambiano però l’anno successivo, nella stagione 09-10. Dopo un inizio non troppo incoraggiante coach Byron Scott, con la quale Chris aveva un grande rapporto, viene licenziato. La cosa non fu ben vista da Paul. I climi erano tesi e, complice l’assenza per un mese causa infortunio di Paul, la squadra non raggiunse i PO. La stagione successiva però ritornarono a giocare le partite che contano. Al primo turno incontrarono i Lakers,  che nonostante una serie storica di Chris, sconfissero gli Hornets in sei gare.

Paul non vince, continua a lottare ma non riesce, decide quindi che è tempo di cambiare aria. Al termine della serie contro i Lakers la proprietà annunciò che Chris diventerà un free agent. Tantissime squadre sono interessate a lui, su tutte i Jazz (che lo avevano scartato al draft), i Knicks e le due franchigie di Los Angeles. CP3 opterà per la California, sponda Clippers. Il 15 dicembre 2011 Paul (e due seconde scelte del draft 2015) passa ai Los Angeles Clippers in cambio di Eric Gordon, Chris Kaman, Al-Farouq Aminu ed una prima scelta del draft 2012. Da subito si instaura un grande rapporto tra lui e Blake Griffin, e la cosa fa ben sperare i tifosi che possono vantare uno dei duo più forti nella lega. Infatti i Clippers raggiungono già al primo anno i playoff, dove al primo turno incontrano i Memphis Grizzlies, battendoli in 7 gare. Al turno successivo però incontrerà ancora gli Spurs, che ancora una volta porranno fine ai sogni di gloria del nativo di Lewisville, in una serie persa in 4 gare.

E da allora ogni anno in qualche modo la squadra di Chris Paul parte come contendente al titolo ma, arrivata alle partite che contano, l’inesperienza, la paura, la bravura degli avversari, fanno si che, quello che ha detta di molti è il miglior playmaker (se non altro vero playmaker) della storia, non si sia ancora infilato un anello al dito. La carriera di Chris Paul, rimane comunque splendida, il suo talento è innegabile. Quest’anno, come detto, ci riprova, anche se quelli di Oakland non sembrano troppo intenzionati a perdere. Chissà però cosa ci regalerà questa stagione. Quello che però sappiamo è che, anche se il titolo non dovesse vincerlo, tra trent’anni, dopo il pranzo di Natale, faremo salire nostro nipote sulle ginocchia e gli diremo: “ragazzo, io ho visto giocare Chris Paul!”.

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