Questa è la storia di uno dei giocatori più sottovalutati della lega. È la storia di un ragazzo che ha sempre cercato di dimostrare il suo valore, ma le sue potenzialità sono state colte da pochi lungimiranti. È la storia di un ragazzo che conosce, e soprattutto ha conosciuto, la fatica, il sudore, le giornate intere in palestra e il lavoro duro. È la storia di un ragazzo che alla fine ha raggiunto il suo obiettivo, diventando uno dei play-maker che, in questo mondo dominato dal 30 di Golden State, sta assolutamente scrivendo il suo nome negli iscritti alla corsa all’MVP. È la storia di Damian Lamonte Ollie Lillard.

Damian Lillard nasce il 15 Luglio 1990 da Gina e Houston Lillard. Nasce ad Oakland, California, in un quartiere residenziale. L’infanzia di Dame è molto tranquilla, va a scuola, aiuta il padre a riparare auto, esce con i suoi amici e gioca a basket con il fratello, Houston JR, nel canestro appeso sopra il garage. Il padre di Damian è un uomo molto considerato nel suo quartiere, verrà sempre considerato uno degli eroi più importanti nella vita del piccolo Lillard. Oltre suo padre però gli eroi per il piccolo Dame sono molti altri: Micheal Jordan, Allen Iverson, Tim Duncan e Shaquille O’Neal, giusto per citarne qualcuno. Si perché nella sua vita, il basket è tutto. Ci gioca dal mattino alla sera, inverno o estate, sole o pioggia.

Questa sua passione è fondamentale nella scelta dell’High School, Lillard infatti decide di optare per St. Joseph Notre Dame High School in Alameda, California dove un altro dei suoi eroi aveva studiato: Jason Kidd. Le cose però non vanno come devono. Dopo un anno infatti, decide di tornare a casa, alla Oakland High School. Questa scelta è motivata fondamentalmente dalla mancanza della sua famiglia, ma soprattutto dal rapporto mai decollato con coach Chris, che non vedeva in lui quell’astro speciale.

Quando arriva il momento di scegliere il college non ci sono grandi offerte per lui. Questo segnerà tutti i suoi “teen years” rimanenti. Lillard è convinto di essere un buon giocatore, un ottimo giocatore a dirla tutta. N
on riesce però a capire perché gli altri non credano in lui, perché non vedano in lui quel talento di cui è palesemente dotato. Nonostante tutto un college che crede in lui c’è ed è il Weber State nello Utah.  Qui comincia a far valere il suo innegabile talento, chiudendo con una media di 20 punti, 4,2 assists e 5 rimbalzi a partita il primo anno e dove viene soprannominato The Bulb, la lampadina, per la sua capacità di illuminare il gioco e di
accendersi in un secondo. Il secondo migliora ancora di più e il terzo anno sembra essere l’ultimo, prima di dichiararsi eleggibile per il draft. la sfortuna vuole però che dopo solo 4 partite, un infortunio al piede lo costringerà a stare fermo per 14 settimane, rimandando l’appuntamento con l’NBA.

Appuntamento con l’NBA che arriva nel 2012, quando Dame si dichiara eleggibile per il draft. E’ un draft particolare, è il draft di Draymond Green, chiamato alla #35 e Thomas Robinson alla #5. In ogni caso,la prima scelta di quel draft è scritta, appartiene ad un ragazzo di Kentucky, un certo Anthony Davis. Alla seconda tocca Charlotte che opta per Michael Kidd-Gilchrist. Bradley Beal si accasa nella capitale, con Washington che lo chiava alla terza,  Dion Waiters finisce a Cleveland con la quarta, come detto viene chiamato Robinson dai Kings alla numero 5 e “with the 6th pick of the 2012 NBADraft, the Portland TrailBlazers selects: Damian Lillard”. Numero 6 dunque, meglio delle aspettative che si era fatto. Si aspettava di essere scelto dopo la decima, causa l’infortunio al piede e causa la mancanza di fiducia che molti avevano avuto in lui. Non Portland però, Portland credette molto in lui e questo ad oggi ripaga la franchigia. Inizia la sua avventura NBA dunque, con la maglia numero 0, che chiunque conosca Gilberto Arenas sa cosa significa.

Già dalla Summer Leauge il ragazzo fa capire di avere talento, mettendo a
referto medie incredibili. Ma il meglio lo riserva per la stagione vera e propria: doppia doppia contro i Lakers al  debutto, season high di  38 punti in un’altra partita con la squadra di Los Angeles, vincitore del Tako Bell Skills Challenge, 1689 punti e 565 assists. Tutti elementi che lo dichiarano, ad unanimità Rookie of the year. E la stagione successiva continua sul ritmo della precedente, diventando il primo giocatore della storia a partecipare a 5 eventi dell’All Star Weekend: il Rising Stars Challenge il venerdì, lo Skills Challenge (dove arriva primo insieme alla guardia di Utah Trey Burke), il Three-Point Shootout e lo Slam Dunk Contest il sabato e l’All-Star Game la domenica. Quell’anno riesce anche a portare Portland ai playoff, impresa che non gli era riuscita l’anno precedente. Al primo turno incontrano gli Houston Rockets e Lillard & co. Riescono a passare il turno con il risultato di 4-2 (con il buzzer beater di Lillard in gara 6). Al secondo turno però  ci sono gli Spurs, che, diretti al titolo, si sbarazzeranno dei Blazers in 5 gare. L’anno successivo non regalerà particolari gioie ne al californiano, ne alla squadra dell’Oregon, che ai Playoff verrà eliminata in 4 gare dai Grizzlies.

Questa stagione però, ne sta regalando eccome di gioie. Lillard è sicuramente nella discussione sui più grandi Play della lega. È sicuramente un giocatore con un futuro roseo davanti a sé. E la sua è sicuramente una bella storia, certo, non una di quelle tipo Allen Iverson, non una di quelle in cui ha riuscito a battere la fame o i proiettili di una pistola, quelle non c’entrano nulla con lui. È una bella storia perché è riuscito a battere i pregiudizi e le storciate di naso che ha ricevuto, dimostrando che se uno ci crede davvero, nulla è impossibile, con l’obiettivo di migliorarsi giorno dopo giorno.

“I just want thank everyone that felt I wasn’t good enough, this ain’t unfamiliar territory for me. It actually is what my life has been inspired by.”

You may also like

Lascia un commento