Complimenti a Golden State, al coaching staff, ai giocatori e a tutta l’organizzazione per questo splendido risultato.
Questo pezzo non è sulla vittoria degli Warriors. Se siete euforici per la vittoria della bud nation e state gongolando pescando in rete qualsiasi cosa troviate, imbattendovi anche nello splendido film sulla MMA con Tom Hardy, potete andare oltre.
Questo pezzo è sull’altro lato della medaglia, forma singolare, sullo sconfitto.

Tripla doppia di media.
Nelle Finals.
Mai fatta da nessuno. Peccato non ne consegua l’alzata dello stendardo.
La riga va tirata poco sopra i così detti Hater, ovvero coloro che poco importa chi vinca, basta che perda lui. Oddio a me hanno sempre insegnato che non si tifa mai contro, anzi, ma la se tanta gente preferisce rodersi il fegato per festeggiare le sconfitte altrui, anzichè pensare ai propri problemi, facciano pure. Poi insomma, lo capite da soli.
Perchè questo pezzo? Essenzialmente perchè questa rubrica non è politically correct. Per quelli ci sono gli splendidi pezzi di Marco Tarantino, di Riccardo Olivieri e di Luigi Ercolani, vere e proprie gemme della nostra redazione (insieme a tanti altri, per la verità). Questa è una rubrica che si rifà solo per essere scevra da qualsiasi paura di dare il proprio giudizio. Anche il più crudo, perchè non bisogna mai avere paura di esternare la propria idea, anche se contro corrente.
La scelta di Durant ha reso la scelta di LBJ a Miami una bazzecola. Un MVP ed ora anche MVP delle Finals, che va in una compagine proveniente da una 73 wins-season fa impallidire la scelta di Lebron di accasarsi nel sud della Florida, dato che quei Miami Heat avevano vinto appena 47 vittorie nella stagione precedente. Farebbe 26 vittorie di differenza. La squadra di Durant già competeva per vincere il titolo, la squadra di James competeva per gli ultimi posti disponibili ad est.
LeBron ha tenuto 32 punti, 12 rimbalzi e 10 assist di media. Ha fatto delle Finals incredibili, al limite di quello che può fare un bipede a 32 anni. Non ha mai seguito i giornalisti quando cercavano di cavargli le parole di bocca, non ha mai lasciato indietro nessun compagno, non ha mai dimostrato debolezza. E’ uscito dal campo a testa alta, battuto ma non combattuto.
Non è finita qui. Assolutamente. Non finirà qui fino a che continuerà a giocare la sua pallacanestro. Durant ha fatto delle finali come un uomo in missione, ha giocato in maniera clamorosa e si merita tutto l’MVP; eppure se James, unica pecca grave in tutta la serie, avesse fatto un passo in più per difendere su Durant anziché aspettarlo sulla linea da 3 punti, durante il finale di gara 4 (quando Slim Reaper insaccò la tripla del sorpasso, poi decisiva), ora staremmo tutti aspettando una infuocata Gara 6.
Al di là di ogni sensazione positiva o negativa, contano i fatti e le parole si sprecano, divenendo polvere che danza nel vento.
Grazie di tutto LeBron. Questo significa non mollare mai.






I Kings, con la quinta e la decima assoluta, avrebbero comunque la possibilità di poter costruire una squadra tonica e di impatto nel medio-lungo periodo, unendo a Buddy Hield un Play ed una Ala in grado di costruire gioco assieme, qualunque sia la direzione che vuole intraprendere Dave Joerger o chi per lui.


















