Home Aneddoti NBAFrom The Corner #3: Marijuana e NBA

From The Corner #3: Marijuana e NBA

di Raffaele Camerini

Faccio una prassi molto in voga ultimamente, ovvero il coming out: non ho mai fumato.
Mai, nemmeno un tiro di sigaretta. Mai. Non che condanno il gesto od il vizio, semplicemente non mi è mai interessato, l’ho sempre trovato a mio modo di vedere inutile e non mi ha mai attirato la voglia di provarci. Quando fai basket e non fumi, il resto del mondo lo giustifica con un quasi scontato: “Ah beh! Sei sportivo! E’ normale!”. Ah è normale dite voi? Forse, e con “forse” intendo “sicuramente”, non avete idea di quello che succede nel mondo del basket.

Avverto un po’ tutti che stiamo camminando in un campo minato. Il click che sento sotto i miei polpastrelli potrebbe non essere solo il semplice suono di tastiera/mouse, bensì quello molto più spaventoso di una detonazione. Incurante vado avanti, perché in fondo non puoi dire di saper nuotare se sali solo sopra gli alberi. Mi rendo conto che il tema delle droghe leggere colluso con quello del basket professionistico dovrebbe, almeno all’apparenza, essere piuttosto incoerente. Anzi, molto più che incoerente. Ed invece ci sbagliamo tutti, come nel film Psycho di Hitchcock, la mamma era già bell’e morta prima che la protagonista rubasse i soldi (Ah! Il McGuffin!).

JACKSON A COLLOQUIO CON DON NELSON

Facciamo ordine: spero per voi che vi siate interessati delle ultime vicende a stelle e strisce, quindi non solo la successione di Obama, ma anche le dichiarazione prima di Kerr e poi recentemente di Stephen Jackson, ex Ala di Warriors e Spurs. Rapido sunto di un politologo: Obama, rivelatosi in molti aspetti un presidente che durante i suoi 8 anni di mandato ha mantenuto uno sguardo verso un orizzonte nuovo e più libero, è stato succeduto dal capitano dell’America delle grandi fabbriche, più repubblicano del solito e garante di una politica isolazionista, Donald Trump. Questo ultimo concetto molto importante, in quanto sono a rischio certi trattati (TPP già saltato) come la NATO. Kerr non ha aspettato molto a farsi avanti dicendo che con queste azioni, insieme alla chiusura delle frontiere statunitensi a persone provenienti da 7 paesi diversi, avrebbero portato il terrore nel resto del mondo piuttosto che la liberazione (qui ammetto di aver pensato di essermi perso un pezzo), così come Popovich e LBJ alla loro maniera hanno toccato di fino contro il nuovo presidente eletto. Il pezzo non è su questo, non è sulla politica di Trump e le sue ripercussioni sul mondo di The League, bensì sull’uso della Marijuana tra i giocatori NBA e, nonostante sembrino tre concetti molto distanti, sono strettamente collegati da un filo conduttore.

Bella Amsterdam? Ci vorrei tanto andare a fare un viaggio, qualche giorno per visitarla e poi ritorno. Seguendo il Karma messo come incipit in questo pezzo, è palese che mi logora di più la voglia di visitare il museo di Van Gogh, mio secondo artista preferito dopo Keith Haring, piuttosto che i Coffee Shop, per me classificati come mero paesaggio di contorno. Sono scelte e si seguono, da brave persone verticali. Ma la cosa che proietta l’Olanda nell’immaginario collettivo è la sua straordinaria tolleranza verso l’uso delle droghe leggere per scopi ricreativi. Belli i papaveri, per carità, ma con una canna buona in mano ancora meglio. De Gustibus.
Gli USA, invece, con la scelta di Trump come presidente, possono vedere questo spiraglio di tolleranza aperto a fatica dal primo presidente afroamericano, chiuso e saldato due o tre volte, facendo dei grossissimi passi indietro. Da qui si arriva al fascicolo scottante delle droghe leggere, viste ancora di cattivissimo occhio nell’idea comune, anche se in alcuni stati come la California l’utilizzo è tollerato ma con un emendamento del singolo stato. Non con un emendamento generale direttamente da Washington.
Capite da soli che l’utilizzo delle droghe leggere a scopo ricreativo (modo simpatico per dire “farsi una canna ogni tanto”) è oltre che un’azione illegale, pena il sequestro e l’arresto in un paese dove a tenerti dietro le sbarre fanno molti pochi complimenti, un’azione che rischia di farti perdere credibilità agli occhi della gente, specie se sei un giocatore professionista della NBA.

STEVE KERR

Dopo aver rivoluzionato una franchigia in rotta di collisione già da qualche anno (tranne col Barone), Steve Kerr si è sentito e si sente in grado di potersi liberare di pesi di un certo effetto, dandoli in pasto a microfoni e telecamere, ed una di queste volte ha dichiarato di aver usato Marijuana per lenire i dolori causati dal mal di schiena (ricordate che lo sostituì Walton all’inizio della stagione scorsa?). Ovviamente non sussiste alcun reato, in quanto non colto in flagrante, e poi in California tal’uso, come appena detto, è permesso a scopi ricreativi, quindi siamo apposto, ma, insieme alle ultime dichiarazioni di Stephen Jackson che tirava dentro anche Baron Davis e coach Don Nelson in questo simpatico e rilassante passatempo, ti fa capire che forse, sotto la superficie di bontà faticosamente costruita da Stern prima e Silver ora, c’è ben più di quello che si nota.

Sfatiamo un mito: fumare prima delle partite non aiuta a giocare meglio. Anzi in realtà fungendo da miorilassante, dovresti sentirti un po’ scarico, ma dipende sempre da situazione e situazione. Non aiuta assolutamente la prestazione sportiva, quindi il semplice utilizzo della Marijuana è dovuto solo a scelte personali. Vero che la stagione NBA può contare anche 100 partite in un anno, se non di più, quindi tra viaggi infiniti, notti con la testa sopra le nuvole (letteralmente), alberghi a go-go e pochi volti familiari sparsi nelle pupille, la scappatoia della “cannetta” a fine giornata è una sirena con un canto per nulla dispiacevole, anzi!
Diciamo che da una parte li capisco e non condanno, anche qui, il gesto. Quello che uno fa dopo aver tirato le tende, se non nuoce a nessuno ma solo a te stesso, non è un problema mio. Parole belle, ma io sono italiano e sto in Europa, loro sono americani, prendono milioni all’anno e stanno di là dell’Atlantico. Magari i concetti alla base sono diversi, anzi sicuramente lo sono.
Si sa ma non si dice. Si crede ma non viene detto esplicitamente. Ma insomma, per molti, all’interno della NBA, l’uso della Marijuana è più che diffuso.

STEPHEN JACKSON

Steph (the real STEPH, se permettete) non ne fa un problema, dicendo che in fondo è utilizzata da tanti ragazzi (di cui non fa nomi), ma solo per rilassarsi, magari prima di un incontro o di un volo particolarmente lungo. Ma si rimane li: l’opinione pubblica? Si, è Marijuana ma in fondo è comunque una cosa illegale agli occhi della rigida legge statunitense. Un paese dove si fanno problemi a costruire scuole nuove, ma le prigioni le ergono senza troppe fatiche. Quindi la domanda è: si può scagionare, visto le valide motivazioni proposte, l’utilizzo diffuso della Marijuana nella NBA? Ed ancora: quindi, abbiamo per le mani una lega di drogati?
Calma anche qui ed andiamo per gradi: alla prima, sorpassando l’idea prettamente personale del singolo individuo testimoniato, che mai è quella della massa insieme, la risposta diventa NO. Non credo che un’azione di gruppo tradotto in un coming out collettivo possa essere vista di buon occhio. Altrimenti Trump non superava nemmeno le primarie. La lega in tal caso perderebbe così tanti sponsor da non reggere il colpo, mettendo in moto un circolo vizioso che porterebbe a grossi problemi d’immagine colmabili con tanto tempo e tanta acqua ruscellata sotto i ponti.
Alla seconda domanda la risposta si può districare in due situazioni, in cui una è la scorporazione del termine “drogati” verso chi usa droghe leggere, considerandoli non tali, e l’altra che invece riguarda l’effettivo numero di giocatori dediti alla Marijuana. Stephen Jackson parla di “un’alta percentuale di giocatori”, facendo restare il tutto in una nuvole di fumo (non detto a caso) in quanto la sua “alta percentuale” è un concetto molto evanescente.

L’ATTUALE COMMISSIONER ADAM SILVER

Per me il 70% è un’alta percentuale, per Silver il 5% è un’alta percentuale.
Modi di vedere la questione differenti legati ad interessi differenti.

Fatto sta, muovendomi verso la conclusione, che l’utilizzo della Marijuana come passatempo ricreativo c’è ed esiste all’interno degli interpreti NBA, sempre tenendo a mente che non si confà ad un acceleratore di risultati. Quando sarà possibile che l’opinione pubblica accolga questa attività senza porsi nessun problema? Al momento non è dato saperlo. Di certo c’è che, intanto che il Tycoon sta alla Casa Bianca, questo cambiamento risulta pressoché impossibile.

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