Ci sono medaglie che non hanno bisogno di essere lucidate per brillare.
Ci sono medaglie la cui luce arriva direttamente dalle persone che le hanno conquistate. E il bronzo vinto dall’Italbasket femminile agli Europei 2025 non è soltanto un risultato sportivo: è il simbolo di un cammino fatto di dedizione, coraggio e fede in un progetto. È il frutto di allenamenti silenziosi, di sacrifici quotidiani lontani dai riflettori, di sconfitte che hanno insegnato più di mille vittorie.
C’è stato un momento in cui l’Italia ha rischiato di smarrirsi, dopo la semifinale persa per un soffio. Ma da lì è nata una consapevolezza nuova: quella di poter essere alla pari delle più grandi d’Europa. Ed è proprio in quella consapevolezza che si trova la chiave di questo traguardo.
Al timone di questa avventura, il commissario tecnico Andrea Capobianco. Con la sua voce pacata e il suo sguardo attento, ha guidato un gruppo di ragazze straordinarie. Ha trasformato la tattica in fiducia, e la fiducia in risultati. Nelle sue parole, che seguono in questa lunga conversazione, si intrecciano emozioni, insegnamenti e riflessioni che vanno ben oltre il parquet. Perché queste parole riguardano il rispetto, la crescita, la chiarezza nei ruoli, quanto lo sport sia prima di tutto un fatto umano. Ed è così che questa diventa la storia di un bronzo che vale oro.
L’intervista


L’Europeo è stato lungo, complesso, pieno di insidie. Quando hai capito che questa squadra poteva davvero arrivare a giocarsi una medaglia?
“Io, quando sposo un progetto, un’idea, un qualcosa, è perché ci credo. Ci credo davvero. Quando il Presidente mi ha chiamato, ho pensato di poter fare qualcosa di importante insieme a una Federazione, a un gruppo dirigenziale straordinario e a delle ragazze fantastiche che già conoscevo. Quindi, che non c’è stato un momento preciso in cui ho creduto di più o di meno: ho creduto nel progetto dal primo momento in cui l’ho realizzato. È normale che, poi, vedendo le ragazze crescere sempre di più, sia stato più facile guardare alle cose che si stavano concretizzando. Dal pensiero si passa a un’altra dimensione, quella della vista. Quindi, quando ho visto la squadra giocare in un certo modo, e l’impegno totale veniva tradotto negli aspetti tecnico-tattici nel modo migliore, è stato naturale percepire un traguardo possibile”.
Quali sono stati, secondo te, i momenti chiave di questo percorso? C’è una partita o un episodio nello spogliatoio che ha fatto la differenza?
“Dividerei la risposta in tre aspetti. Il primo riguarda gli allenamenti. Io penso che, al di là del cuore messo, dell’impegno e della forza mentale, ci siano state delle traduzioni molto importanti dal punto di vista strategico. Ad esempio quando ritenevamo che non bisognasse anticipare, ma bisognasse stare tutte contro la palla, siccome qualche giocatrice avversaria non amava passare la palla. Quindi, abbiamo cominciato a stare completamente aperti, perché è inutile anticipare se una giocatrice non passa la palla oppure raddoppiarla perché è il punto di forza principale dell’altra squadra. Io vedevo che, negli allenamenti, le ragazze provavano a farlo e seguivano nel modo migliore questi consigli tattici e strategici che gli venivano dati. Questo è, secondo me, un momento chiave per far capire la vera forza di questa squadra. Un altro momento riguarda gli spogliatoi, in particolare le domande che le ragazze mi hanno fatto per cercare di chiarire alcuni concetti. Lì ci si rende conto di quanto ci tenessero. Le mie parole non andavano ‘buttate’: se non erano chiare, mi chiedevano maggiore precisione, o qualsiasi altra cosa di cui avessero bisogno. Questo ha reso le riunioni negli spogliatoi molto vive. Non si trattava di una situazione passiva, in cui io raccontavo e loro dovevano solo ascoltare, ma un vero momento di condivisione. Il terzo aspetto riguarda il campo, quando le ragazze sono state capaci di andare oltre le difficoltà del momento. Noi, soprattutto all’inizio delle partite, dopo aver messo insieme parziali importanti, ci siamo ritrovati in parità. Il saper reagire a certe difficoltà dà la certezza che la squadra abbia qualcosa di importante dentro. Ho preso solo questi esempi: spogliatoio, riunioni, allenamenti e partite. Sono pochi, ma penso che se ne possano fare anche altri, altrettanto importanti”.
La semifinale persa è stata dura da digerire. Come hai fatto a “ricaricare” le ragazze per il bronzo? Come si riparte in così poco tempo?
“Io penso che la semifinale sia stata una partita di un livello strepitoso, tranne per il primo quarto, in cui abbiamo commesso sette errori che avremmo potuto evitare. Abbiamo giocato alla pari delle nostre avversarie e siamo arrivati perdere per un soffio. È normale provare delusione, forte rammarico, tristezza. Perché in quei momenti si prova soprattutto molta tristezza. Il modo migliore per superarla è semplicemente mostrare anche quello che abbiamo fatto: aver giocato alla pari contro una grandissima squadra che poi ha vinto gli Europei, contro delle giocatrici straordinarie. Trasformare il rammarico in una certezza, significa riconoscere che abbiamo saputo giocare una grandissima partita. Quando volevamo, abbiamo saputo giocare alla pari. Contro chiunque. E penso che la dimostrazione l’abbiamo data in occasione della finale per il terzo posto, abbiamo disputato una partita strepitosa. Siamo riusciti a trasformare la tristezza nella certezza di poter giocare una partita di pallacanestro di alto livello con grande umiltà. E questa umiltà l’abbiamo portata anche nella finale, perché l’abbiamo portata in campo, contro la squadra che è arrivata seconda alle Olimpiadi. E forse la vera ricchezza di questa squadra è stata proprio questa: sapersi approcciare sempre con umiltà alle partite”.
Nella finale per il terzo posto abbiamo visto una squadra concentrata, compatta, determinata. Cosa hai detto alle ragazze prima di quella partita?
“Secondo me, ci sono due aspetti fondamentali da tenere in considerazione. Non solo nella pallacanestro, ma nella vita. Uno è il rispetto. Ho chiesto rispetto non solo per gli altri, ma soprattutto per noi stessi, per ciò che avevamo fatto fin dal primo giorno di raduno. E rispettare significa anche trasformare qualcosa, che può sembrare pura teoria, in pratica. Quello che intendo è che, se io gioco al massimo del mio potenziale, sto rispettando me stessa e i sacrifici che faccio. Quindi la prima cosa che ho chiesto è stato il rispetto per il nostro cammino, per tutto ciò che avevamo fatto. L’altra cosa che ho chiesto, consisteva nel prendere ciò che di buono avevamo realizzato. Come dicevo prima, quel rammarico doveva diventare una certezza, una sicurezza: quando volevamo, abbiamo saputo giocare a pallacanestro nel modo migliore possibile. È l’espressione di tutto ciò che non è teoria, ma pratica. Lo sport, d’altronde, è una cosa pratica. Sapevamo che la Francia era una squadra dal potenziale incredibile, forse la migliore squadra al mondo, e abbiamo limitato qualsiasi zona in cui potessero giocare. La Francia è fortissima soprattutto in situazioni di 1×1, in area, con pochi passaggi. Non è una squadra che gioca con molto passaggi. Il passaggio era una “forzatura” interna. La nostra bravura è stata nel capire queste strategie e stare tutti contro la palla. Secondo me, nella pallacanestro bisogna comprendere la logica della squadra avversaria. Questa è stata la cosa su cui abbiamo lavorato di più. Se c’è una giocatrice che fa 30 punti e non passa mai la palla, perché anticipare i passaggi? Invece, contro le squadre che giocano molto di passaggi, è normale che bisogna muoversi molto di più. La cosa che mi ha colpito di più, in modo estremamente positivo, è stata la forza mentale di queste straordinarie ragazze che hanno vinto il bronzo: essere concentrate sulle strategie, non lasciarsi trasportare dall’emozione o dalla voglia di far finire la partita per vincere, ma rimanere focalizzate sulle strategie di gioco. Secondo me, questa è stata la grande forza di tutto il nostro torneo. E lo possiamo dire anche in generale, riguardo tutti gli sport: i campioni, oltre ad avere un talento illimitato, hanno una forza mentale pazzesca. Quindi mi permetto di dire che queste ragazze si sono comportate da campionesse, sia per forza mentale sia per talento”.
Tutti parlano di gruppo, di coesione, di chimica dentro e fuori dal campo. Che cosa hai costruito in questi anni con queste ragazze?
“Quando rivedo le partite, mi piace osservare come le ragazze capiscono che la forza è la loro. Io conoscevo già tante di queste ragazze, prima di iniziare questo percorso. Onestamente, mi meravigliavo del contrario, perché sono tutte grandissime giocatrici di pallacanestro. Quello che ho potuto fare è stata solo una cosa, fin dall’inizio: essere assolutamente chiaro, con un rispetto delle regole pazzesco. Quando parlo di rispetto delle regole, intendo che anche le giocatrici sapevano a chi fare le domande, come farle. Quando si crea confusione, secondo me, il gioco di squadra non esiste. E si crea confusione quando ognuno fa il ruolo dell’altro. Invece io penso che noi siamo stati estremamente chiari su queste cose, fin dal primo giorno di allenamento. Siamo stati coerenti in tutto ciò che abbiamo fatto. Io penso che questi concetti, che sono la base del ruolo dell’allenatore, diano un grande contributo alla squadra. Ma questo succede quando c’è già una propensione a formare un gruppo sempre più forte. A tal proposito ho un’immagine stupenda stampata nella mente: quando le ragazze sono andate a festeggiare da sole, al mare. Io penso che quella sia la fotografia migliore per spiegare cosa vuol dire essere squadra. Sono andate da sole, non c’era un componente dello staff, perché quello doveva essere il loro momento. La chiarezza facilita la formazione del gruppo, soprattutto in una squadra come la nostra, che ha già una grandissima propensione a essere tale”.
Come fa un allenatore a calibrare il contributo delle veterane e l’energia delle più giovani?
“Anche qui entra in gioco il concetto della chiarezza. Significa che anche all’interno della squadra ci sono dei ruoli, e ogni ruolo è fondamentale. Se, per esempio, penso a un pick and roll: tante volte c’è chi blocca e prende un contatto anche duro, ma deve continuare per il bene della squadra, perché quello è il suo ruolo. Se ci pensiamo, molte cose hanno più destino di quanto sembri. Noi siamo riusciti a dare la giusta dignità a ogni ruolo, e secondo me questa è stata la forza di questa squadra. Le più esperte hanno messo a disposizione delle più giovani la loro esperienza, e le più giovani hanno messo a disposizione delle più esperte la loro freschezza, la loro energia. Secondo me è stato un mix pazzesco, vincente. Devo ringraziare queste ragazze e le ringrazierò per tutta la mia vita, per la loro disponibilità e per come il gruppo è cresciuto giorno dopo giorno. Io penso che sia una cosa scientifica: i gruppi sono un po’ come organismi in evoluzione. C’è un momento in cui uno deve rompere un equilibrio per arrivare a un equilibrio superiore. E, onestamente, è quello che dobbiamo fare per arrivare sempre più pronti alle partite importanti”.
Questo bronzo, che valore personale ha per te?
“Questa domanda è difficilissima. Io sono contento per il momento intero, sono davvero orgoglioso di queste ragazze, che fin dal primo giorno si sono allenate seriamente. A me avrebbe fatto piacere vedere la palestra piena di allenatori, soprattutto quelli che dicono che gli atleti non hanno voglia, per un motivo molto semplice: fargli vedere queste ragazze. Loro mi hanno inorgoglito, mi hanno reso felice, mi hanno dato forza e luce. Non la luce per far vedere, ma la luce per guardarsi dentro. Una luce ancora più forte, perché mi ha dato ancora più forza per capire l’importanza di essere seri e di credere nella persona, prima che nelle capacità tecniche di un’atleta. E poi, questa vittoria mi ha fatto gioire insieme a delle persone che oggi fisicamente non ci sono più”.
Quali sono i prossimi obiettivi? Come si fa a trasformare questo risultato, che dall’esterno può sembrare un punto di arrivo, in un nuovo punto di partenza?
“Semplicemente, senza ricordare il successo, ma tenendo conto solo della strada che abbiamo fatto per arrivarci. Dobbiamo ricordare sempre che ci siamo divertiti ad allenarci bene, a sudare in palestra, anche in tutti quei momenti in cui c’è anche più rabbia. Ma il risultato finale dipende esclusivamente da ciò che abbiamo fatto e da ciò che le ragazze fanno tutti i giorni. Perché, quando arriverà il momento di scendere di nuovo in campo, tutti si aspetteranno da noi un gioco come quello che abbiamo mostrato agli Europei: un gioco bello, fluido, di squadra, in cui tutte le giocatrici sono protagoniste. Nessuno è stato escluso. Tutti si aspetteranno questo da noi. E noi, ora, dobbiamo portare tutto questo a un livello più alto. Per farlo c’è solo un modo: le ragazze devono allenarsi tutti i giorni con attenzione e voglia di superarsi. Questa è l’unica strada, non ce n’è un’altra. Allora noi andremo in quella direzione. Non possiamo ricordare la medaglia, ma dobbiamo ricordare il perché della medaglia, da dove nasce. E quella medaglia nasce dal lavoro quotidiano, dai giorni spesi in palestra, dalla massima fiducia nei medici, nel preparatore fisico, negli allenatori, nella compagna di squadra. Perché questo porta a quella gioia. La cosa che a me fa più piacere è vedere che fanno ciò che io chiedo. Ad esempio, quando tornano in panchina, anche se le ragazze sono arrabbiate, siccome uscire dal campo non fa piacere a nessuno, ho sempre chiesto di dare il cinque a chi entra. Poi possono anche arrabbiarsi dopo, ma non voglio che mettano pressione a chi entra. Questi gesti sono stati fondamentali e importanti per il nostro bronzo. Secondo me, dare il cinque alle compagne, magari col sorriso e con una parola di incoraggiamento, dona più forza a chi entra in campo. Se invece si esce borbottando e senza voglia, chi entra percepisce il sentimento negativo. Quindi noi dobbiamo guardare a questo: alla capacità di togliere qualcosa di proprio, soprattutto quando ci sono delle emozioni di mezzo. Secondo me la disposizione della squadra è stata una forza per l’intera squadra. Dobbiamo ricordarci di questi gesti. A noi nessuno ha regalato niente. Abbiamo ottenuto dei risultati perché le ragazze sono state brave, punto”.
Noto che per te è molto importante l’aspetto umano.
“Troppe volte le persone diventano griglie in cui inserire dei numeri o dei segni. Ma le persone, gli studenti, gli atleti, non sono griglie. Basta con questo concetto. Dietro queste etichette c’è una persona, e io devo valutarla seriamente. Devo sempre chiedermi: dove può arrivare? Può anche capitare che non stia imparando certe cose, ma la colpa non è sempre sua. La colpa può anche essere la mia, che non riesco a insegnargliele nel modo migliore. Io penso veramente che bisogna andare oltre le griglie, ed è una cosa che ho fatto con la Nazionale. Ci sono cose, come la creatività o l’effetto spugna, che cerco sempre di trovare nei giocatori che vado a vedere. Se questi aspetti non ci fossero, si può raggiungere la finezza tecnica ma non la completezza. Sicuramente le griglie hanno un loro senso, ma non sono il Vangelo. Bisogna andare oltre, perché l’essere umano non può essere ridotto a una griglia. E questo vale per qualsiasi ambiente preveda l’insegnamento. D’altronde io sono coinvolto anche in impegni accademici, oltre che nelle palestre. Se la vita fosse una griglia, ogni tiro sarebbe uguale. Invece, non è così. Il tiro cambia a seconda del momento, della partita, dello stato d’animo. La mia capacità sta nel capire questa cosa”.
Cosa senti di dire oggi a tutto il movimento del basket femminile italiano, dai settori giovanili alle società, passando per chi lavora nell’ombra?
“La prima cosa che chiederei è togliere la parola ‘femminile’ nella definizione, perché io penso che la pallacanestro sia solo tale, indipendentemente da chi la gioca. Questo termine, a volte, diventa il più grande alibi per chi lavora con le donne. Personalmente non ci vedo nulla di utile. Troppe volte mi è stato detto che certe cose, nella pallacanestro femminile, non si possano fare. E io volevo capire perché. Per me non esiste questo concetto, è fuori dalla mia logica vedere le cose in questo modo. Ci sono giocatrici italiane che possono giocare in Serie A, senza problemi. Magari non schiacceranno, ma sanno fare talmente tante cose che potrebbero tranquillamente giocare a livelli alti. Quello che voglio dire, con questo, è che dobbiamo conferire il massimo della dignità a tutte le atlete che vengono in palestra. Poi c’è il discorso della motivazione, che è un po’ più ampio. Ci sono tre tipi di motivazioni, che sono alla base di tutto. Una è la motivazione all’autonomia. Se pensiamo ai bambini che imparano a camminare, cadono ma continuano a rialzarsi. Vanno oltre il dolore, perché vogliono iniziare a essere autonomi. La seconda è la motivazione alla competenza, che non può essere favorita se si continua a far notare solo ciò che qualcuno non sa fare. La terza motivazione è quella alla relazione. I bambini vogliono stare insieme, parlare, vivere tra di loro. Quindi dobbiamo allenare l’autonomia e la capacità di risoluzione dei problemi dell’atleta. Dire ai nostri ragazzi che sono stati bravi, non è una cosa cattiva. Anche chi sa fare di meno, può apportare il proprio contributo. Questo non deve essere uno stimolo negativo, ma un segnale riguardo cosa dobbiamo insegnare. È fondamentale affinare la capacità di far vivere le ragazze in relazione. Se lavoriamo su queste tre motivazioni, il movimento femminile può crescere e sorridere molto di più. Tutto questo si sviluppa usando anche gli strumenti tecnico-tattici, siccome la pallacanestro è uno sport che si gioca con tecnica e tattica. Anche l’autonomia si insegna attraverso i fondamentali della pallacanestro”.
Passiamo all’Italbasket maschile. Cosa pensi del recente abbandono di Gianmarco Pozzecco?
“Solitamente io parlo solo quando sono a conoscenza delle cose. Penso che ognuno abbia le capacità e la maturità di fare delle scelte, dire delle cose. Quindi non entro in merito, ognuno sa cosa è meglio fare in certi momenti. Io ho esperienza anche nel movimento maschile, ho fatto cinque Mondiali in dieci anni, fino all’arrivo della pandemia. Già all’epoca sostenevo che avessimo ragazzi molto interessanti. Penso, ad esempio, a Marco Spissu. Oggi ha fatto l’Eurolega e gioca nelle migliori squadre italiane. Penso che ci siano giocatori validi, e sono assolutamente fiducioso a riguardo. Sicuramente mi piacerebbe vedere che a questi ragazzi viene data più possibilità di giocare, perché lo meritano e perché sanno giocare. Secondo me, la visione di alcuni è troppo limitante. Guardano solo al passato. Io penso che ci siano tanti ragazzi che sanno giocare, anche se sono giovani e ancora non hanno esperienza. La capacità che serve è quella di costruire le esperienze necessarie per farli giocare. Bisogna continuare a formare i nostri giovani, anche quando diventano professionisti, cercando di farli specializzare. Ma questo non significa saper fare solo una cosa: sono comunque necessarie le conoscenze di base, generali. Io sono ottimista per il futuro del movimento. E se non avessi avuto questa fiducia, forse non avrei ottenuto certi risultati. Recentemente ho vinto il premio Reverberi, e penso di averlo raggiunto perché ci ho creduto, ho studiato e lavorato sodo. Mi hanno dato la possibilità di ottenere risultati, e alla fine ho vinto. Per questo, ciò che dico è: crediamo di più in questi ragazzi. Crediamoci davvero. Come facciamo a non credere in loro? Non è giusto che debbano andare all’estero per giocare come si deve. Basta solo credere in loro”.
Per ultimo, ma non per importanza: Achille Polonara recentemente ha dovuto affrontare un altro grave problema di salute. Tu che lo conosci bene, se volessi cogliere l’occasione di mandargli un pensiero tramite questa intervista, che cosa gli diresti?
“Provo grande stima e grande affetto per Achille. Lui ha fatto le sue prime esperienze in Serie A con me, a Teramo. C’è un rapporto speciale. Il messaggio da dare è molto semplice: è un combattente, sa dove vuole arrivare, ha il giusto carattere per affrontare certe cose. Non a caso è arrivato in Serie A, giocava perché aveva queste caratteristiche. Oggi ha una bella sfida davanti a sé, ma so che la sta affrontando nel modo migliore. E io sono convinto che vincerà quest’altra partita. Anzi, ne sono convintissimo. Perché è un combattente, ha carattere, non si tira indietro. Io so che vincerà. Come ha vinto nella pallacanestro, giocando bene, in modo straordinario. Quindi gli mando un abbraccio pieno, pieno d’affetto. Lui è un campione. E i campioni sanno come arrivare a vincere”.
Crediti foto: @Italbasket.

