La notizia che non c’entra nulla squarcia all’improvviso orizzonti di gloria per gli amanti di un certo tipo di giornalismo, approfondito, curato, riflettuto, originale. Finisce che quasi quasi ci crediamo anche, pur essendo più impossibile che improbabile. Eppure, la speranza che l’impero Disney colpisca ancora, che rilanci un progetto abbandonato un annetto fa, è tutto fuorché morta. Anzi, è vivissima, e lotta con noi e per noi.
Rewind, grazie.
Dunque, circa a metà novembre di quest’anno domini, torna in auge un rumor estivo che per la verità era passato un po’ sotto silenzio: la Walt Disney Company sarebbe intenzionata ad acquisire Netflix. Come avrebbe detto il mai troppo compianto Maurizio Mosca, bomba di mercato, mercato vero, mercato delle monete tintinnanti prima di vedere cammello.
Rapido debriefing su quali aziende sono consociate (o per meglio dire, controllate) da Sua Maestà Topolino, senza entrare nel merito delle scatole cinesi che contengono ogni divisione.
ABC, canale televisivo che trasmette, tra le altre, serie cult come Once upon a time, Castle e Grey’s Anatomy, fino alle più recenti How to get away with a murder e Quantico.
Marvel, compresa di studios cinematografici, settore fumetti, cartoni animati e chi più ne ha più ne metta.
Pixar, che da Toy Story in poi ha sempre sostanzialmente fatto corsa di testa in merito a intrattenimento graficamente all’avanguardia per i più piccoli.
Lucasfilm, che include la saga cinematografica per eccellenza della storia dell’umanità (Star Wars) e il punto di riferimento del racconto storico-avventuroso (Indiana Jones).
ESPN, stella polare per gli sport professionistici negli Stati Uniti, dentro e fuori la Terra delle Opportunità.
Il pensiero che vi sta sfiorando in questo momento è lo stesso che ha attraversato la scatola cranica stessa di chi scrive e si traduce più o meno: “Con tutto questo ben di Dio, cosa diavolo se ne fa la Disney del player più in voga del momento in materia di streaming?”.
La risposta, che giusto in questo momento, o forse qualche secondo fa se siete rapidi di pensiero, vi è balzata davanti agli occhi, è abbastanza scontata: perché Netflix ha quello che alla Disney manca. Il sangue.
Per come nasce e si sviluppa, il marchio californiano è infatti diretto a un pubblico di famiglie, e di conseguenza permettersi di proporre contenuti che attraggano quella larga fetta di spettatori che predilige show più maturi, realistici, politicamente scorretti.
Quindi la strategia Disney parrebbe essere quella di agglomerare un servizio che di fatto ha già in casa (coincidenza che l’esplosione di Netflix sia avvenuta dopo il successo della prima stagione di Daredevil?) per poter attrarre quel denaro sonante proveniente da un mercato che ancora non ha approcciato, se non attraverso terzi (la stessa Netflix).
Ora, questa lunga premessa qui termina e lascia in sospesa una domanda: vi ricorda niente? Un marchio che la Disney ha in casa (tramite ESPN)? La volontà di sfruttare un mercato non ancora battuto dall’azienda stessa, un mercato “di nicchia”, che nell’intrattenimento cerca il piacere intellettuale, oltre che un comprensibile stacco della testa?
Ecco perché potrebbe essere non impossibile, ma al massimo improbabile, che la Disney decida di ridare una chance a un’etichetta, Grantland, che in fondo ancora le appartiene e che riscuoteva trasversali consensi. Sarebbe sic et simpliciter una questione di coerenza nelle strategie di mercato.
Ricostruzione fantasiosa? Indubbiamente, e anche nel caso dovesse succedere chissà quanto potrebbe impiegarci e soprattutto in che modo lo farebbe. Noi però non smettiamo di sognarlo, un ritorno in pompa magna di Grantland. D’altra parte, non è Disney stesso che diceva che se si può sognarlo, può succedere?
E se la Disney ricostituisse Grantland?
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