Alonzo Harding Mourning Jr. nasce a Chesapeake, città autonoma della Virginia, l’8 febbraio 1970. Possedendo grandi doti fisiche sin dalla giovane età, Alonzo sa già, o almeno spera, che il suo futuro sarà quello di saltare a prendere il rimbalzo e saltare a schiacciare ed inizia la propria avventura nel mondo del basket alla Indian River High School.
Dopo gli ottimi risultati ottenuti alla High School, la fila dei college pronti a fare carte false per portare nella propria rappresentativa Mourning è lunga. Alla fine, però, la scelta ricade sulla Georgetown University, college famoso per aver formato centri del calibro di Patrick Ewing e Mutombo. Il suo impatto con il campionato collegiale è a dir poco devastante; e il suo modo di lottare in ogni azione fa brillare gli occhi dei vari General Manager della NBA. Alla fine dei suoi quattro anni a Georgetown la sua media è di 25.9 punti, 13.1 rimbalzi, 2 assist e 6.1 stoppate.
Resosi eleggibile al Draft del 1992, si accasa, dopo essere stato chiamato con la scelta numero due (secondo solo a Shaquille O’Neal), agli Charlotte Hornets. La sua stagione da rookie è di quelle che non passano inosservate: media di 21 punti, 10 rimbalzi e 3.5 stoppate. Non arriva il titolo di Rookie of the Year, ma soltanto perché quell’anno è anche l’anno da rookie di Shaquille O’Neal che mette 23.9 punti e 13.9 rimbalzi a partita. Grazie alla brillante stagione regolare del centro della Virginia, e a quella altrettanto brillante di Gill, Larry Johnson, e Tyrone Bogues (a cui proprio Mourning affibbierà il soprannome “Muggsy”) gli Hornets approdano ai playoff. Nella post season, però, la squadra di Charlotte esce contro i Knicks al secondo turno, dopo aver eliminato al primo turno i Boston Celtics, grazie al tiro decisivo di Mourning a poco più di un secondo dalla fine. Nella stagione successiva il caso vuole che “Zo” (o “il mago di Zo”, così veniva chiamato) debba imparare a diventare anche trascinatore.
Larry Johnson, infatti, subisce un infortunio abbastanza serio e deve saltare ben 31 partite. La squadra prova a salire sulle spalle, non poco larghe, del suo centro, ma alla fine il record recita 41 vittorie e 41 sconfitte: non abbastanza per approdare ai playoff. La stagione successiva, quella 1994-1995, è caratterizzata dal primo infortunio di Mourning; e, dopo aver raggiunto i play off, i Bulls, che possono contare sul ritorno di sua altezza volante, eliminano la compagine di Charlotte in 4 partite.
Complice il lungo infortunio, gli Hornets decidono che è il momento giusto di cedere la sua stella; e concretizzano uno scambio con i Miami Heat, che portano Mourning in Florida in cambio di Glen Rice e Matt Geiger. A Miami trova un allenatore che per lui stravede e avrebbe fatto di lui il centro, in tutti i sensi, attorno al quale costruire la squadra: Pat Riley. Il primo anno agli Heat è buono, ma non buonissimo. Infatti al primo turno della post season in Chicago Bulls si fanno un sol boccone di Miami e vincono in quattro partite. Al secondo tentativo Mourning riesce a portare i suoi alle finali di conference, battendo i Magic al primo turno ed i Knicks in semifinale, in gara 5 dopo una concitatissima gara 4 terminata in rissa. La finale di conference, però, è contro i Bulls che vincono per 4-1. La stagione successiva sembra essere quella giusta. Jordan si ritira per la seconda volta e Miami in regoular season vola letteralmente grazie alle prestazioni in formato XXL di Mourning, chiudendo la stagione regolare al primo posto della Eastern Conference. L’incrocio al primo turno dei playoff sembra essere di quelli senza apparente motivo di esistere: contro i Knick, capaci di raggiungere la post season per il rotto della cuffia. La realtà, però, è un’altra: New York riesce a portare la serie a gara 5, per poi vincerla grazie al tiro sulla sirena di Houston. Gli anni passano e la storia è sempre la stessa: squadra che gira alla grande in stagione regolare e playoff che terminano per mano dei Knicks.
L’anno della svolta, se così la vogliamo chiamare, è il 2000. Olimpiadi di Sydney, trionfo per la nazionale statunitense che schiera come centro titolare proprio Alonzo Mourning. Il rientro dall’Australia, però, è da brividi. Il modo di giocare di Mourning è molto dispendioso e non infortunarsi giocando su quei ritmi è impossibile. Così, fin dai primi tempi trai professionisti, Alonzo fa abbondante uso di antinfiammatori. Piano piano Mourning, che sollevava di panca qualcosa come 220 kili, fa fatica anche a solevvare qualsiasi oggetto. La diagnosi è di quelle che lasciano senza fiato: glomerulosclerosi segmentaria e focale. In poche parole i suoi reni, uno in particolare, hanno ceduto e servono cure molto pesanti. Nel 2001 i medici danno l’ok al rientro sul parquet a Zo, che però non ha la stessa brillantezza atletica di prima, ma riesce comunque ad essere decisivo. La squadra però non è più la stessa ed i playoff non arrivano. Prima che inizi la stagione 2002-2003, però, gli Heat non possono offrirgli il contratto che vorrebbe e diventa un free agent. A puntare su di lui ci sono i Nets. I Nets del suo amico Jason Kidd e che l’anno precedente sono andati ad un passo dal titolo NBA. Il rene continua a fare storie.
La vita, prima o poi, ti presenta sempre il conto e, se fai di tutto per essere sempre al top, il prezzo da pagare non può che essere salato. Dopo solo 12 partite i medici lo fermano, ma questa volta si rende necessario un trapianto. A fornirgli il rene è un cugino, impiegato in una banca a New York. Dopo l’operazione, e l’annuncio del ritiro, il recupero è veloce e Mourning inizia a prepararsi fisicamente per un clamoroso rientro in campo, seguendo l’esempio del collega degli Spurs Sean Elliot, che tornò a giocare dopo un trapianto di reni dovuto sempre alla stessa malattia. All’alba della stagione 2004-2005 torna sul parquet, tra lo stupore, misto ad entusiasmo, di tutti. Anche la dirigenza dei Nets ne è molto contenta, ma nello sport quello che contano sono i risultati e per una squadra come quella del New Jersey portarsi a casa una stella come Vince Carter sarebbe l’ideale per dare nuovo vigore alla franchigia. A farne le spese sono Eric e Aaron Williams e lo stesso Mourning, che però si rifiuterà di giocare per i Raptors e verrà tagliato subito. Senza squadra, e con tanta voglia di far vedere chi è il vero guerriero, gli Heat tornano a pensare a lui; e riescono, a dirla tutta senza tanti sforzi, a farlo tornare in Florida. Il suo ritorno è accolto con grande calore, e non poteva essere altrimenti, dai tifosi degli Heat e, alla prima partita casalinga i cartelloni che recitano “welcome back” sono innumerevoli.
Agli Heat, però, sostanzialmente è tornato per vincere. Vincere per lui e per la gente che tanto affetto gli ha dato. Nel frattempo Miami ha avuto il merito di portare alla corte di Riley giocatori del calibro di Shaquille O’Neal e Dwayne Wade. Alla finale di conference sono proprio Wade e Shaq ad arrivare in condizioni fisiche precarie ed i Pistons ne approfittano per chiudere la serie. Con l’ennesima occasione passatogli accanto, e non sfruttata, il “Mago di Zo” decide che è l’ora di smettere con il basket. Ma Riley, probabilmente l’unica persona incrociata nella sua carriera ad avere il solito carisma, lo convince a fare un’altra stagione, con la promessa di fargli chiudere la stagione con l’anello al dito. La stagione che doveva vederlo, ancora una volta, centro di riserva alle spalle di O’Neal, invece lo vede partire spesso titolare a causa dei problemi fisici dell’ex Lakers. Dopo aver sconfitto ai playoff i Bulls, i Nets ed essersi presi la rivincita sui Pistons, gli Heat affrontano i Mavericks in una serie decisa in gara 6, dove
Mourning gioca una gara difensiva pressoché perfertta, mettendo a segno ben 6 stoppate. L’entusiasmo che deriva dall’esser riuscito a raggiungere il suo sogno, decide che non è ancora il tempo per smettere e resta a Miami anche per la stagione 2007-2008. Ma il 19 dicembre 2007, quattro anni esati dal trapianto, la sua carriera vede la scritta fine. Nel primo quarto della sfida contro gli Atlanta Hawks è il suo ginocchio a presentargli un altro conto abbastanza salato: rottura del tendine rotuleo. I sanitari entrano in campo, il medico chiama la barella, ma Alonzo non vuole saperne di uscire trasportato in barella e riesce, in qualche modo ad uscire sulle sue gambe. Il 22 gennaio 2009, dopo quasi due anni di riabilitazione, decide di non voler rischiare di logorare ulteriormente il suo fisico e decide di smettere. Il 30 marzo dello stesso anno gli Heat decidono di ritirare la sua maglia, la numero 33.
La cerimonia è la più lunga che si sia mai vista per questo genere di cose. Prima di tutto fu lette una lettera inviata da Barack Obama in persona, dopo intervennero il governatore della Florida Charlie Crist, Pat Riley e Patrick Erwing, Dikembe Mutombo, Tim Hardaway e John Thompson, suo coach ai tempi di Georgetown. “Voglio che tu sappia quanto siamo orgogliosi della tua straordinaria carriera. Ma anche del modo in cui tu ha contribuito per il bene della comunita in tutti questi anni. Sei stato, e continuerai ad essere, un grande leader”. Così recitava una parte della lettera scritta da Obama. In fondo uno leader lo nasce, sicuramente non lo diventa. In fonde se riesci a trovare la forza di tornare sul parquet, nel modo in cui lui è tornato sul parquet, vuol dire che sei un vero guerriero.
Un esempio per tutti quelli che hanno bisogno di credere in qualcosa, per tutti quelli che credono di non potercela fare. Emblematica anche la sua ultima scena sul parquet: lui che esce dal campo trasportato a fatica, ma non in barella. Perché, se anche una sola gamba ce la fa, un guerriero esce sempre di scena in piedi e a testa alta.

