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Brandon Ingram, che crescita! I miglioramenti di quest’anno e quelli potenziali

di Gaetano Gorgone

Negli ultimi tempi, diciamo da quando non si vince più, all’incirca, in quel di Los Angeles sponda giallo-viola, non hanno avuto molta pazienza con i propri giovani e, abbastanza frequentemente, non ci hanno visto lungo. Una lunga lista di promesse scartate prematuramente dal front office dai Lakers, che prendendo LeBron e Davis ha abbandonato la linea verde, per provare a vincere subito. A proposito dell’operazione Davis, in quella trade Rob Pelinka ha spedito gli ultimi sopravvissuti  (Kyle Kuzma a parte) a New Orleans, chiudendo definitivamente il progetto “young core”. Ultimo tra i ripudiati sull’elenco? Brandon Ingram, ed è di lui che si parlerà in queste righe.

Colui che aveva sofferto la convivenza con Kuzma, fino a portare i californiani a fare una scelta, optando per abbandonare il prodotto di Duke a NOLA. Nella città dei pellicani, Ingram avrebbe avuto a disposizione più spazio per crescere, senza la pressione di dover vincere subito. Al contempo, però, era chiamato ad una revenge season che doveva far ricredere l’intera lega sul suo conto. Ci è riuscito più che ottimamente, mettendo su numeri importanti e diventando un All-Star, nonché  go-to-guy del suo nuovo team. In quest’annata ha avuto molte più opportunità per esprimere il suo potenziale, che sembra ancora illimitato e inesplorato, dunque, nonostante sia già un fortissimo candidato al Most Improved Player, ci sono ancora alcuni aspetti del suo gioco da limare, che andremo ad analizzare assieme ai suoi clamorosi miglioramenti.

Le lacune 

Come specificato in apertura, il fattore ambientale ha inciso parecchio sull’impatto di Brandon Ingram durante le sue prime tre stagioni NBA. Brandon è un ragazzo molto fragile e caratterialmente non è esattamente solidissimo (ha avuto modo di provarlo diverse volte), e per questa ragione forse non era ancora pronto per sostenere le ambizioni vincenti di una contender. La componente mentale è stata la chiave che ha fatto svoltare il suo atteggiamento in campo: spesso restio a prendersi responsabilità un tempo, clutch player e risolutore di possessi ingarbugliati oggi. Di certo, il contesto dei Pelicans è certamente più consono per un talento in piena rampa di lancio, poiché permette di tenere lontani i riflettori su difetti e dettagli più bui.

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Brandon Ingram in azione contro Skal Labissiere.

In particolare, la difesa di Ingram a LA è stato il tassello che ha decisamente sbilanciato le preferenze di Magic e gli altri su Kyle Kuzma, molto più pronto  ad essere un role player consistente difensivamente e pungente offensivamente. Tuttavia, Ingram ha dimostrato di essere letale se non limitato a compiti specifici, coach Alvin Gentry gli permette di sfoggiare tutto il suo arsenale, che lo rende un’arma davvero inarrestabile. Senza esagerare, ma il 14 dei Pelicans è stato la cosa più vicina a Kevin Durant in questo scorcio di regular season, per caratteristiche fisiche e tecniche. Sin dal suo approdo nel campionato dei grandi, il paragone tra i due è stato praticamente inevitabile, due skinny boy, estremamente criticati da chi crede che il gioco si stia sempre più indirizzando verso bestioni grossi e muscolosi.

Le abilità realizzative sono quelle, le leve e la capacità di tirare in testa a tutti anche, è chiaro che il target KD è estremamente impegnativo e che al nativo di Kinston manchino ancora delle peculiarità tecniche, oltre che ovviamente di mentalità, sulle quali dovrà lavorare, in sostanza, per tutta la carriera, se la strada da seguire è quella. Oggettivamente, piegarsi in difesa per uno come lui è un movimento anatomicamente duro, le prolunghe che si ritrova per braccia gli permettono di aggiungere qualche rubata e stoppata in più al suo tabellino statistico, eppure sia lontano dalla palla che in alcune situazioni “on the ball” c’è più di qualcosa su cui lavorare. Anche a livello di lettura, se in attacco siamo a standard d’elite, dietro ci sono dei particolari meccanismi da sistemare. Come detto però, Brandon Ingram ha tutta la carriera per farlo. In ogni caso, in questa stagione ha ritoccato tutti i career high e la notizia fantastica per la dirigenza di New Orleans, riguarda il fatto che la sua coesistenza con Zion Williamson sembra, per il momento, funzionare.

Brandon Ingram in numeri

In merito all’aspetto prettamente numerico, le statistiche di Brandon Ingram sono state gonfiate parecchio, nel senso buono del termine, rispetto alle tre stagioni in giallo-viola. Tutte, o quasi, le sue cifre sono cresciute a vista d’occhio e, soprattutto, le voci statistiche che stonavano la scorsa stagione, sono state aggiustate. Oltre ai 24.6 punti di media che sta tenendo ad ogni presenza in campo, che si trattano di un +6 rispetto alla produzione realizzativa del 2018/19, le percentuali che in passato gli venivano contestate, adesso sono divenute i suoi punti di forza. Ci riferiamo ai dati del tiro da tre punti e ai tiri liberi, dei nei che Ingram si portava dietro dal suo ingresso nella lega, non essendo mai stato impeccabile e costante al tiro.

La scorsa estate evidentemente ci ha lavorato, perché se vuole diventare il giocatore che i Pels stanno costruendo, è necessario che costruisca un tiro solido e costante. Difatti, la sua percentuale dall’arco dice 38.%, che è un numero che rende molto molto di più, se rapportato all’aumento della mole di tiro, all’aumento rispetto alle consuetudini e ai tiri presi complessivamente da lui e dalla squadra. Per comprendere meglio, Ingram prende, all’incirca, lo stesso numero di tiri da dietro l’arco di LeBron James che, invece, tira con il 34.9% (2.2/6.4 in media, il suo ex compagno mantiene 2.4/6.3 di average). Prende più del triplo delle bombe dell’anno passato, il 35% dei suoi tentativi dal campo vale 3 punti e il 30% del suo fatturato in termini di punti viene dalle triple prese. Segna un quarto dei tiri da tre della sua squadra, prendendo il 24.1% dei tentativi totali dei suoi. Allo stesso tempo, i suoi miglioramenti alla linea del tiro libero sono, a dir poco incredibili, in tre anni non era mai andato più in là di un 68.1% alla sua seconda stagioneIn questa regular season, in lunetta si sta facendo rispettare con uno sbalorditivo 85.8%, frutto di 0.3 liberi tirati in più, ma di un aumento di 1.3 punti prodotti dalla linea della carità (5.1/5.9).

Accontentarsi di una gita in lunetta è diventata più che un opzione nel bagaglio offensivo del prodotto di Duke, il 40% dei canestri arrivati dai liberi della sua squadra sono realizzati da lui.

La presenza di Brandon Ingram sul perimetro è ormai diventata sempre più frequente.

Un altro miglioramento che possiamo riscontrare attraverso la sua statline canonica e confermare con l’aiuto delle advanced stats è quello che riguarda le sue abilità da rimbalzista. Sin dal college, considerando le sue leve e i suoi centimetri, la quantità di rimbalzi catturati è stata sempre sotto le proprie possibilità fisiche. Ciò, anche a causa del non troppo sviluppato senso della posizione di Ingram, che, avrà sicuramente lavorato per aggiustare questo particolare, sebbene si sarà sicuramente trovato in migliori condizioni, contestualmente, per accaparrarsi più palloni vaganti in prossimità dei ferri.

Numericamente, ha incrementato i suoi rimbalzi di media di 1.2 a partita, un aumento che rispetta il progressivo miglioramento complessivo, nel quale non c’è nulla che fa scalpore. Quello che fa più riflettere è il fatto che, di questi 1.2 rimbalzi in più, 1.1 siano rimbalzi difensivi: questa peculiarità denota un integrale coinvolgimento di BI nella manovra dei Pelicans e spiega la sua progressione a rimbalzo. Per andare a rimbalzo difensivamente, non necessita di estreme dote atletiche o di posizione, al contrario dei rimbalzi offensivi, quindi è solamente una conseguenza di alcune concessioni corali. Infatti, Ingram ha un rebound rating discretamente elevato per essere uno che non gioca costantemente sotto le plance, il suo usage a rimbalzo difensivo (%DREB) è del 21.1%, cioè tira giù più di un quinto dei rimbalzi successivi ad errori al tiro avversario.

Parlando di usage, tutti i career high che sta fissando in ciascuna voce statistica sono giustificabili osservando il suo USG% di 27.6%, decisamente più importante rispetto a qualsiasi altra stagione in canotta Lakers, che lo posiziona come il secondo giocatore con più impatto sui possessi di NOLA, dietro solo a Williamson (28.2%). Proprio citando Zion e il suo rientro in campo, dal suo ritorno il quintetto che include Zion, lo stesso Ingram e Ball, Holiday, Favors, è quello più utilizzato da coach Gentry (13.5 minuti a gara) e che produce più punti (35.7 a gara). Questo potrebbe far pensare che i due si siano incastrati fra loro decentemente, eppure, personalmente (importante esclusivamente per la corsa al MIP e non ai fini di squadra), i numeri di Brandon sono in discesa dal 22 gennaio, data del rientro della prima scelta dell’ultimo draft. Una flessione preventivabile, dovuta tendenzialmente ad un calo fisiologico che in una stagione del genere non è raro capiti, specialmente per un giocatore del genere, discontinuo per indole.

Tra Ingram e Williamson si è formata una buona intesa che fa sperare i Pelicans per il futuro.

In parte, il doversi dividere il pallone con il rookie-fenomeno ha consequenzialmente costretto entrambi a mettere un poco da parte le ambizioni personali per puntare al miracolo playoffs, che al momento dello stop sembrava un target irraggiungibile. In ottica futura, la perfetta coesistenza tra i due sarebbe la chiave che lancerebbe le ambizioni dei New Orleans Pelicans verso orizzonti sconfinati, approfittando dell’esplosione, che potrebbe diventare definitiva, di un Brandon Ingram potenzialmente devastante.

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

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