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In ricordo di coach Jerry Sloan, dai Bulls allo ‘Stockton to Malone’ dei grandi Utah Jazz

di Andrea Indovino

E’ un 2020 che non dà tregua. La morte di David Stern, prima, poi l’improvvisa e tragica scomparsa di Kobe Bryant. Che ha lasciato il mondo di stucco, senza fiato. A complicare tutto, la diffusione della pandemia da coronavirus. E a corredo, un’altra infima notizia: la dipartita di Jerry Sloan.

Storico allenatore degli Utah Jazz, che ha guidato per 23 anni dal 1988 al 2011, Sloan se n’è andato all’età di 78 anni. Era malato, da tempo. Risultando in fin di vita già da parecchi mesi. Afflitto dal morbo di Parkinson,  ha aggravato il quadro clinico una forma maligna di demenza senile, acuitasi nelle ultime settimane. Quindi, la notizia non ci ha purtroppo colti di sorpresa.

Jerry Sloan sarà per sempre sinonimo degli Utah Jazz. Farà parte in eterno della nostra organizzazione e ci uniamo alla sua famiglia, amici e tifosi nel lutto per la sua scomparsa. Siamo grati per quello che ha raggiunto qui nello Utah e per i decenni di dedizione, lealtà e tenacia che ha dato alla squadra

Con questo breve ma toccante comunicato, la franchigia di Salt Lake City ha annunciato al mondo la scomparsa dello storico coach.

Jerry Sloan, una vita dedicata alla pallacanestro

Nei suoi 23 anni al comando dei Jazz, ha ottenuto ben 1223 vittorie. Un banner che guarda tutti dall’alto verso il basso alla Vivint Smart Home Arena ce lo rinfresca qualora ci dimenticassimo.

Jerry Sloan.

Quarto tra gli allenatori più vincenti per numero di partite, peccato non per titoli: dietro soltanto a Lenny Wilkens, Don Nelson e Gregg Popovich.

In carriera non ha mai vinto il premio di ‘Allenatore dell’anno’, finendo per due volte secondo (di cui una nel 2003/2004 concludendo sopra il 50% di vittorie l’anno dopo l’addio di Stockton e Malone, quando tutti si aspettavano e pronosticarono una stagione perdente), ma nel 2016 è stato premiato dai suoi colleghi con il Chuck Daly Lifetime Achievement Award insieme all’ex allenatore dei Celtics KC Jones. Troppi pochi riconoscimenti, per un allenatore che ci lascia un eredità difficile da rimuovere, come una montagna dello Utah.

Un curriculum di primo livello, impreziosito da 20 partecipazioni ai playoffs e due Finali NBA nel 1997 e nel 1998 contro i Chicago Bulls, squadra di cui era stato bandiera come giocatore a cavallo degli anni ’60 e ’70 e poi allenatore tra il 1979 e il 1982. La casacca numero 4 dei Bulls, non a caso, è appesa al soffitto dello United Center.

Queste le dichiarazioni della famiglia Miller, proprietaria dei Jazz:

È stato un onore e un privilegio avere uno dei più grandi e rispettati allenatori nella storia della NBA a guidarci per così tanti anni. Abbiamo apprezzato il nostro rapporto con Jerry e abbiamo riconosciuto la sua dedizione e passione con il quale ha svolto il suo lavoro per così tanto tempo. Ha lasciato un’eredità duratura con questo franchise e per la nostra famiglia. L’impatto di vasta portata della sua vita ha toccato la nostra città, lo stato e il mondo, oltre a innumerevoli giocatori, staff e fans

Utah è riuscita a spingersi per due anni consecutivi alle NBA Finals, entrambe le volte disputate contro i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman (abbiamo rivissuto il duello nella serie The Last Dance). Cadendo in entrambe le circostanze sotto i colpi di una della squadre più dominanti di sempre in NBA.

Sloan è entrato nella Hall of Fame nel 2009. “Non mi piacciono numeri, statistiche e cose del genere”, così l’allora condottiero dei Jazz, quando superò Pat Riley per numero di vittorie ottenute nella lega un decennio fa.  Ha trascorso 34 anni nell’organizzazione dei Jazz, come capo allenatore, assistente, scout e senior basketball adviserHa iniziato proprio come scout, poi è stato promosso assistente sotto Frank Layden nel 1984 ed è diventato il sesto allenatore nella storia del franchising il 9 dicembre 1988, dopo le dimissioni di Layden.

Coach Sloan e il pick and roll ‘Stockton to Malone’

Sotto la sua guida, sono arrivati nello Utah fior di giocatori, tra tutti John Stockton e Karl Malone, divenute vere e proprie stelle del firmamento NBA. ‘Stockton to Malone’ il famoso gioco in pick and roll che ha avuto risalti storici, elevato da Sloan e dai protagonisti a livelli altissimi di efficienza facendo venire il mal di testa alle difese avversarie. Marchio di fabbrica dei Jazz targati Sloan.

Il 10 febbraio 2011 è un’altra data da segnalare con il circoletto rosso. Dopo appunto 23 anni sulla panchina dei Jazz, Jerry Sloan ha annunciato le sue dimissioni dalla guida della squadra di Salt Lake City. Alla base della sua decisione, inaspettata, ci sono state forti divergenze con la stella della squadra, Deron Williams. Perché Sloan è stato un ambizioso, ed ha preteso da tutti sempre il massimo. Un uomo grintoso, proveniente dalle campagne dell’Illinois (McLeansboro la città natale) che non solo sapeva come lavorare, ma che adorava farlo. E che si presentava al lavoro ogni giorno, non importava come si sentisse, e insisteva affinché i suoi giocatori facessero lo stesso.

Jerry Sloan in mezzo al duo Stockton-Malone.

Colorito è stato il suo vocabolario a bordo campo, direttamente proporzionale alla passione per i trattori John Deere. Non hai mai perso di vista la competizione. Ma da gentiluomo, senza accendere polemiche, ha tolto il disturbo immediatamente dopo l’alterco con l’allora star dei Jazz, giustificando il ritiro per “mancanza della giusta energia per restare in panchina”. Avendo però sempre una buona parola per chi gli ha dato l’anima. Ha ammesso di essere rimasto deluso di non aver dato a Stockton e Malone almeno un anello NBA.

A ruota, sono seguite anche le dimissioni del suo vice Phil Johnson.

La longevità di Sloan, con i mormoni, è stata notevole. Durante il suo periodo nello Utah, ci sono stati addirittura 245 avvicendamenti in panchina. E cinque squadre (Charlotte, Memphis, Toronto, Orlando e Minnesota) non esistevano nemmeno quando ha preso in mano il timone dei Jazz. Un’intera carriera da allenatore spesa nello Utah, salvo una piccola parentesi di tre anni alla guida dei Bulls. Con record perdente: 94-121. Ma l’esperienza da giocatore nella Windy City gli bastò per lasciare il segno anche in Illinois. ‘The Original Bulls’, lo ricordano ancora così i fans dei Tori.

Jerry Sloan, il doloroso addio a “the Original Bulls”

Pertanto, quando qualcuno lascia il segno, significa che abbiamo delle tracce incancellabili sulla pelle e nella memoria, che ci fanno ricordare dei momenti d’insegnamento e crescita. Sloan lo ha lasciato, indelebile nel suo passaggio, e lì rimarrà per sempre. Per Utah, casa sua, Chicago trampolino di lancio, e in tutti noi amanti del gioco della pallacanestro. 

“Non ho mai pensato molto alla pensione. Pensavo di lavorare per sempre” , questa una delle ultime dichiarazioni rese pubbliche dallo storico allenatore, con corpo e mente già visibilmente provati dalla malattia degenerante. Lo speravamo sicuramente. Nessuno era preparato al tuo pensionamento, coach. Figurarsi, ora, che ci siamo dovuti dire addio. Ti accoglieranno senz’altro gli angeli nella miglior palestra di pallacanestro del paradiso, lì però non sono ammesse parolacce.

Rest in peace, coach Sloan.

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