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La missione di Derrick Rose: portare in alto la sua Detroit

di Andrea Indovino

“Excuse my English, but I’m born to do this sh*t”, le parole di Derrick Rose, subito dopo essersi preso l‘ultimo tiro contro i Pelicans, e consegnato il successo ai suoi Detroit Pistons. Partenza in palleggio, dopo l’isolamento contro Jrue Holiday, un difensore di buonissimo livello. Palleggio, e ancora palleggio. Penetrazione, spin move, e per finire un morbido jump shot dai quattro metri. Splashhh, schiaffo alla retina. Vittoria per i Pistons, e game winner per un sontuoso D-Rose, che termina il match con 21 punti a referto corredati da 7 assist. La fotografia stagionale di ‘Pooh’, così chiamato dai tempi di Englewood, Chicago, la sua città natale.

Padrone della second unit

Non è stata un’eccezione la serata dello Smoothie King Center, per Rose, bensì la regola. Perché a Houston, nel successo 115-107 dei suoi Pistons, ha letteralmente preso la squadra in mano orfana degli infortunati Griffin e Drummond, conducendola alla vittoria. Con una naturalezza tale che solo chi è benedetto dagli dei del basket sa fare. Canestri in penetrazione, dal palleggio in situazioni di pick and roll, esibizioni magistrali in isolamento. Un trattato di pallacanestro.  Il tutto condito da una visione di gioco eccellente, con Rose sempre in grado di ‘scovare‘ il tagliante, o l’uomo libero sul perimetro.

Non avrà l’esplosività di un tempo, ma le penetrazioni di Derrick Rose in area sono altrettanto efficienti.

Il suo usage rate (32.8) è il più alto della carriera. Coach Casey gli ha affidato le chiavi della second unit. L’esplosività, quella dei tempi andati, non è la stessa, ma Rose resta un giocatore in grado di battere chiunque dal palleggio, per chiudere al ferro, suo cavallo di battaglia. Non solo highlights. E schiacciate: tomahawk, windmill, double pump. Un repertorio spazioso, smisurato e variegato.

Anche in difesa si sta dimostrando efficace, con i close-out sui tiratori dal perimetro ed in post, con buoni risultati. Un difensore di razza ai tempi dei Bulls, più che dignitoso oggi, dopo la rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro ed i tanti infortuni che hanno funestato il suo fisico. E’ in grado di cambiare sui blocchi, e tenere avversari anche un po’ più grossi di lui, perché l’intelligenza cestistica del nativo di Englewood è un qualcosa che non può essere misurato con il bilancino, bensì con la pesa a ponte.

La resilienza di Derrick Rose

Un primo quarto di regular season che ha visto la point guard segnare almeno 20 punti per ben otto volte, uscendo sempre dalla panchina.  Proprio quello di leader della second unit, è il ruolo che è chiamato a ricoprire per coach Dwane Casey. Inizialmente, imputato a coprire le spalle a Reggie Jackson, ma con l’infortunio del nativo di Pordenone, Rose si è ‘riformato’ backup di Bruce Brown.

Ed è stato costretto ad assumere un ruolo ampliato, dato la poca esperienza NBA del prodotto da Miami, ma restando comunque sotto i 26′ d’impiego a partita, di media.  Nell’esibizione in Louisiana, contro i New Orleans Pelicans, ha calcato il parquet per 28 minuti, secondo minutaggio più alto dall’inizio della regular season, ‘battuto’ solamente dai 29′ di impiego dell’ultima gara, e cioè il capitombolo interno dei Pistons contro Washington di lunedì notte (119-133). Con Rose che è comunque riuscito a colorare con tonalità vive il tabellino personale: 22 punti, 6 rimbalzi, 8 assist.

Derrick Rose sta trovando una seconda giovinezza in uscita dalla panchina di Minnesota

La metamorforsi di Derrick Rose è iniziata, forse, lo scorso anno con la casacca dei Timberwolves addosso…

Con gli anni, ed il susseguirsi di infortuni più o meno gravi, la mutazione di Rose si è completata. Da MVP, il più giovane di tutti ad ottenere il riconoscimento nel 2011, a role player, il passo sembra essere stato breve.

Non lo è però. Ma la sua intelligenza, ed il profondo, incommensurabile amore verso il gioco, hanno reso realtà la sua conversione da stella della lega a sesto uomo, seppur di lusso. E Detroit, con i suoi 16.6 punti ad allacciata di scarpe, resi più luccicanti dalla voce assist (6.1), ha riconsegnato nuovamente un giocatore che, salvo qualche breve parentesi ai Minnesota Timberwolves (ricordate i 50 punti rifilati ai Jazz?), stava finendo nel cassetto dei ricordi. I cori ‘MVP-MVP’ hanno fatto nuovamente capolino nelle arene americane, accompagnando le gesta del nuovo Rose. Maturo, cresciuto e con la consapevolezza che di quel giocatore dominante dei Chicago Bulls esistono soltanto registrazioni, video su YouTube e ricordi vari, più o meno ingialliti.

Facilitatore

In Michigan, D-Rose ha elevato il suo gioco. Produce per se stesso, ma anche per i compagni. Ed i 6 assist – e poco più – di media lo stanno a testimoniare. Migliora chi gli è attorno: Luke Kennard e Langston Galloway, i fortunati. Con il prodotto da Memphis University in campo, i due mestieranti, colleghi, migliorano sensibilmente le medie punti per possesso. Il primo, guardia tiratrice mortifera, segna 1.40 punti a possesso, Galloway addirittura 1.70. Chiaro segno che i role player di Detroit banchettano della presenza di Rose in campo, approfittando delle attenzioni che le difese gli riservano.

Mettere in ritmo i compagni rimane un suo pregio.

E’ il sesto uomo di lusso dei Pistons, ma va preservato. Perché fragile fisicamente, il suo passato parla chiaro. Anche a Minneapolis, lo scorso anno, ha giocato solo 51 partite, prima di terminare anzitempo la stagione regolare, a causa dell’infinitesimo guaio fisico. L’inizio di regular season dell’ex MVP è stato incredibile, ma prima di esprimere un giudizio definitivo circa la sua annata nella Mo-Town, attendiamo, perché Rose ha una missione da completare. Che è quella di portare i Pistons ai playoffs, e fare più strada possibile agli spareggi a primavera inoltrata. L’anello, la sua più grossa mancanza, cestisticamente parlando, sembra essere una chimera. Ma solo perché questa Detroit non è il meglio che la NBA offre, oggi.

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