Il paragone nasce tra due termini ed ha lo scopo di rilevarne diversità ed affinità. Come diretta conseguenza, origina una discussione generale. Per la questione Michael Jordan e LeBron James, il pubblico che prende parte alla conversazione è infinitamente ampio. Ed il seguito che provoca è manifestazione della loro penetrazione nella comunità cestistica mondiale. Una situazione divisiva, fatta di partitismi e provocazioni, che coinvolge intensamente i rispettivi seguaci. Entrambe le fazioni intendono custodire gelosamente ogni memoria che queste due leggende hanno scolpito nel tempo. È tutto parte del gioco. Con la speranza che, se sia realmente necessaria l’esigenza di schierarsi, non si giunga a screditare il contributo che ogni giocatore apporti.
Il ritiro di Michael Jordan nella stagione 2002/03 e l’ingresso di LeBron James nella NBA come prima scelta al Draft del 2003 è la perfetta rappresentazione del passaggio di testimone. Nella storia della lega, ci sono stati quattro giocatori che hanno condiviso la loro quotidianità professionale con entrambi. Per questo, Bryan Kalbrosky di HoopsHype ha discusso con ognuno di loro riguardo questa eterna discussione, viscerando aneddoti e tratti caratteristici. La loro voce non è in alcun modo sinonimo di onniscienza. Si tratta di una versione proveniente da chi ha potuto testimoniare in prima persona la loro reale percezione.
Il primo giocatore è Scott Williams, compagno di Michael Jordan dal 1991 al 1994, ed a Cleveland con LeBron James nella sua ultima stagione 2004/05. Brendan Haywood, scelto al draft da Washington nel 2001, mentre nel 2014 ha trascorso ai Cavs l’atto finale della sua carriera. Larry Hughes, per due anni nella capitale, con MJ nell’annata 2002/03, ed in seguito 40 partite in Ohio nel 2007. Per ultimo Jerry Stackhouse, a fianco di Jordan nella stagione del ritiro, ma con solamente 7 partite disputate nel primo anno di James a Miami.
I temi trattati riguardo Michael Jordan e LeBron James
Per primo, Jerry Stackhouse si discosta dal poter collaborare. “Non credo sia giusto poter paragonare i due. Mentre con Michael Jordan ho condiviso l’ultimo anno della sua carriera. Ho giocato con LeBron James nell’apice della sua carriera a Miami. Penso che siano entrambi giocatori formidabili, probabilmente i primi due nella storia del gioco.” In un periodo non molto lontano, Jerry Stackhouse espresse un certo disappunto sulla sua permanenza a Washington con Michael Jordan. Stando a quanto riportato da Bryan Kalbrosky, i temi maggiormente trattati sono topici. La presenza come compagno di squadra, le prime impressioni scaturite dall’incontro con entrambi. E poi l’impatto sulla capacità di raggiungere le vittorie, ed infine la maniera di porsi riguardo la richiesta di schierarsi per Jordan o LeBron.
Ci sono aspetti del gioco che i fan non possono osservare. Oggi il panorama mediatico a disposizione funge da regista dedicato alla ripresa di ogni momento della vita dei personaggi sportivi. Ciò nonostante, non esiste un accesso illimitato al dietro le quinte della preparazione fisica, tecnica e mentale di quanto viene mostrato nel campo. Così Scott Williams, Brendan Haywood e Larry Hughes ripercorrono il periodo trascorso al cospetto di Jordan prima e James poi.
Le conversazioni tipo con Michael Jordan e LeBron James
Scott Williams definisce un “amore fraterno” quello che Michael Jordan mostrava verso di lui. Si tratta di quel trasporto in una condizione che porta ad elevare il proprio standard di resa. “Michael Jordan ha fatto cose enormi per me, un ragazzo che non conosceva nessuno e che aveva da poco perso i suoi genitori. Mi ha fatto sentire benvenuto e parte della squadra. Avrebbe potuto mettersi da parte con Horace Grant e Scottie Pippen. È stata una esperienza particolare. C’era un legame tra noi.”
Non è solo a sottolineare i viaggi di squadra, in cui il gioco d’azzardo faceva da padrone. Larry Hughes definisce Michael Jordan “The Boss”. Descrive la sua esperienza formativa e divertente, perché ha avuto la possibilità di verificare come il suo leader si comportasse in ogni suo gesto. Per Brendan Haywood il punto di vista è dominato dall’umiltà. “Era strano perché MJ era allo stesso tempo un membro del front office che un giocatore al tempo. Il nostro rapporto era simile a quello tra maestro e allievo.”
Mentre definisce LeBron James uno dei migliori compagni di squadra di sempre. Questo per la sua generosità e la capacità di far sentire ognuno importante e coinvolto. Viene evidenziato un fattore di inestimabile importanza: la curiosità, il desiderio di apprendere ogni aspetto del gioco attraverso l’ascolto dell’altro. La sua fame per il gioco si materializzava in questo modo. Larry Hughes e Scott Williams citano Michael Jordan, Allen Iverson, Dirk Nowitzki come primi nella lista dei suoi modelli, per gioco e leadership. Un percorso che ha plasmato l’approccio di LeBron James di oggi. La competizione era un tema sotto la lente d’ingrandimento: “Parlava di non esternare mai le proprie frustrazioni. Sin da giovane ha innalzato ogni essenza di sé stesso, e viene fuori oggi da veterano della lega.”
Le prime impressioni su Jordan e James
Brendan Haywood e Larry Hughes hanno condiviso un posto nel roster con la versione più datata di Michael Jordan. Ma Scott Williams ha partecipato al primo three-peat dei Chicago Bulls, una delle pietre miliari della carriera di His Airness. Perciò mette in rilievo la sua peculiare attenzione nel lavoro dedicato ad aggiungere nuovi aspetti nel suo gioco offensivo. Un tratto che non ha mai abbandonato la mentalità di Michael Jordan, nemmeno nella parentesi a Washington.
“Aveva 40 anni, ormai nulla da dimostrare. Ma era ancora uno di coloro che lavoravano più duramente. Ogni cosa nasce dalla ripetizione costante in allenamento.” Così Brendan Haywood quando, da giovane ventiduenne, si imbatte per la prima volta di fronte a Michael Jordan. Larry Hughes ammette che iniziò a giocare a basket per MJ. “Guardavo ogni gesto. Il comportamento con i media, il trattamento del corpo, la conduzione del proprio piano prepartita. Tutto per capire come potesse essere così efficace a quella età.”
In accordo a Scott Williams, non era necessario essere un illuminato per rendersi conto che LeBron James fosse immediatamente una stella. “Ho avuto un posto in prima fila nel vedere il suo sviluppo. Era grandioso percepire come ogni giorno si facesse più completo.” L’atleta che si è forgiato ha indotto anche Larry Hughes ad unirsi al coro. L’evoluzione del suo pensiero era ciò che spiccasse sopra ogni altra cosa. Un biglietto da visita per la grandezza, come raccontato da Larry Hughes. “I mezzi fisici erano presenti, ma la sua mente era sopra tutto quanto e lo portava oltre. Non solo riguardo il suo gioco, ma anche verso i suoi compagni di squadra.” Fino ad allora, nel 2007, LeBron James non aveva conquistato un titolo. Ma ora si vedono realizzate le loro intuizioni su una delle menti cestistiche più evolute di sempre.
L’impatto in squadra per conquistare una vittoria
Questa prospettiva viene analizzata in maniera difforme. La scelta riguardo come porsi nei confronti dei propri compagni di squadra è bipolare tra Michael Jordan e LeBron James. Il primo riservava un trattamento feroce contro chiunque, spesso da molti definendolo un tiranno. Rimane innegabile rilevare la risolutiva disposizione a portare ogni membro del gruppo in sintonia, legati al raggiungimento dell’obiettivo finale. Quanto a LeBron James, Scott Williams sottolinea il suo comportamento nella passata stagione. “Nel 2020, con la stagione così sconnessa, è stato tangibile vedere come LeBron James sia riuscito a ridare energia e concentrazione all’intera squadra. Questo è l’elemento caratterizzante della sua leadership, perché sono i giocatori che hanno il maggiore impatto sul risultato ottenuto, ogni singola notte.”
In seguito, Brendan Haywood commenta in modo pratico, di campo. “LeBron James non vuole dominare l’avversario come MJ, ma vuole un gioco a tutto campo. È più simile a Magic Johnson, ma con un atletismo di un livello superiore. Questo gli permette di compiere mosse incredibili, sotto ogni aspetto.” Da un estremo all’altro, descrive la rara presenza di Michael Jordan. “Voleva che avessi paura di lui. Mike voleva, difensivamente ed offensivamente, dominarti completamente. La storia di Kwame Brown è rara: a 19 anni, Michael Jordan si rivolgeva sempre con qualche critica verso di lui. Credo che se Brown fosse stato scelto da qualsiasi altra squadra, il corso della sua carriera sarebbe stato diverso.”
Scott Williams vide Michael Jordan passare da zero titoli conquistati, a tre. “La parte competitiva della sua persona era incommensurabile. Si è parlato e scritto a riguardo. Prima di vincere l’anello, non ho mai visto qualcuno così duramente convinto nell’inseguire un fine, dal momento in cui apre gli occhi al mattino. L’intensità dei nostri training-camp era come ai playoffs. Non penso che si possa comprendere cosa fosse MJ.”
L’attivismo fuori dal campo è fattore differenziale
Nella sua carriera da giocatore, per tutto ciò che non si estrapolasse dal suo gioco, Michael Jordan non ha mai mostrato attivismo o partecipazione. Se ora sono note le sue iniziative a favore della società, come imprenditore e proprietario di una franchigia, allora non erano comuni. La sua dedizione era concentrata solamente sul suo gioco, che parlasse per lui e di lui. Al contrario, complice anche l’evoluzione della concezione del ruolo che gli atleti possono ricoprire, LeBron James è la luce del faro per milioni di giovani. Questo aspetto non è diretto a comparare i due atleti, ma i tre ex giocatori vogliono notare come questo sia stato il cambiamento più tangibile nella sua carriera.
“Nella prima parte della sua carriera, LeBron (James, ndr) era concentrato sul basket. Ma quando cresci come uomo, comprendi il senso di responsabilità, acquisisci saggezza e consapevolezza sull’importanza di restituire alla comunità. Ed è incredibile vedere cosa ha fatto finora. Non si spaventa di essere chiaro, diretto. Sta stabilendo un esempio per la giovane generazione. Abbiamo bisogno di più persone come LeBron James.” Brendan Haywood riassume l’orgoglio e la riconoscenza verso il suo compagno di squadra a Cleveland verso le più ammirevoli giocate della sua vita, umana e professionale.
Accanto a ciò, Scott Williams e Larry Hughes riconoscono che ogni traguardo è propulsato da un cambiamento nella forza mentale che contagia i suoi compagni ed avversari. Si parla di estendere il ruolo da leader fino al culmine di arrivare a rappresentare un allenatore in campo. O direttore d’orchestra, in maniera più artistica. Il decollo è passato anche dalla maturazione della sua intelligenza nel comprendere il comportamento degli avversari nei suoi confronti. Una serie di mattoni che hanno portato alla costruzione di un gigantesco ed inscalfibile monumento.
La presa di posizione quando si arriva al paragone
Dal momento che nessuno dei tre ha assistito ad essere compagno di squadra nel prime né di Michael Jordan né di LeBron James, l’intenzione di sbilanciarsi non sussiste. Due giocatori fenomenali, innumerevoli traguardi registrati, pagine di storia che si dovrebbero ridurre ad un giudizio, una scelta. Una forzatura del contesto. Brendan Haywood racconta di aver toccato questo tasto direttamente con LeBron James, ammettendo che Michael Jordan è il suo GOAT. “Un argomento divertente, ma sono due ere differenti. Il gioco è diverso, il loro ruolo è diverso. Ma sono propenso a dire che il gap tra Michael Jordan e LeBron James si è ridotto, con la rimonta sui Warriors e la vittoria nella bolla.”
Secondo Scott Williams non esiste conversazione più odiosa, ma per dovere morale ripone il suo pensiero. “Se fossi forzato a prendere una decisione, dopo aver condiviso lo spogliatoio con entrambi, andrei con Michael Jordan. Ma scegliere sarebbe come colpire malamente l’altro. Il separatore tra MJ e chiunque è la paura che incute con il suo crudele spirito guerriero. È una cosa che nessuno possiede: lui vuole batterti in una maniera che tu ti senta imbarazzato e fuori luogo nel tragitto verso casa, che non puoi nemmeno sognare di sconfiggerlo. Forse è questo che ha portato Michael Jordan a vincere ogni NBA Finals: non poteva permettere che qualcuno gli impedisse di trionfare.”
Infine, Larry Hughes, che celebra le similarità tra i due, che rendono il divario assai minimo. “LeBron James ha la stessa attenzione ai dettagli di Michael Jordan. Uno studente del gioco capace di fare aggiustamenti in base a ciò che succede. Ai miei occhi, MJ è il giocatore più forte di tutti i tempi, ma va dato credito a ciò che è dovuto. E lo farò sempre per LeBron James.”
Il dibattito rincara la dose della grandezza
Recentemente, venne reso noto un estratto di una intervista di Michael Jordan del 1998. Così si poneva su un argomento febbricitante in quel tempo. “Non ci sarà mai un altro Michael Jordan. Non ci sarà un altro Dr. J., Magic Johnson, Larry Bird. Ora c’è Kobe Bryant, Grant Hill, Anfernee Hardaway.” Ora non si può prevedere che verrà proposta una simile questione a LeBron James in futuro, ma si evince come il modo di porsi possa essere similare.
Senza la presenza dell’altro, soprattutto nello sport, non c’è progresso. La straordinarietà che in maniera ordinaria appare davanti agli occhi dell’intera comunità di seguaci, quasi fedeli, coinvolge in maniera profonda. Esistono interpreti del gioco di cui non ogni appassionato ha avuto la fortuna di poter seguire le gesta. Allora il solo racconto diventa oggetto di cui essere testimoni.
È fuor dubbio che ci siano giocatori che rimangono maggiormente nell’immaginario collettivo, generazione dopo generazione. Allo stesso tempo, che ci siano alcuni che si avvicinano di più ai suoi predecessori. Perché la trasmissione generazionale fa parte della grandezza dei giocatori. Ci sono figure che hanno rivoluzionato la concezione del gioco, prima nella sua esistenza, poi nella globalità del fenomeno. È il passato che forma il presente. E siamo nelle mani del futuro per proseguire il racconto delle gesta.

