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Da Steven Adams a Chandler Parsons: quando l’NBA mostra come reagire al bullismo

di Davide Lippolis

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “Steven Adams”.

Aprile 2016, Dallas, Stati Uniti: a 7 minuti dal termine del terzo quarto di una gara 3 sostanzialmente già decisa, la guardia dei Dallas Mavericks Raymond Felton (1,85 metri per 93 chilogrammi) si allaccia a rimbalzo con il centro degli Oklahoma City Thunders Steven Adams (2,13 metri per 113 chilogrammi). L’istrionico atleta Neozelandese, sfruttando il diverso tonnellaggio tra i due, si crea spazio spostando Felton, il quale, a sua volta, inizia immediatamente a sbracciare e a strattonare il suo avversario. Mentre l’azione termina con il canestro dei Thunders, il giocatore dei Mavericks, probabilmente frustrato per il punteggio e infastidito dalla fisicità di Adams, decide di concludere il suo personalissimo duello caricando un pugno che va ad impattare l’addome del rivale.

Aprile 2018, Lucca, Italia: vengono diffusi in rete alcuni video sconcertanti che descrivono un serissimo atto di bullismo ai danni di un professore di un istituto tecnico: il docente è vittima della violenza verbale e fisica di un gruppo di alunni che non esitano a deriderlo ripetutamente, ad intimidirlo con minacce ed insulti e ad immortalare il loro grave comportamento con i propri cellulari.

L’ennesima rissa su un parquet della NBA ed un nuovo episodio di bullismo nelle scuole italiane: a parte la veemenza e la concitazione che contraddistingue entrambi i momenti, è difficile trovare dei punti di contatto tra queste vicende. Eppure, concentrandosi più sul comportamento di coloro che recitano la parte delle vittime piuttosto che sui protagonisti negativi dei due episodi, è possibile osservare una certa somiglianza tra le reazioni di Steven Adams e del professore di Lucca: sbigottiti per ciò che sta accadendo attorno a loro, entrambi decidono comunque di non far valere la loro autorità (dettata in un caso dall’enorme stazza del Neozelandese e nell’altro dal ruolo del docente), rimanendo impassibili nonostante le intimidazioni ed evitando lucidamente di peggiorare una situazione già tesa rispondendo alla violenza con altra violenza.

Nel clamore collettivo generato successivamente ai fatti di Lucca, più persone, sopraffatte probabilmente dalla rabbia nel vedere il professore completamente in balia dei propri alunni, hanno addirittura contestato e colpevolizzato il suo comportamento, a loro modo di vedere eccessivamente morbido e remissivo. Questo tipo di considerazioni, che trascurano tra l’altro lo stato d’animo dello stesso docente (comprensibilmente sconcertato e demoralizzato nell’assistere alle azioni degli studenti), non fanno altro che alimentare il luogo comune secondo cui chi è vittima di bullismo sia obbligato a rispondere ad intimidazioni e prepotenze con altrettanta aggressività non tanto per difendersi, ma piuttosto per riscattare il proprio onore e la propria rispettabilità. Un preconcetto quasi da Spaghetti Western, che condanna invece che premiare chi è in grado anche nei momenti più concitati di mantenere la calma e comportarsi civilmente e che purtroppo, anche lo sport ha contribuito a sdoganare: la brutale rivalità a suon di tacchettate e gomitate tra Roy Keane e Patrick Vieira in Premier League, l’incomprensibile furia di Conor McGregor contro un pulmino della UFC in risposta alle provocazioni di Nurmagomedov, le “ridicolissime e stucchevoli risse NBA”, citando Gregg Popovich, in cui tutti promettono botte a tutti, sono solo alcuni esempi trasversali di atleti professionisti che trasformano il più che lecito trasporto emotivo dettato dalla voglia di vincere in reale ed ingiustificabile violenza.

Fortunatamente però all’interno del mondo dello sport è possibile anche rintracciare alcuni modelli educativi in grado, al pari di docenti, genitori ed altre fondamentali figure formative, di essere da ispirazione per chi è costretto a fronteggiare continue provocazioni ed offese. Atleti (a partire, come vedremo, da alcuni volti noti della NBA) che in più frangenti, hanno dimostrato come si possa vincere nettamente scontri verbali e non solo con i propri avversari rispondendo alle insolenze con ironiaautocontrollo e sensibilità.

“Il modo migliore di mostrare i denti è con un sorriso”

 

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli -

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “Tim Duncan”.

Come suggerito da Henry Miller attraverso questa straordinaria citazione, molte volte un sorriso è in grado di essere la migliore arma per piegare i propri nemici. Probabilmente però l’eccentrico scrittore Statunitense mai avrebbe immaginato di vedere le proprie parole incorniciare idealmente una fotografia scattata su un rettangolo di gioco NBA e avente come protagonista il volto più imperturbabile della Lega, ovvero Tim Duncan. A svestire per un attimo i panni da Superman per indossare quelli dell’antagonista troviamo Dwight Howard, un gigante abituato invece ad avere un ghigno stampato per 48 minuti sul suo viso e in grado di innervosire qualunque avversario e qualunque tifoso. In questo frangente però, le parti si invertono: Duncan allunga con furbizia le braccia per cercare il pallone controllato in post basso da Howard. Il centro allora in forza ai Lakers, non sentendo arrivare nessun fischio da parte degli arbitri, decide di farsi giustizia da sé, creandosi spazio con una potente spallata. Duncan, prevedendo con largo anticipo la mossa del rivale, cade a terra appena riceve il contatto e si guadagna così un prezioso fallo in attacco. Superman è furioso. Richiamato in panchina, esce dal campo lamentandosi con gli arbitri e borbottando qualche insulto nei confronti del futuro Hall of Famers degli Spurs. Un atteggiamento già di per sé infantile e stupido, reso ancora più ridicolo dal sorriso beffardo di Duncan che, tutt’altro che innervosito dalla situazione, esce indiscutibilmente vincitore dal confronto senza neanche proferire una parola.

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “LeBron James”.

Seduto a riflettere in panchina, Howard (che in seguito ammetterà di voler puntare ad avere una carriera simile proprio a quella di Duncan) deve essere stato probabilmente il primo a realizzare quanto sia stato sciocco e sconveniente comportarsi in questo modo. D’altro canto, con le dovute e necessarie proporzioni, è quello che è accaduto anche al gruppo di alunni protagonisti dell’atto di bullismo citato in precedenza, costretti ora a fronteggiare le conseguenze disciplinari e legali delle loro azioni. Un rimorso tardivo che è possibile rintracciare per un istante anche nel comportamento frenetico di Lance Stephenson, impegnato in più circostanze (tra le quali la recente serie di playoff tra Indiana e Cleveland) a cercare di innervosire il suo avversario più temibile, LeBron James: durante un momento di pausa all’interno di una combattutissima gara 5 di finali della Eastern Conference, Born Ready (dopo aver già tentato di provocare in tutti i modi LeBron ed i suoi compagni) si dirige verso il Re, piega le ginocchia per avvicinarsi al suo volto e inaspettatamente soffia nell’orecchio del suo avversario. James rimane inizialmente sorpreso da un gesto innocuo ma comunque incomprensibile. Dirige lo sguardo verso un’altra direzione, poi, scuotendo incredulo la testa, si mette a sorridere. Stephenson invece, sembra essere per un momento vittima del personaggio che egli stesso si è creato. Allontana la testa da quella di LeBron e assume un’espressione cupa, quasi seccata come se fosse lui il primo ad essersi stancato di queste inutili provocazioni. È un’impressione che dura pochi attimi, come se la guardia dei Pacers sentisse poi immediatamente il bisogno di tornare a recitare la parte dell’assillo di James, il quale dal canto suo, contribuisce probabilmente ad aumentare la frustrazione di Stephenson, continuando a sorridere. D’altro canto come abbiamo visto, alla lunga, le offese e le provocazioni smettono di logorare chi le subisce e iniziano a consumare proprio chi le ha arrecate.

Mamba mentality

 

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “Kobe Bryant”.

Inutile mentirsi, Kobe Bryant è stato durante la sua carriera tutt’altro che un apostolo della nonviolenza: un unico fascio di nervi alimentato da un fuoco interiore che gli ha permesso di raggiungere innumerevoli successi e al tempo stesso, provocato più di qualche attrito con avversari e compagni di squadra. Seppur sia da condannare dunque la facilità con cui il suo incontenibile agonismo si sia spesso trasformato in ingiustificabile aggressività, c’è un aspetto della Mamba mentality che merita sicuramente di essere apprezzato, ovvero la fredda razionalità con cui Bryant era in grado di affrontare i suoi rivali. Ad esempio, nel più che celebre video che lo immortala non indietreggiare nemmeno di un millimetro mentre l’allora ala degli Orlando Magics Matt Barnes finge, cercando inutilmente di intimorirlo, di scagliargli il pallone sul volto, Kobe sembra essere un automa: ha il pieno controllo delle sue emozioni e nessuno, neanche il nemico più insidioso, riuscirebbe a distrarlo dal suo unico obiettivo, la vittoria. Nel suo trattato militare “l’Arte della Guerra”, il condottiero cinese Sun Tzu, diceva che “sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”. Un talento che il Black Mamba sembrava possedere pienamente.

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “Steven Adams, parte 2”.

Le parole di Sun Tzu sembrano abbinarsi perfettamente anche alle gesta di Steven Adams: colui che, in seguito al ritiro di Kobe, è stato probabilmente il migliore ad incarnare il lucido autocontrollo dettato dalla Mamba mentality. Come raccontato precedentemente, il centro dei Thunders, il cui gioco è sicuramente contraddistinto da grande fisicità e durezza, sembra sempre essere il protagonista di equivoci che lo portano ad essere al centro di risse e battibecchi: incassa senza battere ciglio gomitate, calci ed insultati e proprio nel momento in cui chiunque si aspetterebbe una reazione favorita dal suo colossale tonnellaggio, si allontana mestamente dalla mischia già pronto per incidere con la sua solidità in una nuova azione. Una razionale apatia che finisce per innervosire ancor di più proprio chi sta provando inutilmente a provocarlo, a cui Adams aggiunge tra l’altro un’inaspettata ars comica: intervistato dai giornalisti in merito all’imminente ritiro di Kevin Garnett, il giocatore Neozelandese ha raccontato per esempio, di aver contrastato il trash talking del futuro Hall of Famer giocandosi la “no English card”, ovvero facendo capire alla leggenda dei Timberwolves di non riuscire a cogliere le sue intimidazioni poiché non in grado di comprendere l’inglese. Geniale.

#lesshatemorelove

 

NBA e bullismo: quando i volti noti della Lega sono un punto di riferimento per chi è vittima dei bulli – “Chandler Parsons”.

Nel novembre del 2013 l’NBA ha inviato a tutte le 30 franchigie un memorandum contenente una serie di divieti imposti dalla Lega per limitare gli episodi di bullismo e nonnismo all’interno degli spogliatoi. Questa lista di violazioni comprende qualsiasi abuso fisico o verbale incentrato su differenze di razza o provenienza geografica e qualsiasi attività che possa mettere in soggezione o minacciare qualcuno causando stress, imbarazzo, umiliazione e vergogna: un fenomeno, quello dei maltrattamenti nei looker room delle squadre NBA che, tra scherzi da caserma ai giocatori al primo anno nella Lega ed intimidazioni ai danni di chi semplicemente appare diverso agli occhi degli altri (a causa banalmente “della propria intelligenza”, come dichiarato dall’ex 3&D dei Miami Heat Shane Battier) dura ormai da troppo tempo. Analogamente, il problema del bullismo nelle scuole è una tematica delicatissima che merita di essere affrontata con altrettanta serietà e durezza, senza il bisogno però di eccedere in commenti e considerazioni che, come detto in precedenza, non fanno altro che aumentare il clima di tensione che già circonda fatti come quello avvenuto a Lucca qualche giorno fa. #lesshatemorelove è il più che calzante hashtag utilizzato dal giocatore dei Memphis Grizzles Chandler Parsons, per esprimere tutto il suo sostegno al giovane studente Keaton Jones, anch’esso vittima purtroppo di un spiacevole atto di bullismo e protagonista di uno struggente video che lo ritrae, tra le lacrime, mentre mortificato si domanda “quale sia l’obiettivo dei bulli, perché trovino soddisfazione nell’essere cattivi nei confronti di persone innocenti?”. Un interrogativo a cui è veramente difficile saper rispondere e che altri rappresentanti della NBA, assieme a Parsons, hanno ascoltato e condiviso sui propri account Twitter. Impiegare i Social Network per dimostrare solidarietà nei confronti di chi è vittima dei bulli, invece che utilizzarli per condividere filmati che ritraggono la loro prepotenza: può già essere un inizio.

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