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Rockets-Timberwolves: previsioni rispettate

di Olivio Daniele Maggio

Previsioni rispettate. Sì, non ci sono stati grossi colpi di scena in una serie che è parsa fin da subito indirizzata. Per farla breve, semplicemente alla fine è valsa la legge del più forte: il confronto Rockets-Timberwolves si è concluso con la netta vittoria dei texani per 4-1. Houston ha solo lasciato una gara agli avversari, che, feriti nell’orgoglio, si son lasciati alle spalle tutti i loro difetti; tuttavia gli uomini di Mike D’Antoni hanno tenuto in mano le redini della contesa, anche se con qualche piccolo grattacapo.

ROCKETS-TIMBERWOLVES: QUESTIONE DI RITMO

Quando Minnesota è stata in scia, i Rockets hanno messo la marcia in più, alzando i giri del motore e facendo valere tutto il loro potenziale balistico. In gara 5, ad esempio, dopo un primo tempo conclusosi in svantaggio (59-55), i biancorossi son andati ad infilare 67 punti nella ripresa contro i 45 della banda di Tom Thibodeau (che ha segnato solo 15 punti nel terzo quarto). Ma l’emblema di tutto questo è stato il terzo periodo di gara 4: 50 punti segnati in scioltezza, forse troppo in scioltezza. James Harden è stato il solito mattatore, ha saputo sfruttare i blocchi dei compagni utili per permettergli di sparare le sue letali triple, insaccate senza una solida opposizione. Lo stesso è valso per Paul, abile nel valorizzare i possessi a disposizione.

Campo aperto e le spaziature pulite. Fattori che hanno avuto il sopravvento sulla difesa lacunosa dei Timberwolves, blanda sul perimetro e morbida in area. I Rockets son riusciti facilmente a penetrare in area per attaccare il canestro o eventualmente per uno scarico sull’arco, facendo girare con criterio il pallone. Il pick and roll ha colto impreparati Karl-Anthony Towns e Taj Gibson, incapaci di reggere i cambi e tardivi nelle chiusure e nelle letture. Clint Capela straripante nel banchettare sotto le plance e nel compiere il solito lavoro sporco, per non parlare della sua protezione del canestro e dei mismatch affrontanti alla grande. Mismatch che Harden e Paul hanno tutto sommato vinto: il coriaceo Jimmy Butler ha sofferto le sortite del Barba assieme ad Andrew Wiggins, spazzato letteralmente via; l’ex Los Angeles Clippers è stato bravo nello sfuggire dalle grinfie di Jeff Teague. I cambi di marcatura provati da Thibs (specialmente in gara 3) non hanno avuto esito positivo.

 

Harden ha fatto breccia nella difesa dei Timberwolves piuttosto facilmente.

 

I LIMITI DEI LUPI

I Lupi sono usciti dai playoff con le ossa rotte, mostrando evidenti limiti strutturali e tecnici. La manovra offensiva, che aveva come fine quello di concludere dal pitturato, è stata spesso disordinata e prevedibile: il ritmo troppo basso e l’area a volte intasata  non hanno agevolato la circolazione della palla. Mancando il gioco corale, molto è stato puntato sugli isolamenti, come testimonia il 18% di frequency (la più alta tra tutti i team della postseason); in tale situazione i Timberwolves hanno messo a referto 78 punti col 40.8% dal campo. Ciò non può essere comunque un vanto, visto che i singoli, in assenza di un sistema, non vincono contro un collettivo. Towns è stato altalenante: dopo le due brutte gare di esordio, si è riscattato liberandosi dal duo Capela-PJ Tucker e dando il suo nel gioco in post. Butler ha tirato la carretta finchè ha potuto, mentre Wiggins ha mostrato limiti nello scoring e una difesa pressoché nulla. Mentalmente in difficoltà, tecnicamente ancora acerbo.

 

Jimmy Butler.

Una delle poche note positive è stato l’apporto di Derrick Rose (14.2 punti col 50.9% in 23 minuti di media), ripresosi dall’avventura opaca in quel di Cleveland. A caro prezzo è stata pagata l’assenza di tiratori affidabili dall’arco che potevano arricchire di soluzioni all’attacco.

 

Per i Timberwolves è giunto il momento di riflettere su come cercare di dare una rinfrescata e una svolta vera al progetto, per i Rockets continua un cammino ambizioso, partito bene. Rispettando le previsioni iniziali, anche se da adesso bisognerà alzare l’asticella.

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