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Il dibattito sulla marijuana all’interno della NBA

di Davide Lippolis

Affiancare i termini NBA e marijuana in un discorso che abbia la minima parvenza di serietà è tutt’altro che un’impresa semplice: è facile difatti indirizzare immediatamente la discussione verso il pettegolezzo (a titolo di esempio inserire qui foto di DeAndre Jordan e Big Baby Davis impegnati nel loro non irreprensibile school trip ad Amsterdam) o ancora peggio utilizzando toni bomberistici (inserire qui il sempre estroso Big Baby circondato da pollo fritto e valigette ripiene di contanti, intento a cospargersi il capo di cenere o quasi, in seguito alle accuse di vendita e distribuzione di narcotici a suo carico).

Marijuana-NBA

Glen Davis.

NBA e marijuana, frame 1: “A whole lot of jump shots”

 

La vicenda Davis e il suo surreale video di scuse in cui si prende gioco delle accuse imputategli dalla polizia, esemplifica perfettamente la superficialità con cui per molto tempo la tematica della cannabis è stata affrontata da giocatori e addetti ai lavori della lega. Nel video pubblicato sul suo account Instagram il campione NBA con i Boston Celtics nella stagione 2007/2008, ostenta con orgoglio il suo championship ring e tutta la sua ricchezza, giustificando tale fortuna attraverso il suo mortifero tiro perimetrale. Un’arma tattica che, assieme alla sua strabordante fisicità, gli ha permesso negli anni di costruirsi una solida carriera, ma che in questo contesto e con queste modalità, non può che essere intesa come una colossale presa per i fondelli di chi si sta occupando delle indagini a suo carico. Come se già non bastasse, aver pubblicamente deriso il sistema giudiziario statunitense, Big Baby ha pensato bene di aggiungere anche il carico da novanta pronunciando senza alcuna connessione logica, in un periodo storico di non proprio grande serenità e consenso sociale riguardo al tema dei conflitti interrazziali, la frase “They just mad ’cause a black man got money, man. Just trying to keep a black man down, man”. Delicatissimo.

I giocatori però non sono gli unici stakeholders della lega ad essersi imbattuti in questa spinosa tematica: l’ex commissioner NBA David Stern (il cui decennale governo ha reso il campionato, non senza contrasti o difficoltà, il modello di business vincente che noi tutti oggi conosciamo) ha ammesso di aver punito eccessivamente l’utilizzo di marijuana da parte degli atleti creando, durante il suo mandato, regole e controlli sempre più rigidi per contrastare le loro poco professionali abitudini. Infatti, in un momento storico in cui l’opinione pubblica era fortemente influenzata dalla crescita vertiginosa del consumo di sostanze stupefacenti tra i cittadini statunitensi (siamo per intenderci a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, quando, come descritto dalla fortunata serie tv di Netflix, i Narcos sudamericani controllavano un impero economico distribuendo imponenti quantità di droga tra Miami, New York e altri enormi distretti urbani), la cannabis veniva vista come “a gateway drug”, ovvero una sostanza che inducesse all’utilizzo di droghe sempre più pesanti e dannose. Inoltre, in questo contesto, vedere giocatori che spesso si presentavano “high coming into the game”, cioè alterati dagli effetti della marijuana prima di scendere in campo, non ha certo favorito il dibattito tra gli stessi atleti e una lega sempre più ancorata alle sue intransigenti posizioni.

NBA e marijuana, frame 2: Stern VS Harringhton

Queste affermazioni di David Stern hanno avuto un grande seguito mediatico non solo per il loro contenuto, ma anche per le modalità con cui sono state espresse: a raccogliere le sue dichiarazioni difatti è stato, nelle vesti di inedito intervistatore, l’ex giocatore NBA Al Harrington, che dopo aver concluso la sua lunga carriera, vestendo tra gli altri i colori dei Pacers, dei Knicks e dei Nuggets ha fondato una compagnia produttrice di estratti di cannabis per l’utilizzo terapeutico, con coltivazioni sparse per tutti gli Stati Uniti e rinominata VIOLA EXTRACTS.

Nel corso di questa intervista (rilasciata da UNINTERRUPTED sui propri canali e meritevole davvero di essere seguita non fosse altro per ripercorrere la singolare carriera da giocatore/cannabis entrepreneur di Al Buckets e per vederlo stoppare in malo modo i suoi figli mentre cercano di fare canestro nella umile villa), Harringhton discute assieme a Stern dei benefici ottenuti utilizzando la marijuana come antidolorifico per il recupero dai suoi gravi infortuni alle ginocchia, il successo della sua compagnia e la superficialità con cui in generale viene trattato il tema dell’utilizzo di farmaci antidolorifici negli Stati Uniti.

A sigillare definitivamente l’intervista e ad arricchire ulteriormente il dibattito all’interno della Lega è la frase con cui Stern conclude il suo confronto con Harringhton: secondo l’ex commissioner, i tempi sono ormai maturi per modificare il contratto collettivo stipulato tra i giocatori e la NBA permettendo loro di utilizzare la cannabis secondo le modalità indicate dalle leggi del proprio stato (bisogna infatti specificare che il processo di legalizzazione della marijuana non è uniforme in tutti i cinquanta stati: si passa dall’Oregon dove essa può essere acquistata anche a scopo ricreativo, al Kansas dove non è permesso consumarla in nessuna circostanza). In seguito alle dichiarazioni di Stern, che ha auspicato inoltre un ruolo sempre più attivo da parte delle leghe professionistiche nell’anticipare e guidare il processo di depenalizzazione della cannabis, l’attuale commissioner della NBA Adam Silver si è dimostrato, come in molte altre occasioni, puntuale e reattivo dicendosi pronto ad affrontare un cammino di ricerca riguardante la sicurezza e l’efficacia della sostanza con scopi puramente medici, distinguendo nettamente questo uso da quello avente fini ricreativi, sul quale la posizione della lega rimane sostanzialmente invariata.

NBA e marijuana, frame 3: Mentoring

 

Che si sia favorevoli o contrari ad un eventuale progetto di legalizzazione della marijuana nel proprio Paese, è sicuramente da apprezzare la disponibilità da parte della lega e dei suoi personaggi maggiormente riconoscibili al dialogo riguardo a questa e tante altre tematiche d’urgenza sociale (come i diritti della comunità LGBT o la già citata questione razziale).

Difatti, senza scadere nella retorica secondo cui tutto ciò che viene detto da qualsiasi personaggio collegato in qualche modo al logo di Jerry West debba essere fonte di ispirazione per la propria coscienza morale (Big Baby ce l’abbiamo sempre con te), sentire sempre più voci note esprimersi riguardo all’utilizzo della marijuana, da Steve Kerr a Karl Anthony-Towns, passando per Stan Van Gundy, può spingere sempre più fan ad informarsi e a formare la propria opinione.

 

 

Offrire una forma di intrattenimento straordinaria e al tempo stesso sensibilizzare il proprio pubblico riguardo a questioni di interesse collettivo: un traguardo sicuramente complesso, che però la lega non ha paura di prefissarsi.

 

 

 

 

 

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