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Primo quarto di stagione: sorprese e conferme

di Jacopo Di Francesco

Alzi la anno chi avrebbe previsto l’inizio di stagione disastroso di LeBron e dei suoi Cavaliers e la relativa reazione che il Re ha instaurato neanche dovesse tenere fede ad un editto, oppure l’innovazione tattica che Van Gundy è riuscito ad imporre prima a sé stesso e poi ai suoi Pistons, contando sull’apporto fondamentale dell’inatteso Avery Bradley: nella Lega di basket americana tante sorprese e rivelazioni, andiamole a scoprire, insieme ad alcune conferme.

Partendo da quest’ultimo dato, non possiamo non fare una tappa a Houston. CP3 e Harden com’era facilmente prevedibile sono una gioia per gli occhi, D’Antoni è alla apoteosi del suo credo cestistico e ha l’occasione di scrivere qualcosa di molto importante, Demarre Carroll sembra tornato ad essere il junkier dog esaltante di Atlanta, mentre Dallas ha pescato dinamite pura con Dennis Smith Jr.

Paul nel sistema liberale di D’Antoni

Era ora. Dopo anni da generale al servizio di Doc Rivers, plenipotenziario ma sempre ragionato, a vederlo adesso sembra un homo novus. Prende più tiri – puliti – nei primi secondi dell’azione e non deve gestirsi risultando meno efficace nei primi minuti, i compiti di playmaking sono divisi con il Barba e l’intesa tra i due è armonica, complementare.

Vedere il 32enne di Winston, NC, giocare così ricorda un liceale ligio al dovere che si ritrova ad una festa universitaria: e scopre anche di trovarcisi a meraviglia, senza consegne precise ma affidandosi al suo – letale – istinto sul parquet. Nei 70 minuti giocati senza Harden, i Rockets hanno un plus-minus di 54 – impensabile – senza il 13 in campo e risultano anche più veloci.

 

Altro fattore importante è la facilità con cui trova continuamente Ryan Anderson, in netta crescita statistica dopo la stagione del rilancio che ha condiviso l’anno scorso con il 6th man of the year Eric Gordon.

Il prodotto di Berkeley si sta affermando come leader del supporting cast: è migliorato fisicamente, sta difendendo come non ha mai fatto e quando c’è bisogno di alzare il livello difensivo Houston può contare su una classe operaia formata dai veterani PJ Tucker, Mbah a Moute, senza tralasciare l’onnipresente Trevor Ariza. A questo va aggiunto il processo di crescita di Capela, continua da almeno due anni, e che se probabilmente non potrà portare lo svizzero a diventare un All-Star lo ha già reso un centrone di grande affidabilità.

La panchina di Cleveland

La firma di Dwyane Wade per i Cavs è sembrata un ultimo azzardo, una scelta presa in assenza di alternative. In effetti l’uragano Kyrie e i no ricevuti negli inseguimenti ad Anthony prima e a George poi fanno pensare ad un all-in dal front office dell’Ohio in vista di quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo anno del King a casa sua.

L’avvio è stato più complicato del previsto, poi il Prescelto ha dato al scossa, dovuta anche ad una variazione tattica modernista: Bron insieme a Wade, Korver, Smith e Love. Nulla di inedito, già a South Beach James diede il meglio mentre condivideva il parquet con tre tiratori e un tuttofare rapido e capace d’isolarsi come Flash.

Love, molto più coinvolto dopo la partenza di Irving, sta dimostrando come sia un giocatore più maturo per continuità mentale e difesa, oltre ad essere una grande arma in post quando qualsiasi ala opti per il cambio; sarà da valutare come verranno reinseriti Rose e Thomas, con il primo che quando partiva in quintetto insieme a Wade non ha trovato – come gli altri – la chimica giusta. Con questa nuova lineup invece Cleveland si attesta al quarto posto per triple segnate: impossibile pensare ad un LeBron non accentratore, folle non sfruttare al massimo la sua capacità di andare dentro o di armare le armi dei cecchini oltre l’arco.

Restano comunque la squadra da battere ad Est, e se per il Process di Phila sembra essere presto, l’infortunio di Hayward ha rallentato i progetti di Boston: l’ottava finale consecutiva per il Re è più che possibile.

L’insospettabile Detroit

Ad inizio stagione la più grande emozione sembrava essere la presentazione del quintetto ad opera di Eminem. E invece Van Gundy, bisognoso di rilancio tanto quanto Motor City, con la firma di Avery Bradley – massimo raggiungibile in una situazione di limbo difficile da risolvere – ha fruttato al front office del Michigan molto più di quanto ci si aspettasse.

I Pistons erano una delle squadre più prevedibili della Lega, posto numero 26 per punti segnati: pick&roll tra Jackson e Drummond o spot up per Caldwell Pope, lasciato partire senza troppi rimpianti alla volta di LA.

 

L’ex Celtics è uno dei migliori e più veloci taglianti della Lega, oltre ad avere una riconosciuta conoscenza del Gioco: qui finta un blocco, Drummond – molto migliorato in queste situazioni – fa la lettura giusta e il vantaggio accumulato porta Smart a spendere il fallo. I giochi a due tra Jackson e il centro da UConn sono ancora efficaci, ma è la mentalità ad essere diversa: Detroit è la squadra con la più ampia differenza di chilometri percorsi tra l’anno scorso e quest’anno: e sono settimi per punti per possesso. Salto notevole.

Ovviamente la maggiore varietà offensiva contribuisce ad innalzare le percentuali dall’arco, considerando anche gli ottimi momenti di Harris e del sopracitato Bradley, Drummond è sempre più un buon compromesso tra un lungo vecchio stampo e un giocatore moderno; l’anno scorso hanno passato gran parte della stagione a lottare contro gli infortuni e a calmare le faide in spogliatoio, oggi sono la miglior storia dell’NBA.

Per il futuro comunque, time – and free agency – will tell.

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