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Shai Gilgeous-Alexander, presente e futuro degli Oklahoma City Thunder

di Andrea Indovino

Shaivonte Aician Gilgeous-Alexander all’anagrafe. Ma per tutti è noto Shai Gigleous-Alexander. Canadese, originario dell’Ontario, muove i primi passi da ‘cestista’ nella sua nazione natale. Dapprima ad Hamilton, alla St. Thomas More Catholic Secondary School, poi alla Sir Allan MacNab, allenato da giovanissimo anche da suo padre, Vaughn Alexander. Una famiglia con vocazione sportiva: sua mamma Charmaine Gilgeous è un ex stella dell’atletica leggera, che ha gareggiato perfino alle Olimpiadi del 1992, difendendo i colori della sua nazione, Antigua e Barbuda. Poi ancora con la valigia in mano, alla Hamilton Heights Christian Academy, con sede a Chattanooga. Quindi primo ‘scollinamento’ in territorio USA, nel Tennessee. Shai migliora, nei suoi anni da junior e senior all’high school, le sue abilità nel basket, giusto in tempo per farsi trovare pronto in ottica reclutamento collegiale.

Un ammiccamento con Florida, senza successo, prima di scegliere Kentucky, una delle sue destinazioni preferite. Proprio la ‘dotta’ UK, vince la corsa su Kansas, Syracuse, Texas e UNLV. Shai Gilgeous-Alexander inizia la sua carriera collegiale come backup di Quade Green, giocando comunque quasi 30′ a partita. Ma le sue qualità vengono fuori, e così il giovane canadese diviene il fulcro della compagine allenata da coach John Calipari, che con Kevin Knox, Hamidou Diallo, Nick Richards e P.J. Washington formano il nocciolo degli Wildcats, che si disimpegnano bene in regular season e nel successivo torneo della SEC, ma al Torneo NCAA vanno fuori alle Sweet 16, per mano di Kansas State.

I 12.9 punti, insieme ai 3.8 rimbalzi ed i 4.6 assist di media valgono comunque a Gilgeous-Alexander una chiamata alta al draft.

Shai Gilgeous-Alexander: il primo anno da professionista

Shai Gilgeous Alexander è scelto dagli Charlotte Hornets, in lottery, all’undicesima chiamata assoluta.

Ma è men che una toccata e fuga con la franchigia del North Carolina. Fa giusto in tempo ad indossare il cappellino d’ordinanza della franchigia di Michael Jordan, che si ritrova dall’altra parte degli Stati Uniti, a Los Angeles, sponda Clippers. Dopo 10 gare cominciate dalla panchina, “SGA” entra nel cuore di coach Doc Rivers. Il minutaggio aumenta, ed il prodotto di Kentucky si guadagna anche lo starting five. Shooting guard, di fianco alla ‘belva’ Pat Beverley.

Shai Gilgeous-Alexander con la casacca dei Los Angeles Clippers.

Per essere un rookie, Shai racimola cifre di buon livello: 10.8 punti, 3.3 assist e 2.1 rimbalzi con il 36.7% dall’arco. Il livello delle sue prestazioni sale ulteriormente ai playoffs, con i Clippers impegnati contro i Golden State Warriors al primo turno. I punti ad allacciata di scarpe diventano 13.7, con la percentuale da oltre l’arco che schizza intorno al 50%.

Percentuale notevole per un novello della lega. Gilgeous-Alexander non avverte ansie, tensioni, nervosismo nel giocare contro i campioni in carica, ed in gara 4 esplode addirittura con 25 punti in una partita che lo vede assoluto protagonista, tanto in attacco quanto in difesa, dove il suo atletismo lo aiuta a difendere contro avversari ‘piccoli’ ma anche contro quelli di stazza maggiore. Citofonare Draymond Green.

Il presente si chiama Oklahoma City Thunder

Durante la off season, Shai fa di nuovo le valigie. Finisce in Oklahoma, nella trade che porta Paul George a Los Angeles. I Thunder, nel frattempo cedono anche Russell Westbrook agli Houston Rockets  e danno il via alla ricostruzione. Ricostruzione totale, e velleità di successi rimandate ai prossimi anni.

SGA trova in squadra, comunque, fior di giocatori. Uno su tutti, Chris Paul, e poi Danilo Gallinari. Che con Steven Adams formano ‘i magnifici quattro’, di un roster che per qualità media ha ben poco da stare tranquilli, in ottica tanking.

Infatti OKC vince, più del previsto. E guasta i piani di Sam Presti, che più alle vittorie di squadra, è interessato a fare incetta di ‘asset’ futuri per ‘ricostruire’ il giocattolo. 17 vittorie su 32 gare disputate collocano i Thunder al settimo posto della Western Conference, con 3.5 gare di vantaggio sulla ‘premiata ditta’ Spurs/Trail Blazers, ottavi. L’appetito vien vincendo, e dalle parti della Chesapeake Energy Arena gongolano. Almeno i fans. Fino a dieci giorni fa, Shai non aveva mai fatto registrare un trentello in NBA. Quello di domenica notte, a Toronto, è addirittura il terzo nelle ultime cinque gare disputate. Con tanto di career-high (32 punti) nel suo Canada, infiocchettando una prestazione strabiliante con l’elegante canestro della vittoria. Essere il primo violino offensivo ai Thunder, quando in squadra si hanno compagni del calibro di Paul e Gallinari, non è semplice. Ed infatti SGA non lo è, ma i 19.8 punti ad allacciata di scarpa testimoniano la centralità del canadese nei giochi offensivi di coach Billy Donovan.

I 5 rimbalzi ed i quasi 3 assist di media, poi, completano l’opera, proprio come un pancake, quando rivestito da gocce di cioccolato. Di fianco ai purosangue succitati, Shai è in campo quando le gare si decidono in volata, spesso esondando nel clutch time, proprio come accaduto nella coda del match della ScotiaBank Arena.

Shai Gilgeous-Alexander attaccante rispettabile

Diciamolo subito, Shai Gilgeous Alexander è un signor attaccante. Ma può diventare letale. Il suo cavallo di battaglia è la penetrazione al ferro. Gode di un buon primo passo, e di forza esplosiva nella parte inferiore del corpo. Poi, con il suo rispettabile trattamento di palla, è in grado di arrivare al ferro con disinvoltura. Le braccia lunghissime gli consentono di rendere facili anche conclusioni difficili nei pressi del canestro. Inoltre è molto intelligente nell’attaccare i closeout e i mismatch, denotando un IQ cestistico molto sviluppato. La mano è educata, con polpastrelli morbidi. E’ poi in grado di leggere le difese avversarie, e ‘prendersi’ ciò che gli si viene concesso. Anche i floater sono un’arma affilata, seppur a volte eccede in frenesia e va a concludere troppo vicino al suo diretto marcatore, che giocoforza gli disturba o sporca la conclusione.

Shai Gilgeous-Alexander è abile a farsi strada nell’area avversaria e a scaricare il pallone verso il compagno libero.

Nel tiro da 3 punti, può e deve migliorare. Si prende pochi tiri, appena 3.7 tentativi, realizzandone 1.3. Se riuscisse ad essere più pericoloso dal perimetro, ed avere quindi due ‘dimensioni’, interna ed esterna,  il suo repertorio sarebbe più affinato, variegato, e soprattutto ‘rischierebbe’ di diventare un rebus di difficile risoluzione per le difese avversarie. Un’altro aspetto del gioco che può migliorare è la capacità di subire contatti e guadagnarsi tiri liberi. Per la mole di penetrazioni di cui si rende protagonista, sono pochi i tiri dalla linea della carità che riesce a guadagnarsi. Appena 161 quelli tentati, di cui 130 convertiti in punti. Cinque a partita, un po’ pochini per un ‘driver’ come lui.

Difesa da ‘lavori in corso’

E’ bravo, ma non si applica. Quante volte abbiamo ascoltato queste parole da maestre e professoresse in tempi più o meno lontani. E direbbero ciò anche di Shai Gilgeous-Alexander come difensore. Ha mezzi fisici notevoli, seppur debba metter su ancora un po’ di massa muscolare. Può difendere su 3 ruoli, con l’apertura alare che si ritrova. L’immensa lunghezza delle braccia favorisce la sua capacità di rubare la palla seppur spesso si dimostra troppo pigro nell’oscurare linee di passaggio avversarie. 1.2 a partita le rubate, stesso dato dello scorso anno. Cala invece quello delle stoppate, da 0.5 a 0.4. Con lui in campo, il defensive rating recita 108.5, senza si abbassa, a 107. Shai ha da migliorare anche la difesa sul perimetro. Perché concedere quasi il 38% agli avversari è troppo: tende a muovere poco i piedi, denotando anche timidezza nel fronteggiare avversari più grossi di lui, oltre i 7 metri e 25. Ma non è un ‘malus’ difensivo. Sono semplici dolori di crescita, inevitabili, per un giocatore che è agli albori del secondo anno.

Le sue lunghe leve gli permetterebbero di coprire al meglio le linee di passaggio e rubare così il pallone: manca però applicazione.

In conclusione,  Shai Gilgeous-Alexander è un buon diamante, agli ordini di coach Donovan. Da sgrezzare ulteriormente. Il prossimo step da completare, quello nel trasformarsi da buon giocatore a campione, non dista ere geologiche, anzi. Ma il canadese non deve perdere fiducia nei suoi (enormi) mezzi. Ad Oklahoma City ci sono tutti i presupposti per crescere, e bene. Perché se i Thunder non smantelleranno l’attuale roster, continuare a lavorare all’ombra di CP3 e Gallinari non può che giovargli, nel medio-lungo termine. Nel contempo, dovrà studiare da leader, poiché potrebbe ben presto ritrovarsi ad OKC con un nugolo di giovani a fargli compagnia, che lo prenderanno ad esempio. Ed allora, a quel punto Shai dovrà mutare, metamorfosarsi da apprendista a mentore.

 

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

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