The Gary Payton Show

di Stefano Belli
Gary Payton in maglia Sonics

Gary Payton in maglia Sonics

Poche cose al mondo sono prevedibili quanto le parole di uno sportivo professionista con i giornalisti. Se in Italia siamo abituati a concetti immortali come “il campionato è ancora lungo”, “i miei 100 punti sono più che altro merito dei miei compagni” o “quello che conta è il bene della squadra”, anche negli Stati Uniti i vari reporter sono costretti a sorbirsi un’infinità di “just stay aggressive”, “keep pushing” o altre frasi più o meno articolate, ma dalla medesima eloquenza (una delle maggiori hit è “le statistiche personali non sono importanti”). La situazione migliora sensibilmente quando a parlare sono ex-giocatori, senza più nessun vincolo con le società di appartenenza e quindi con meno remore. Se però a prendere la parola è Gary Payton, un personaggio celebre per il carattere ‘focoso’ e le corde vocali in continua attività, possono venir fuori cose estremamente interessanti.

La leggenda dei Seattle SuperSonics è stata l’ospite d’onore della terza edizione della mostra sulla NBA (quest’anno intitolata “NBA Overtime”) al Samsung District di Milano. Prima di concederci un’intervista in esclusiva, Payton si è seduto di fianco a Flavio Tranquillo, storica voce del basket targato Sky, il quale ha fatto da tramite per le domande dei numerosissimi appassionati presenti. Ne è risultato un incontro tutt’altro che banale ed estremamente ricco di spunti, in cui GP si è raccontato a 360°. Di seguito riportiamo i passaggi più significativi.

Sorpreso di vedere tutta questa gente (tra il pubblico anche moltissimi under-20, forse non ancora nati quando Payton dominava sul parquet, ndr.)?
Assolutamente no, so che il basket è molto popolare in Europa. Anche nella NBA ci sono sempre più giocatori europei di grande livello. Il mio preferito è Tony Parker, che seguo da quando aveva sedici anni. Ha avuto una grande carriera, ha vinto quattro titoli, è stato MVP delle Finals… Sono sicuro che un giorno entrerà nella Hall Of Fame.”

Qual è stato il miglior momento della tua carriera?
”Sicuramente le due vittorie alle Olimpiadi. Non c’è niente di altrettanto emozionante che rappresentare il tuo paese e la tua gente, nemmeno vincere il titolo NBA.”

E la squadra migliore in cui hai giocato? I Sonics, i Lakers di Kobe, Shaq e Malone o gli Heat, con cui hai vinto il titolo?
Con gli Heat ho vinto, ma la migliore squadra in cui ho giocato sono stati i Sonics. A Miami ho giocato due anni, ai Lakers uno, non significa quasi niente. A Seattle sono stato tredici anni, lì sono diventato un All-Star e lì ho raggiunto le Olimpiadi. Lì mi avete conosciuto, mi sono fatto un nome e ho scritto la storia. Lì è nato il mio soprannome, ‘The Glove’! Seattle sarà sempre la miglior squadra per me, perché lì è nata la mia legacy (termine traducibile come lascito, eredità, ndr.). Vincere è una grande sensazione, è quello per cui tutti giocano, ma la mia legacy sarebbe rimasta tale anche senza titolo. Sarei sempre nella Hall Of Fame, come lo sono Charles Barkley, Karl Malone e John Stockton. Tutti battuti da Michael Jordan, come lo sono stato io nel 1996. Vincere un titolo non definisce la tua carriera.”

Hai qualche rimpianto per le finali perse nel 1996 contro Chicago?
Nessun rimpianto. Erano più forti, hanno vinto loro. Solo mi sarebbe piaciuto giocare un’altra finale con quei ragazzi, tutti insieme. Invece quella squadra venne rapidamente smantellata.”

C’è un giocatore NBA che, più di ogni altro, si prodiga per la comunità di Seattle, città a te molto cara: Jamal Crawford (fondatore del torneo amatoriale Seattle Pro-Am, che ogni anno mette dilettanti locali e giocatori NBA sullo stesso terreno di gioco, ndr.). Che rapporto hai con lui?
”Jamal è un fratello, lo sento spesso. E’ uno alla vecchia maniera, come quelli della mia generazione. Fa tantissimo per Seattle e non è la classica star, quella che cerca attenzioni. Sa bene che la gente riconosce quello che fa per la comunità.”

Quali sono stati i migliori compagni di squadra che tu abbia mai avuto?
”Senza dubbio Shawn Kemp, ma certamente anche Shaquille O’Neal. Tra tutti i compagni che ho avuto, loro sono stati speciali per me. Con Shawn ho giocato otto anni, tra noi si è creato un legame di fratellanza. Anche Shaq è stato un fratello, è lui che mi ha convinto ad unirmi prima ai Lakers e poi agli Heat.”

E gli avversari più difficili da marcare? Michael Jordan è certamente il più celebre…
Jordan è uno di questi, ma non è il solo… Citerei Allen Iverson e Reggie Miller, che si muovevano continuamente, oppure Mookie Blaylock, Derek Harper e Mitch Richmond, forse non i più famosi, ma quelli più grossi fisicamente, che potevano portarmi in post basso e darmi un sacco di problemi. Ma il più duro di tutti era senza dubbio John Stockton; era molto fisico, cercava sempre il contatto, a volte ai limiti del regolamento. Era sempre in movimento ed estremamente intelligente, con una visione di gioco straordinaria. Se ti rilassavi un attimo, ti uccideva!”

Uno dei tuoi marchi di fabbrica era il ‘trash talking’ nei confronti degli avversari. Quanto era importante nel tuo gioco?
Il ‘trash talking’ era molto importante, era il cuore del mio gioco. Demotivava gli avversari e allo stesso tempo era la mia motivazione, anche per le partite a cui arrivavo più scarico. Non è una mancanza di rispetto; se pensi che lo sia non lo dovresti fare. Se quando siamo in campo mi insulti la famiglia, io so che non è quello che pensi, per cui al massimo ti rispondo a tono! I giocatori sanno che quelle che vengono dette durante una partita non sono cose vere. Se non ne sei consapevole non dovresti essere nella lega.”

Quali sono i segreti per diventare un grande difensore? C’è qualche consiglio che daresti ai giovani professionisti?
Per essere un buon difensore è indispensabile la durezza mentale, la voglia di difendere anche a costo di fare meno punti. Così puoi farcela anche senza avere un grande talento. I giovani devono imparare attraverso l’esperienza, è difficile insegnar loro certe cose prima. E’ vero, adesso non si difende più come una volta, bastano minori contatti perché fischino un fallo.”

C’è un giocatore, nella NBA di oggi, in cui ti rivedi?
Non ci sarà mai un altro Gary Payton! Kawhi Leonard mi assomiglia perché gioca su due lati del campo, Russell Westbrook per la mentalità, è uno che gioca sempre duro. Ma nessuno unisce queste due caratteristiche, come facevo io.”

A proposito di Leonard, non credi che per assegnare il titolo di MVP si debba prestare attenzione anche al rendimento nella metà campo difensiva, e non solo in quella offensiva?
”Assolutamente no. Leonard è eccezionale per la sua squadra, ma l’MVP doveva essere Westbrook. Senza Kevin Durant si pensava che i Thunder non dovessero fare i playoff, invece lui li ha trascinati a suon di triple-doppie e canestri impossibili, spesso in isolamento. E’ stato lui il Most Valuable Player per la sua squadra.”

Qual è il segreto della tua ‘longevità’ sportiva (dal 1990 al 2007 Payton ha saltato solamente 25 partite, ndr.)?
Semplice: la fortuna! Ho passato 17 anni a giocare duro ogni sera, ma non ho mai avuto infortuni gravi. Questo significa molto, in un ambiente in cui tante carriere sono state rovinate dai problemi fisici.”

Quanto è importante l’unione dello spogliatoio, per il successo di una squadra?
Non penso che l’unione nello spogliatoio sia la cosa più importante. Quello che conta è l’unione in campo. Negli spogliatoi ognuno se ne sta lì con le cuffione in testa, assorto nel suo mondo, senza quasi vedere né sentire gli altri. Non parla quasi nessuno. L’unica cosa che mi crea dei problemi è se qualcuno torna ridendo dopo una sconfitta, perché così sembra che non gli interessi. Invece sul campo ognuno può dimostrare davvero quanto ci tiene. Non mi importa se dopo la gara si esce a cena insieme, mi importa che sul campo tutti sappiano come trovarsi, come aiutarsi a vicenda.”

Credi che la NBA di oggi sia peggiore, rispetto a quella dei tuoi tempi?
”No, per niente. Le ere si evolvono, con le loro differenze. Io sono arrivato alle fine dell’era di Magic Johnson e Larry Bird, quando si giocava in un certo modo. Poi c’è stata la mia era, e le cose sono cambiate. Questa è la loro, e il gioco è evoluto nuovamente. Non c’è niente che si possa definire peggiore.”

Cosa c’è nel futuro di Gary Payton?
”La prossima stagione tornerò ad allenare i 3 Headed Monsters, nella lega BIG 3, e lo farò per vincere (dopo la sconfitta nella prima finale della storia della manifestazione, ndr.). Poi mi rivedrete a commentare in TV. E’ molto più rilassante che allenare!”

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