Un’altalena di prestazioni ed eccessiva dipendenza dalla dimensione interna di Pau Gasol. L’avventura nei playoff 2015 dei Bulls potrebbe racchiudersi in un semplice concetto, ma evidentemente nella debacle consumatasi al cospetto dei Cavs c’è molto di più.
Il recupero di D-Rose giusto in tempo per la post season è apparso come un mantra, un segnale forte e chiaro al resto della lega. Il momento è apparso propizio per levare un po’ di pressione dalle spalle del lungo catalano e del most improved player of the year Jimmy Butler, con in più tutta la carica emotiva data dal rientro della superstar con il l’1 sulle spalle.
Ma qualcosa ha cominciato a non quadrare fin dal primo turno vinto, non senza sofferenze, 4-2 con i Milwaukee Bucks. Un first round che ha visto Chicago a tratti dominante (vedi gara 1 e gara 6) e sofferente in altri (tutte le altre sfide della serie). Certo, dall’altra parte ci sono anche gli avversari, Middelton, Carter-Williams in grado di accendersi e spegnersi a fasi alterne, e quell’Antetokounmpo al quale gli scienziati del Gioco stanno ancora tentando di assegnare un ruolo preciso sul parquet, ma in ogni caso qualche piccolo campanello d’allarme ha cominciato ad accendersi.
Quella che contro i Bucks è parsa come una percezione, in semifinale di Conference al cospetto dei Cavs si è trasformata in certezza. I Bulls han dovuto fare i conti con tutti i loro limiti, non a caso l’infortunio di Gasol ha pesato notevolmente di più rispetto all’assenza di Kevin Love per i Cavs. Il motivo? Senza il suo apporto l’attacco proprio non ha girato, il tutto si è ridotto ad estemporanei isolamenti di Rose e Butler, poco aiutati da un supporting cast non sempre all’altezza, da Gibson a Hinrich passando per Aaron Brooks e Mike Dunleavy. Gasol per questo gruppo è imprescindibile; è in grado di aprire il campo a ogni sua ricezione in post basso, costringe la difesa a fare una scelta e genera buoni tiri per i compagni, un’autentica ancora di salvezza per una squadra con non troppe bocche da fuoco sul perimetro.
In sua contumacia una pedina come Noah, seppur energico e presente nella sua metà campo, in attacco diventa un giocatore sotto la soglia della normalità (anche i suoi innumerevoli appoggi sbagliati da un centimetro gridano vendetta, ma in questo Gasol c’entra ben poco), mentre Mirotic, giustamente ammirato per la sua più che convincente seconda parte di regular season, ai playoff ha deciso di mandare il suo gemello più scarso, sparendo pian piano dal parquet, togliendo buona parte dell’attacco di cui Chicago aveva disperatamente bisogno.
Lebron e compagni hanno nel complesso rivelato maggior solidità, privi di Love e JR nelle prime sfide sono riusciti a fare di necessità virtù, con il “prescelto” spesso schierato nello spot di numero 4, Irving perfettamente calato nel ruolo di secondo violino e una batteria di lunghi operaia e funzionale al contesto.
Un aspetto che ha inciso sul destino della franchigia della Windy city è però anche quello difensivo. La macchina perfetta messa in piedi da Tom Thibodeau, ammirata nelle ultime stagioni da addetti ai lavori e non, ha perso quello smalto che l’aveva contraddistinta nelle edizioni più recenti dei playoff e che aveva fatto vedere i sorci verdi a più di un avversario (per informazioni chiedere dalle parti di Boston e Miami). Ma in questa edizione 2015 qualcosa si è inceppato e la difesa di Chicago è incappata più volte in disattenzioni non degne di un sistema difensivo rodato come quello orchestrato dal coach del Connecticut, con rotazioni pigre e aiuti sempre meno puntuali. Jimmy Butler ancora una volta l’eccezione che conferma la regola. Il nativo di Houston si è accoppiato con Lebron con una dedizione quasi commovente, cercando sempre di negargli la ricezione e mettendolo in costante difficoltà negli 1vs1. Giudicare la sua difesa dal poco reattivo close out in occasione del buzzer di James sulla sirena di gara 4 non sarebbe intellettualmente onesto, anche perché i Bulls quella partita l’han persa soprattutto perché incapaci di chiuderla prima, con parecchi match point sulla loro racchetta.
Ora il futuro e lì da scrivere, una lunga estate di riflessione e le continue voci su un addio di Thibodeau alla panchina, oltre alla consapevolezza della necessità di rimpinguare le fondamenta del Roster di Jerry Reinsdorf, cui sembra sempre mancare qualcosa per spiccare il decisivo salto di qualità.

