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Chiamarsi MVP presenta Falling Stars: Le Stelle Cadenti della NBA

di William Cerrone

Le stelle cadenti non sono propriamente stelle, per definizione. Sono meteore che bruciano quando entrano in contatto con la nostra atmosfera, provocando scie luminose sorprendenti, bagliori tanto potenti quanto brevi, quasi più luminosi delle vere stelle.

Associando il concetto alla NBA è impossibile non ricordare giocatori che hanno brillato per un periodo breve ma intenso, mancando la definitiva “consacrazione”. Proprio come le stelle cadenti, ne sono passati tanti di questi talenti nella massima lega americana, ed in questa rubrica cercheremo di ricordarne alcuni, i più affascinanti (cestisticamente parlando).

Capitolo III: Grant Hill

“La cosa grandiosa dello sport è che devi misurarti con te stesso costantemente. Costantemente devi andare lì fuori e farlo.”

Parole sincere di Grant Hill, uno dei maggiori rimpianti nella storia del basket. Ciò che intende con “misurarsi” è decisamente diverso da quello che ogni altro giocatore NBA potrebbe intendere. La sua personale accezione del termine è estesa ai massimi livelli, questo perché nella sua carriera, Hill ha dovuto misurarsi persino con la morte (e non si enfatizza nulla, sia chiaro).

Le Origini

Grant Hill è gia famoso ancor prima di diventare il giocatore che conosciamo: suo padre Calvin, è stato una stella della NFL degli anni ’70 (Rookie dell’anno nel 1969) e sua madre Janet è un rinomato avvocato e consulente alla Casa Bianca poiché grande amica e compagna di stanza al college di Hillary Rodham Clinton (si, quella che tutti conoscete), nonché futura mentore di Michelle Obama. Grant cresce da privilegiato, con la cultura dello sport nel sangue, ma si differenzia dai compagni per una spiccata intelligenza e rapidità di apprendimento. I suoi genitori sono sempre stati molto apprensivi con lui, specialmente mamma Janet che lui si diverte a chiamare “il Generale” di casa. Entrambi non volevano che Grant giocasse a football. Infatti suo padre gli vieta di giocarci a livello scolastico fino alle superiori. Il suo primo sport preferito diventa il calcio, da bambino entra nella squadra del quartiere e vince anche il suo primo campionato statale. Gli piace perché ha una facilità di corsa e un’ottima coordinazione. Al contempo capisce che le stesse “doti” può applicarle anche alla pallacanestro. Così si avvicina al basket un pò per curiosità e soprattutto perché è sempre il più alto del gruppo, cosa che odia allo stesso tempo poiché i compagni lo obbligano a restare sotto canestro per fare i soliti lay up e facili stoppate. Lui invece si diverte a palleggiare, a dribblare gli avversari. É Papà Calvin a suggerirgli che una volta catturato il rimbalzo, avendo il possesso, avrebbe potuto portar palla e condurre il gioco a suo piacimento. Da lì nasce la passione per la palla a spicchi, che non abbandonerà per il resto della vita. Il problema è che non ha il canestro in giardino (le piante del “Generale” erano intoccabili), quello dei vicini è a vari isolati e può giocarci solo quando ci sono mentre ai playground può andarci ma solo quando ha il permesso dei genitori. Ma Grant è impaziente così ricorre al classico cestino della spazzatura montato in cima al garage e sfida il padre a togliergli la palla (ricordate sempre che papà Calvin è un “All-Star” del football, non proprio il solito impiegato con la sciatica). Proprio in quegli uno contro uno, Grant sviluppa quell’abilità di ball-handling che ha poi contraddistinto il suo gioco da professionista.

Grant Hill con suo padre Calvin.

Grant Hill con suo padre Calvin.

Play – Stop – Rewind

Un altro aspetto sorprendente della sua infanzia è la curiosità per i meccanismi della pallacanestro: già da piccolo, infatti si diletta a studiare le cassette delle partite che andava a vedere col papà, avendo imparato a farlo proprio da lui (Calvin riguardava le sue partite di football per ripetere i giochi da fare in campo). Ogni volta che nota una giocata interessante torna indietro col nastro. In questo modo impara a intuire le mosse degli avversari con largo anticipo, divertendosi a pronosticare col papà, gli esiti di una rimessa o di un attacco. A 13 anni, Grant passa dal giocare nel cortile di casa a misurarsi tornei della zona, affrontando in alcuni casi anche squadre di ragazzi già noti agli scout. Come quella volta in cui si ritrova contro Jalen Rose e Chris Webber, battendoli agevolmente. Suo padre comincia a notare il suo talento così subito dopo la partita lo sfida ad un uno contro uno al parco. Grant come sempre è riluttante, ma basta un po’ di trash talk del papà per convincerlo. La prima la vince Hill jr, anche se Calvin la prende molto easy, nella seconda decide di difendere sul serio ma Grant stravince comunque. A guardare la sfida, a sua insaputa, c’è Wendell Byrd, il coach della squadra di basket del liceo che andrà a frequentare l’anno seguente. Ma il ragazzo, anche se consapevole di sapersela cavare bene con la palla a spicchi, non ha ancora scelto cosa fare da grande e ha il terrore di diventare ulteriormente famoso e invidiato giocando nella squadra della scuola. Sono i suoi amici di sempre a convincerlo per fare il provino. Una volta in squadra, Grant comincia a mostrare le sue doti di rimbalzista e palleggiatore, segnando comunque già 10 punti a gara nel suo primo anno, cifre che poi diventeranno negli anni 18, 22, fino ai 25.5 punti di media nel suo ultimo anno di liceo, quando ormai già supera i 2 metri di altezza pur continuando a giocare da guardia. Le lettere di invito dei college fioccano, a volte ne arrivano venti in un giorno. Altro aneddoto divertente è quello in cui, dopo aver fatto il provino per l’Università del North Carolina, fa impazzire letteralmente Dean Smith che incredulo dice a suo padre: “Voglio questo ragazzo, già conosce alla perfezione i miei schemi, com’è possibile?” e papà Calvin, divertito, gli tira fuori la solita storia delle videocassette.

Indipendence Day: La Scelta Di Duke

Nella scelta del college i genitori hanno idee differenti, infatti Janet propende per Georgetown, Calvin preferisce l’Università del North Carolina di coach Smith. Grant mette d’accordo tutti scegliendo Duke. Per gli amici questo è il suo “indipendence day”, infatti il ragazzo si stacca definitivamente dai genitori e dà una nuova prova della sua intelligenza, asserendo che Duke possa offrirgli garanzie per diventare un atleta professionista e, qualora non vi riuscisse, anche un ottimo studente.

La verità è che Grant raggiunge entrambi gli obbiettivi. Infatti, nonostante gli ottimi risultati scolastici (si laureerà poi in Storia e in Scienze Politiche), guida la squadra a 2 titoli NCAA nel 1991 e nel 1992, e nel 1994, senza Hurley e Laettner (passati in NBA), riesce persino a riportare la squadra in finale praticamente da solo per poi perdere contro Arkansas. Nonostante la sconfitta vince il premio come miglior giocatore dell’anno (l’anno prima aveva vinto il premio di miglior difensore), è primo quintetto All-American nonchè il primo giocatore nella storia del basket collegiale a registrare almeno 1900 punti, 700 rimbalzi, 400 assist 200 rubate e 100 stoppate. Gli scout NBA lo inseriscono tra i migliori cinque prospetti per il Draft seguente.

Grant Hill in copertina per Beckett Future Stars.

Grant Hill in copertina per Beckett Future Stars.

Una Superstar A Detroit

Nel 1994, infatti, Grant Hill conquista la terza scelta assoluta del Draft da parte dei Detroit Pistons. La squadra rinasce dalle ceneri dei Bad Boys, col solo Dumars superstite. Hill esplode già al primo anno segnando quasi 20 punti a partita assicurandosi l’All Star Game e vincendo il premio di Rookie dell’anno (condiviso con Jason Kidd). E’ rapido, un ottimo penetratore, eccellente nel palleggio e assennato in difesa. Detroit ha trovato il suo nuovo giocatore franchigia. Così già nel suo secondo anno, i Pistons riescono a raggiungere i Playoffs, pur uscendo al primo turno. Nel suo terzo anno Grant migliora ancora le sue cifre chiudendo la stagione con oltre 21 punti, 9 rimbalzi e 7 assist di media. Finisce terzo nelle votazioni per l’MVP del 1997, arrivando dietro solo a Michael Jordan e Karl Malone. Grant Hill si afferma come grande all-around player, con Pippen diventa uno dei primi esempi di point-forward del basket moderno, un’ala piccola che crea gioco, segna e difende allo stesso tempo. Sfortunatamente, scelte dirigenziali molto discutibili condizionano l’andamento della squadra, che spesso fatica a raggiungere i Playoffs. Nella stagione 1999-2000 Hill gioca la miglior pallacanestro della sua carriera, migliora molto anche nel tiro e segna quasi 26 punti a partita. Ha degli attimi di autentica onnipotenza cestistica, una superiorità fisica e mentale disarmante, come in occasione di una gara a Miami, in cui prima si strattona con Alonzo Mourning (non proprio il tipo di giocatore con cui vorreste stare lì a discutere sotto canestro) per poi “posterizzarlo” subito dopo, con una schiacciata di pura cattiveria. Contemporaneamente emergono in squadra anche altri giovani come Jerry Stackhouse, che supera i 20 punti a partita conquistando con Hill la convocazione all’All Star Game e Jerome Williams, the Junkyard Dog, abile in difesa e nei rimbalzi. Purtroppo, appena prima dei Playoffs, Grant Hill subisce un grave infortunio alla caviglia che lo condizionerà per il resto della carriera. Cerca di tornare nella serie contro gli Heat, ma in questo modo non farà altro che peggiorare l’entità del danno.

Il Periodo Buio

Durante l’estate viene ceduto ai Magic, con cui firma un maxi-contratto da 93 milioni in 7 anni. Ad Orlando vogliono riportare la franchigia nell’elite del basket NBA, firmando addirittura anche Tracy McGrady. Proprio quello che dovrebbe essere l’apice della sua carriera diventa il periodo più brutto della sua vita: nonostante i vari tentativi, non riesce a risolvere il problema alla caviglia. Ci prova una volta per tutte nel marzo del 2003, dopo aver giocato solo 57 gare nei suoi primi 3 anni in Florida, decidendo di procedere ad una delicata operazione di frattura volontaria e riposizionamento dell’osso all’interno del piede. Cinque giorni dopo l’operazione Grant Hill manifesta febbre oltre i 40 gradi e convulsioni. I medici lo ricoverano immediatamente, scoprendo che l’atleta ha contratto un’infezione da stafilococco. In questi casi la malattia diviene pericolosa quando il batterio riesce ad aggredire aree profonde dell’organismo. Se raggiunge il sangue o le articolazioni già viene riconosciuta come emergenza grave. Nella situazione di Grant, per via dell’operazione, il batterio ha raggiunto addirittura le ossa: i medici informano la famiglia che Grant Hill è in situazioni critiche: sta lottando per la vita. Viene intubato per una settimana, è assistito h24 e tenuto sotto stretta osservazione. Per fortuna resiste all’infezione, ma per curare la malattia necessita di tre cicli di antibiotici endovena ogni giorno. Così resta in terapia per 6 mesi, saltando ovviamente tutta la stagione 2003/2004. Eppure il destino continua a rivoltarglisi contro. Nell’estate del 2003 a sua moglie Tamia, nota cantante americana, viene diagnosticata la sclerosi multipla a soli 28 anni. E’ buio pesto nella sua vita, ma riesce ad aggrapparsi alla sola cosa che può fargli luce: la speranza. Grant continua a pensare positivo.

Hill durante l'infortunio.

Hill durante l’infortunio.

Arrendersi Mai: Come Salvarsi La Vita

Nonostante tutti i suoi problemi fisici, aiuta e sostiene sua moglie in tutte le cure e i controlli necessari. Persino sua madre Janet, il Generale, non riesce a spiegarsi da dove riesca a prendere tutta questa forza. Grant dichiarerà che in quel momento non considerava nemmeno il suo infortunio, poichè la sua caviglia sana o malata non gli avrebbe impedito di continuare a vivere per sostenere sua moglie: “Che possa giocare altri 10 anni o un solo altro giorno, al momento non m’interessa. Nella vita ci sono cose più importanti che tirare un pallone in un canestro”. Hill diventa un esempio per tutti anche fuori dal campo, nonostante la sua carriera ancora non sia conclusa. Continua le iniezioni di antibiotici, continua le cure in piscina e in palestra, ma lo fa sempre restando vicino a sua moglie. Persino durante le vacanze, Grant decide di non abbandonarla nemmeno un secondo, facendo venire il suo coach di tiro e il suo personal trainer direttamente a casa. Il General Manager dei Magic all’epoca, John Gabriel, racconta: “Ha sempre avuto il sorriso in quei momenti che sarebbero stati terribili per chiunque, le sue giornate duravano il doppio delle nostre, da quando entrava in piscina alle 6 del mattino, a quando procedeva alle sessioni di atletica il pomeriggio, a quando restava sveglio fino a notte fonda al fianco di Tamia. Non ha mai dato un cenno di abbattimento, non si è mai chiesto perché.”

Ancora oggi Grant afferma: “Emotivamente non so se sarei capace di superare nuovamente quel periodo e sinceramente non so nemmeno come ci sia riuscito”.

Il Ritorno In Campo

Finalmente torna in campo nel 2004 e sembra il Grant Hill di un tempo, anche se tira molto di più e penetra molto di meno. Nel mese di Novembre viene eletto giocatore della settimana e più tardi verrà votato dai fan come titolare nell’All Star Game del 2005. Ma già nella stagione successiva, ricominciano gli infortuni: un’ernia gli impedisce di giocare e i medici temono che a lungo andare possa ledere nuovamente la sua caviglia a causa di un’eventuale distribuzione errata del peso durante la corsa. Così ritorna sotto i ferri e gioca solo 21 gare. Gli infortuni continuano e il contratto gli scade nel 2007. Hill pensa seriamente di ritirarsi, ma gli arriva la chiamata dei Phoenix Suns che lo convincono a continuare a giocare, promettendogli un’equipe medica solo per lui e i migliori consigli per evitare altri infortuni. Grant si convince e con i Suns ritrova la serenità nello stare in campo. Il minutaggio è notevolmente ridotto, ciò nonostante assicura alla squadra sempre più di dieci punti a gara.

Una nuova carriera a Phoenix

Nella stagione 2008/2009 riesce addirittura a giocare tutte le 82 partite della stagione. Più volte elogerà il Medical Center dei Suns, affermando che proprio in quegli anni aveva imparato a gestire meglio il suo corpo e a capire che spesso la causa dei suoi infortuni non era insita in ossa malandate o tendini deboli, ma piuttosto in posture sbagliate, problemi che trovavano origine in parti del suo corpo che nemmeno considerava. La ritrovata integrità fisica gli dà fiducia e proprio questa serenità gli permette di diventare un punto di riferimento nello spogliatoio. Nel 2010 riesce per la prima volta a vincere una serie nei Playoffs, arrivando addirittura a conquistare le Finali di Conference, perse contro i Lakers che poi vinceranno il titolo. Viene inserito nella lista dei 10 atleti più intelligenti del pianeta dalla rivista Sporting News. Continua a giocare per il semplice gusto di farlo, gli era mancato tanto il parquet, così decide di smettere solo nel 2013, alla soglia dei 41 anni.

Grant con i Suns in Finale di Conference contro i Lakers.

Grant con i Suns in Finale di Conference contro i Lakers.

Un Uomo Di Successo

Dopo il ritiro diviene uno dei massimi portavoce dell’organizzazione no-profit STOP MRSA Now!, per cui tiene annualmente discorsi sulla prevenzione e sul pericolo dell’infezione da stafilococco.

E’ diventato, inoltre, presentatore televisivo per conto di NBA TV, sostituendo Ahmad Rashad nella trasmissione NBA Inside Stuff. Nel 2014 dona 1 milione e 250 mila dollari alla Duke University, da destinare alle strutture atletiche, alla ricerca per la scienza e all’accademia delle arti.

Nel 2015 diventa comproprietario degli Atlanta Hawks, prendendo parte alla cordata che rileva la società per 850 milioni di dollari.

Sua moglie Tamia combatte ancora la malattia, ma ultimamente ha dichiarato che i sintomi sono in calo e curandosi abitualmente la tiene sotto controllo.

Grant Hill, oggi, è un uomo felice e di successo, ha dimostrato di saper superare tante sfide nella sua vita che nemmeno aveva messo in conto di dover fronteggiare.

…What If?

Di certo, a volte si fermerà per un attimo a pensare a quello che avrebbe potuto realizzare in quei quattro anni che il destino gli ha rovinato, quando era al massimo della sua forma, in quello stato di onnipotenza cestistica paragonabile ai più grandi di sempre, sarebbe davvero diventato il nuovo Michael Jordan?

In molti a Detroit sarebbero pronti a giurarvelo, cercherebbero in tutti i modi di provarvelo, un pò come quelli che dopo la notte di San Lorenzo vogliono convincervi di aver visto la stella cadente più bella della loro vita, ma puntualmente non riescono a filmarla. Come è difficile crederlo, ma quanto è affascinante provarci allo stesso tempo?

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