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Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsLos Angeles Clippers La coesione fa la differenza: i Jazz battono dei sconclusionati Clippers

“L’unione fa la forza” è un detto vecchissimo, come il mondo. Sarà la solita frase fatta certo, ma in molte occasioni è quanto mai opportuna ed abbastanza applicabile. In tempi recenti, cestisticamente parlando, possiamo tirarla fuori parlando del trionfo degli Utah Jazz sui Los Angeles Clippers, nel primo turno dei playoff. Il team della terra dei mormoni si è sbarazzata dei californiani dopo una serie durata sette partite.

Gordon Hayward.

Il manipolo promettente guidato da coach Quin Snyder si è regalato una bella soddisfazione, andando a compiere un vero e proprio upset contro una squadra alla ricerca (insperata) di gloria. I Jazz, durante la regular season, hanno mostrato di essere molto preparati sotto l’aspetto difensivo, interpretando al meglio il vasto playbook del loro allenatore. Uno dei fattori che hanno fatto la differenza è stato infatti quello relativo alla difesa perimetrale: i Clippers hanno faticato troppo a trovare soluzioni aperte sull’arco dei tre punti (basta pensare allo scarno apporto di JJ Redick). Buone cose si sono viste anche in attacco, dove c’è stata una buona circolazione della palla e una certa dimestichezza a costruire conclusioni pulite. Ovviamente, impossibile non citare Gordon Hayward (23.7 punti di media col 46.9% dal campo) e Joe Johnson. Il primo ha confermato di essere un vero e proprio franchise player, sciorinando una semplicità disarmante nell’utilizzare il suo ottimo repertorio offensivo per andare a canestro; il secondo si è dimostrato molto utile nei momenti clutch (rivedere gara 1 e gara 4) colpendo a sangue freddo con i suoi isolamenti.

Nota di merito per Joe Ingles, australiano tuttofare autore di una rivincita nei confronti dei losangelini: il classe 1987, nel 2014, disputò 5 partite di preseason con la franchigia di Steve Ballmer prima di essere tagliato. Ingles ha giocato sontuosamente su entrambe le metà campo, difendendo alla grande su Redick e tirando in maniera efficiente. Per non parlare delle sue doti da passatore

Doc Rivers.

L’infortunio di Blake Griffin può valere solo da parziale giustificazione per l’ennesimo tonfo della banda di Doc Rivers. I Clippers non sono mai parsi del tutto convincenti, anzi, spesso son stati scialbi e monotematici. Offensivamente non son riusciti a muovere dignitosamente il pallone, intestardendosi troppo con l’utilizzo del pick and roll: il classico gioco a due ha fatto male sì ai Jazz, coi lunghi avversari che hanno pagato la loro staticità, ma alla lunga non è bastato per poter portare a casa la serie. Le sopracitate carenze in zona perimetrale hanno fatto poi il resto. A nulla è servito un Chris Paul nelle vesti del solito trascinatore guardingo in difesa e geniale in attacco: il playmaker ha gettato il cuore in campo, salvo poi steccare gara 7.

Panchina rivedibile per i Clippers: 27.6 i punti di media portati in dote (10 in meno dei Jazz), con un Jamal Crawford a tratti deludente ed un Mareese Speights in affanno. Se l’ago della bilancia ha puntato definitivamente su Salt Lake City è stato anche per questo.

In conclusione, i Jazz hanno avuto la meglio perchè più organizzati e più cinici, al contrario dei Clippers, per certi versi sconclusionati e poveri di idee.

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