Home Italbasket Debacle a Tel Aviv, la Dinamo è ancora un’orchestra scordata

Debacle a Tel Aviv, la Dinamo è ancora un’orchestra scordata

di Mauro Manca

Tornare in Sardegna con una sconfitta e la  tremenda sensazione di non essertela giocata fino in fondo. Lascia doppiamente l’amaro in bocca il terzo ko rimediato da Sassari in altrettante sfide di Eurolega, specie perchè diversamente dalla lezione di gioco subita dal Cska, la sfida andata in scena sul parquet della Yad Eliyahu Arena contro i padroni di casa del Maccabi Tel Aviv ha tutti i connotati dell’occasione mancata. La formazione di Goodes non è certo la corazzata che trionfò nella cornice del Forum di Assago alle final four del 2014, ma un gruppo ridimensionato e alla disperata ricerca di un’armonia collettiva. Anche e soprattutto in virtù di questi aspetti la Dinamo poteva e doveva fare di più per cogliere l’agognato primo urrà in campo continentale. Invece la squadra sarda ha mostrato tutta la fragilità di un gruppo che ancora non rema unanime nella stessa direzione, troppe forzature, troppi palleggi e troppi isolamenti sterili, a fronte di poca circolazione e una fluidità in attacco visibile solo a tratti.

 

I sardi si congedano dalla sfida di Tel Aviv con appena 10 assist di squadra e un eloquente 6/24 da tre, frutto dei troppi tiri forzati e della cattiva vena realizzativa palesata dagli esterni (Haynes disastroso al tiro). Nel marasma generale della serata israeliana i soli a salvarsi sono Eyenga e Varnado, protagonisti di una partita ben interpretata e disputata con la giusta solidità, ma anche loro costretti troppo spesso a praticare l’arte dell’improvvisazione.

 

Il tempo è ancora dalla parte di Sacchetti e sarebbe azzardato avviare processi dopo soli due mesi di stagione, specie quando si parla di una squadra che negli ultimi anni ha sempre ben interpretato gli appuntamenti importanti. Vediamo intanto cosa ha funzionato e cosa no nel round three di Eurolega (punteggio finale 79-63).

 

COSA HA FUNZIONATO:

  • Il post basso. Varnado finalmente un fattore. I suoi movimenti in vernice quando non generano due punti attirano raddoppi e conseguenti scarichi per i compagni.

 

  • Christian Eyenga. Il migliore dei suoi. L’ex Varese commette qualche errore ma attacca sempre il ferro con decisione, servendosi con successo del suo mortifero semigancio.

 

COSA NON HA FUNZIONATO:

  • Attacco. Movimento dei giocatori senza palla quasi assente e troppe forzature, quando il talento dei singoli non si accende la Dinamo fatica a trovare un piano B. Le sole dieci assistenze della gara di Tel Aviv certificano il disagio di una squadra che ancora non ha imparato a giocare insieme.

 

  • I rimbalzi. Ci risiamo. Il buon avvio a rimbalzo in attacco aveva lasciato ben sperare, ma alla fine dei conti i sardi hanno nuovamente la peggio sotto i tabelloni (44-29).

 

  • Le rotazioni. Devecchi e Brian Sacchetti devono accontentarsi di uno scampolo di gara, mentre D’Ercole, Formenti e Marconato non si alzano nemmeno dalla panchina. Siamo così sicuri che avrebbero fatto peggio rispetto ai compagni?

 

GIUDIZIO FINALE:

Roma non è stata costruita in un giorno e una rondine non fa primavera, ma proverbi a parte questa Dinamo è certamente una squadra che ha bisogno di lavorare tanto sotto il profilo mentale. Quando si alza il livello le pecche organizzative vengono fuori e si pagano a caro prezzo, specie se si deve già far fronte ai disagi di chi ancora fatica ad ambientarsi al credo sacchettiano. Spetterà proprio a coach Meo il compito di ridare linfa a una squadra di indiscusso potenziale ma che paga lo scotto dei tanti cambiamenti apportati dal mercato estivo. Il vero volto di questa Dinamo si vedrà probabilmente da metà stagione in poi, ma intanto lo 0/3 in Eurolega condanna i sassaresi a lanciarsi in un’impresa disperata nel tentativo di agguantare le Top 16.

 

Per NBA Passion,

Mauro Manca

You may also like

Lascia un commento