Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsGolden State WarriorsEditoriale – Warriors, la ricetta di coach Steve Kerr è vincente

Editoriale – Warriors, la ricetta di coach Steve Kerr è vincente

di Olivio Daniele Maggio

Ci sono voluti quaranta anni per riportare il Larry O’Brien Trophy nella Baia.  Un periodo di lunghissima attesa, fatto da pochi alti e tanti bassimancate qualificazioni ai playoff e cocenti eliminazioni ottenute proprio nella postseason. Ma la stagione 2014/2015 è stata senza dubbio quella dei Golden State Warriors: i californiani sono riusciti a conquistare il titolo battendo i Cleveland Cavaliers nelle Finals per 4-2, portando a termine una lunga cavalcata iniziata la scorsa annata, quando sulla panchina si è seduto un certo Steve Kerr.

Steve Kerr, head-coach dei Golden State Warriors

Steve Kerr, head-coach dei Golden State Warriors

Il 15 maggio 2014 l’ex giocatore, tra gli altri, di Chicago Bulls e San Antonio Spurs (con entrambe ha vinto cinque anelli)  è stato scelto come nuovo head coach della franchigia di Oakland. Durante la seguente offseason, Kerr ha iniziato a plasmare la squadra secondo la sua filosofia di gioco.  Fondamentali del triangle offense, circolazione di palla, tiro dall’arco, cambi difensivi e aggressività sul pick & roll avversario, consapevolezza nei propri mezzi: ingredienti di una ricetta che, alla fine si è rivelata vincente.  E’ stato il verdetto del campo a testimoniarlo. I Warriors hanno concluso la stagione regolare con 67 vittorie e 15 sconfitte, battendo il franchise record di successi stabilito precedentemente e arrivando a vincere 39 partite in casa. La banda Kerr ha giocato un basket piacevole, mostrando di essere solida e pronta ad affrontare le dure sfide che regalano gli NBA Playoffs. Detto,fatto: prima New Orleans Pelicans (4-0), poi Memphis Grizzlies (4-2) e infine Houston Rockets (4-1) sono inesorabilmente caduti sotto i colpi dei Guerrieri, che hanno mostrato i muscoli e portato avanti la loro forte candidatura al titolo.

L’ultimo ostacolo verso la vittoria finale sono stati i Cleveland Cavaliers di LeBron James, orfani inizialmente di Kevin Love e successivamente di Kyrie Irving (infortunatosi in gara 1). Il manipolo di soldati diretto in panchina da David Blatt e guidato in campo dal Prescelto (prestazioni monstre per lui) si è rivelato un avversario ostico, aggressivo, intenzionato a lasciare le briciole agli avversari e a compiere l’impresa . I Cavs, contro ogni pronostico, sono riusciti a portarsi sul 2-1 nella serie, ma coach Kerr ha estratto due assi dalla manica, trovando la svolta a proprio favore. Prima ha ripescato dal dimenticatoio il tanto criticato David Lee, che ha porta to nuove soluzioni offensive e poi soprattutto, in gara 4, ha promosso in quintetto Andre Iguodala, l’uomo che poi si è rivelato decisivo: i Warriors alla fine vincono tre partite consecutive e raggiungono così il tanto agognato traguardo.

Steve Kerr assieme a Stephen Curry.

Steve Kerr assieme a Stephen Curry.

Un ottimo collettivo che ha esaltato le qualità di alcuni singoli. Inutile dire che tra i protagonisti assoluti di cammino trionfate c’è stato anche Stephen Curry. Il numero 30, MVP della RS, ha trascinato i suoi a suon di triple e prodezze fantascientifiche strappando solo applausi a scena aperta. Da non dimenticare l’altro Splash Brother Klay Thompson , il gregario di lusso Draymond Green (pedina fondamentale nello scacchiere tattico), l’esuberante Harrison Barnes e i vari Speights, Livingston e Barbosa.

Insomma, si potrà parlare all’infinito di Curry, dell’MVP delle Finals vinto da Iguodala o di altro, ma è giusto ricordare come Steve Kerr abbia interpretato al meglio una stagione che, numeri alla mano, è seconda solo a quelle mitiche annate (95/95 e 96/97), ormai entrate nella memoria collettiva, in cui un certo Phil Jackson portava i Chicago Bulls sul tetto del mondo. Kerr, che all’epoca era solo una riserva di quei Bulls, ha registrato la bellezza di 83 vittorie stagionali (67-15 in campionato e 16-5 nei playoffs), contro le 85 e 83 di Jackson in quegli anni.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

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