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I Lakers hanno aspettato troppo? L’attesa per Kawhi presenta il conto

di Michele Gibin

I Los Angeles Lakers attesero nell’estate 2019 fino al 6 luglio che Kawhi Leonard dipanasse una matassa rivelatasi poi intricata come mai prima, ed optasse per i “cugini” dei Clippers, con una mossa che prese davvero di sorpresa gli addetti ai lavori ormai convinti che la scelta di Kawhi fosse tra LA, sponda gialloviola, e Toronto.

Dopo aver finalmente raggiunto Anthony Davis e lasciato andare senza troppi rimpianti i giovani Brandon Ingram, Lonzo Ball e Josh Hart (e la scelta numero 4 al draft NBA 2019), i Lakers entrarono tra la fine di giugno e l’inizio di luglio in una fase di quiete, di stasi obbligatoria nel tentativo, poi riuscito, di trovare una squadra (gli Washington Wizards) che entrasse ufficialmente nella trade Davis e li aiutasse a liberare quanto più spazio salariale possibile per lanciare l’assalto a Leonard.

Leonard tenne sulle spine l’intera NBA per sei lunghi giorni, ascoltò pazientemente le proposte di Lakers, Clippers e Raptors e si mise nel frattempo d’accordo con Paul George, che aveva chiesto ed ottenuto da Sam Presti di lasciare gli Oklahoma City Thunder, via trade.

Un’attesa che avrebbe finito per danneggiare la free agency di Raptors e Lakers.

Kawhi Leonard valeva all’epoca e vale tutt’oggi tutta l’attesa necessaria, ma il periodo difficile e fisiologico in cui in questo momento si trovano LeBron James e compagni non può non far rispuntare un quesito che già in estate aveva trovato cittadinanza.

Ma i Lakers non hanno aspettato troppo?

lebron james infortunio

LeBron James e Kawhi Leonard, rivali diretti

Dopo la decisione di Kawhi, il general manager dei Lakers Rob Pelinka si affrettò a chiudere gli accordi di massima già esistenti con Rajon Rondo, Kentavious Caldwell-Pope e JaVale McGee. L’accordo tra Lakers e Danny Green era già probabilmente in essere da tempo, e sarebbe diventato ufficiale dopo la decisione di Leonard.

Durante la lunga attesa, le mosse dei Lakers si erano limitate a DeMarcus Cousins (giocatore che, con tutti i limiti del caso, sarebbe comunque stato utile, ma il cui ginocchio sinistro avrebbe fatto crac un mese più tardi), ed alle firme di Jared Dudley, uomo squadra ma già attempato, e Avery Bradley, utile e discreto tiratore, ma per ora lontano dai tempi d’oro dei Boston Celtics.

Quinn Cook, reduce da due finali NBA consecutive, ma con un ruolo marginale, ai Golden State Warriors, fu un altro dei rinforzi en attendant, così come altro innesto fu il rinnovo dell’atletico Alex Caruso.

Giorni, quelli, in cui altre squadre misero però sotto contratto giocatori le cui caratteristiche avrebbero potuto tornare utili. J.J. Redick firmò un contratto biennale con i New Orleans Pelicans, Derrick Rose avrebbe fatto altrettanto con i modesti Detroit Pistons, così come il veterano Thaddeus Young, con i Chicago Bulls.

Gli Utah Jazz finirono per mettere sotto contratto a cifre importanti un altro ex Indiana Pacers, Bojan Bogdanovic, l’ex Charlotte Hornets Jeremy Lamb firmò con gli stessi Pacers un contratto triennale a cifre vantaggiose. Bobby Portis, lungo mobile, con punti nelle mani e titolare di un rispettabile 38% al tiro da tre punti in stagione, avrebbe firmato un accordo biennale con i New York Knicks.

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JJ Redick contro Bojan Bogdanovic

La point guard Ish Smith, un giocatore che si era silenziosamente rivelato ai Pistons uno dei migliori sesti uomini della NBA, raggiunse un accordo biennale con gli Washington Wizards. Marcus Morris avrebbe finito per “tradire” i San Antonio Spurs ed un biennale da circa 20 milioni di dollari per volare a New York, ad una cifra maggiore, ma annuale. Il miglior tiratore da tre punti per buona parte della stagione 2018\19, Seth Curry, sarebbe ritornato ai Dallas Mavericks dopo una stagione di rilancio spesa in Oregon, ai Trail Blazers.

Delon Wright, ex membro della second unit dei Toronto Raptors futuri campioni NBA, che avrebbe poi terminato la stagione ai Memphis Grizzlies assieme a Avery Bradley, finì per accettare la corte dei Dallas Mavericks. Jabari Parker, che oggi viaggia agli Atlanta Hawks a 15 punti di media a partita con il 50% al tiro, accettò l’offerta degli Atlanta Hawks.

Terrence Ross, cecchino degli Orlando Magic, avrebbe deciso di rimanere in Florida per altre quattro stagioni.

Alcuni tra questi nomi avrebbero potuto rientrare tra i profili adatti a giocare affianco al duo LeBron James-Anthony Davis, e soprattutto avrebbero potuto permettere a Frank Vogel di far rifiatare LeBron James senza rischiare di perdere troppi dei già radi capelli. Le quattro sconfitte consecutive in cui i Los Angeles Lakers sono incappati, in parte motivate dalle condizioni fisiche imperfette di un James che a 35 anni e con un chilometraggio da record dimostra di essere, dopotutto, umano e quindi bisognoso di gestire gli sforzi, hanno però mostrato anche la scarsa attitudine offensiva di molte parti del “supporting cast” giallo viola.

Kyle Kuzma, che nei progetti (sogni?) del management dei Lakers avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di “terza stella” della squadra, parte oggi dalla panchina ed ha iniziato la stagione ai box per un problema fisico, i Lakers restano oggi una delle peggiori squadre NBA, per volume di conclusioni e percentuali, al tiro da tre punti.

Kawhi Leonard, e la prospettiva (seria e concreta all’epoca) di poter schierare in campo il big three potenzialmente più forte di tutti i tempi, valevano l’attesa e la tattica conservatrice attuata in estate dai Lakers.

Oggi, a sei mesi di distanza e con la squadra comunque ancora prima nella Western Conference, il quesito resta: i Lakers non avranno aspettato troppo?

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