Grandezza. Si parla tanto di grandezza.
Un termine abusato di cui in pochi sanno il reale valore e significato. Chi è un grande? Cosa deve fare per essere grande? Per noi Cristiani cattolici viene facile pensare a Gesù, colui che diventa grande mettendosi i panni di una persona qualunque, diventando umile.
Ma a 16 anni sono arrivato a capire cosa sia la grandezza. L’ho capito nel modo che meno avrei voluto. L’ho capito con Kobe. Per Kobe. Si dice che davanti alla morte, si abbia finalmente il quadro generale di tutta la vita. Ecco ieri è morta una parte di me e ho capito cosa sia la grandezza. Quel livello a cui tutti aspirano, ma che solo un élite ristrettissima raggiunge. Erano circa le 8 di sera. Finito di mangiare torno in camera mia e raccolgo il telefono sulla scrivania. Mi arriva un messaggio. È uno screen della schermata di Google con scritto: “Kobe Bryant died”. Corro immediatamente sul mio Safari. Cerco in italiano ma nulla. Spero sia una notizia fake. Cambio lingua. Scrivo in inglese: “Kobe Bryant died”. Mi appaiono le prime notizie. TMZ per primo e poi il Daily Mail. Sui gruppi presenti nel mio telefono scatta il panico. Nessuno capisce più nulla. Mi batte forte il cuore. Mi siedo sul mio letto. Ho lo sguardo fisso sullo schermo del mio telefono. Non può essere vero.
Mi alzo e corro ad accendere la tivù. SkyTg24 e SkySport24 confermano la notizia. Mi gira la testa. Torno in camera mia e mi siedo sul letto. Fisso ancora il mio cellulare ma questa volta in modo passivo. Non riesco a pensare a nulla. La mia home di Instagram si intasa di dediche a Kobe. È morto veramente. Alzo la testa e davanti a me ho a destra la maglia autografata del Mamba indossante la 8 e a destra un poster con lui in volo. Mi fermo un secondo. Ripenso a tutto quello che Kobe è stato per me. Una ragione di vita. Una religione. Non può essersene andato veramente. Riapro Instagram (maledetta dipendenza dal cellulare) e comincio a scorrere tutti i post. Gente che non ha nulla a che fare con il mondo del basket. Chi lo segue per sbaglio. Chi pronuncia male il nome della lega più importante del mondo. “Niba” come i bambini di 4 anni. Chi conosce solo il nome di Michael Jordan e forse (per sbaglio) Bryant e James. Ma sono tutti lì. Come una grande famiglia. Per farsi forza l’un l’altro. Il mondo si ferma. Le pagine più inutili del social più usato nel mondo rendono omaggio al 24.
Tutti tranne i giornali italiani. Un paese con la mente chiusa. Ronaldo e la sconfitta della Juve in primo piano. Un trafiletto in alto dedicato al Mamba. “Addio Kobe” recitano il CorSport e la Gazzetta. Il QS non lo nomina nemmeno. Ma noi siamo più forti di questo. L’Italia non è questa. La seconda casa di Kobe. Lui che ci ha insegnato a non mollare mai. Lui che di fronte a qualsiasi infortunio voleva giocare. Non l’ha fermato un dito rotto. L’indice della mano destra per la precisione. Ci ha giocato sopra per una stagione intera. L’operazione gli avrebbe tolto troppo tempo lontano dal parquet. Non avrebbe potuto aiutare i suoi compagni a raggiungere l’obiettivo. Il titolo NBA. Non l’ha fermato un tendine d’Achille. In piena lotta per i playoffs. A 35 anni. Con 35 punti di media. Si rialza, tira i due liberi che gli spettano e comincia subito la riabilitazione. Gli ultimi anni non sono stati il giusto merito alla carriera. Tanti infortuni e poche partite.

Fino al 30 novembre 2015. Quella lettera di addio. Quella maledetta lettera. Un cammino fino ad aprile. Affinché ti dessero tutti il giusto ringraziamento per ciò che hai fatto sul campo da gioco. A distanza di poche ore dalla sua morte, voglio ricordarlo con un’immagine. È l’11 settembre 2001. Probabilmente il giorno più triste della storia americana recente. Mancano 20 giorni abbondanti all’inizio del Training Camp. Alle ore 8.46 il primo aereo si schianta contro la torre Nord del World Trade Center. A Los Angeles sono le 5.46 di mattina. Nel retro di casa, c’è un uomo che tira a canestro. È Kobe Bryant. Fresco di due titoli consecutivi. Pronto a tornare in palestra migliore di come l’aveva lasciata. Con quella voglia e carica che lo ha contraddistinto. Capace di allenarsi la mattina, svegliare le figlie, allenarsi con la squadra, mettere a letto le sue figlie, e tornare a tirare fino a mezzanotte inoltrata. Perché la perfezione non viene mai raggiunta. Ma qualcuno ci va vicino. Con forza e sacrificio, oltre al talento. Quella perfezione che rende le persone dei grandi. Dei Vincenti. Perché Kobe era un Grande. Un Vincente nella vita. Un’ispirazione da portare avanti per i prossimi 18 secoli. Mai nessuno sarà come lui.
Grazie. 8×24. Kobe Bryant, Mamba Out.

