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A quattordici anni dall’impresa: i Miami Heat del 2006

di Luigi Ercolani

Non di rado nei gruppi social dedicati alla palla a spicchi capita la classica domanda dell’utente di turno: “Quale è stato il miglior allenatore di sempre?”. Le risposte di solito si allineano tra la venerazione per la gestione zen di Phil Jackson e l’incensamento del sistema-Spurs imbastito da Gregg Popovich.

Il nome di Pat Riley normalmente è non solo in seconda, ma anche terza o quarta fila, quando addirittura non menzionato. Un errore, perché il coach che ha mosso i primi passi a Kentucky University è stato un attore non secondario del coaching NBA. La vera e propria impresa compiuta alle Finals con i Miami Heat del 2006 è ancora lì a dimostrarlo.

Fuoco, cammina con me

Wade con Pat Riley

Dwyane Wade a colloquio con Pat Riley durante una gara di Miami.

 La rimonta da 2-0 a 4-2 e il calo di rendimento di Nowiztki sono ormai diventati parte integrante della narrazione della storia recente della lega, ed è sicuramente superfluo approfondirne ulteriormente la trattazione. Interessante piuttosto è notare anzitutto come Riley ebbe la meglio su Avery Johnson. Il quale non era solo un allenatore meno esperto, e passi, ma era soprattutto l’uomo che… aveva consegnato a Gregg Popovich il suo primo titolo con un tiro da tre punti.

Corsi ricorsi storici, perché le Finals del ’99 Pop a sua volta le aveva vinte contro un allievo di Riley. Ovvero Jeff van Gundy, che nell’ultimo anno ha gestito la reggenza di Team USA mentre lo stesso coach nativo dell’Indiana era impegnato nella stagione NBA con i suoi Spurs.

La continuità di Pop si contrappone invece al pellegrinaggio di Riley, al fuoco interno che lo ha sempre accompagnato. È stato in tre piazze lasciando in ciascuna un segno. Ravvivò i Lakers del primo Jerry Buss, portandoli subito alla finale vinta contro i Sixers, che l’anno dopo però si presero la rivincita. Diede forma e sostanza ai Knicks, compito in cui a tutt’oggi si sono cimentati in tanti, risultando per tutti improbo. Si inventò gli Heat, franchigia nata solo da sette anni quando lui vi mise piede, e che non aveva altro appeal se non i pieni poteri offertigli dai proprietari. Bastava e avanzava, conoscendo l’uomo.

Così, il coach nato a Rome nello stato di New York lavorò alacremente come era solito fare, offrì seconde chance a gente che all’epoca era litigiosa (Shaquille O’Neal), al tramonto (Gary Payton) bruciata (Jason Williams) o specializzata (Udonis Haslem, James Posey). Certo, anche dall’altra parte i Dallas Mavericks non erano certo un Dream Team.

Soprattutto, come già accennato, non erano allenati da uno da Dream Team. La lezione di Riley a Johnson fu memorabile. Il primo, al contrario di quest’ultimo, aveva un’esperienza giovanile anche come giocatore di football americano, e dunque sapeva benissimo quali corde toccare, con quale intensità, con quale frequenza. E mentre Johnson trasmetteva ai suoi agitazione, Riley stimolava  senso di unità. D’altra parte, con uno che negli anni Ottanta per convincere i giocatori a dare tutto infilava la testa in un secchio d’acqua e rimaneva in apnea per diversi minuti tanto da far preoccupare per la sua incolumità, salvo poi uscirne illeso, non si sarebbe sentito anche il lettore come un eroe Marvel?

 

Heat the road, Pat

Visto che però dovrebbe essere un articolo su Miami e non solo sul suo generale, andiamo ad approfondire meglio quella squadra. Che anzitutto si scrollò di dosso Bulls, Nets e Pistons campioni in carica in, rispettivamente, sei, cinque e sei gare. Insomma, abituandosi a soffrire un po’ ma mai rischiando il crinale dell’eliminazione.

Jason Williams, come già detto, aveva perso lo smalto dei giorni migliori, ma questo non significa che fosse un rudere, anzi. La sua consistenza sul parquet era palpabile, e più che i suoi leggendari assist a contare fu soprattutto la sua abilità di condurre la squadra e di tirare efficacemente a fare la differenza. Di Wade… va beh, bisogna pur accennare qualcosa, anche se ogni parola sarebbe un affronto. Fu soprannominato ‘Flash‘ da Shaq per la sua rapidità di passo, che unita a un tiro piazzato con un range estesissimo ne fece l’arma impropria di quelle Finals. Che fosse uno super lo si era capito a Marquette, che potesse essere tanto incisivo in così poco tempo non era preventivabile.

shaq-wade-miami-heat

Shaquille O’Neal e Dwyane Wade.

In ala piccola giostrava Antoine Walker, che finché restava in controllo era un fattore colpendo dall’arco, e che però non era un difensore affidabile e nei finali punto a punto aveva la tendenza a prendersi troppe conclusioni. Poteva alla bisogna sostituirlo Posey, che aveva il problema opposto: mastino in retroguardia, povero di soluzioni in attacco. La vera chiave contro Nowitzki, ovviamente, fu la fisicità di Haslem, che fu ampiamente sofferta dal lungo teutonico, e pazienza se il buon Udonis faticava quando bisognava segnare.

Tanto accanto come centro aveva Shaquille O’Neal. Che, come Williams, non era più quello dei giorni migliori, ma era ancora in grado di dire la sua. La presenza voluminosa di Superman in area creava non pochi grattacapi alle difese, che erano costrette a raddoppiarlo e, dunque, a lasciare libero qualcun altro. Uno dei meriti non riconosciuti di Pat Riley è quello di aver rivitalizzato, sul finire di carriera, forse i due più grandi centri dell’era moderna del basket: Kareem e Shaq.

Quel titolo andò anche nelle bacheche di Payton e Alonzo Mourning, il quale fu peraltro uno dei primi su cui il coach puntò quando mise le tende a Miami. E mentre il lungo era impegnato a proteggere il proprio canestro, ‘The Glove’ in attacco dava il cambio e Williams, concedendosi pure il lusso del canestro decisivo nella prima vittoria delle Finals, in gara 3.

Hombre rosso

Miami godette di quel titolo come aveva fatto solo con i Dolphins di Don Shula, la franchigia di football. La quale è talmente incastonata nell’immaginario collettivo della città della Florida da essere stata persino più volte menzionata nella famosa serie tv Dexter.

Gli Heat, nonostante i fasti della seconda decade del Duemila, vivono di luce riflessa, nel momento in cui vanno bene e i concittadini della palla lunga un piede invece no. Se questo è potuto succedere, invece di rimanere in ogni caso un rapporto squilibrato a favore dell’ovale, il merito va anzitutto a Pat Riley.

Il sospetto è che il suo carisma sia stato dietro alla scelta di O’Neal di fare un passo indietro nel momento in cui lasciò Phil Jackson, con cui aveva avuto diversi screzi. Come peraltro Riley, ed allora sorridendo verrebbe da chiedersi se sia solo un caso che i due, nel primo biennio, siano andati così d’accordo. Shaq, poco dopo il titolo vinto, disse più o meno che sapeva che veniva per far crescere e che non avrebbe dovuto portare tutto sulle sue spalle. Il che tradotto significa che aveva scelto un posto in seconda linea pur di vincere, anche se avrebbe potuto far semplicemente girare tutto intorno a lui.

Pat Riley

Pat Riley.

Prospettiva tutt’altro che inverosimile, quest’ultima. Eppure non accaduta, semplicemente perché Riley fece accettare la preponderanza di Wade a O’Neal (o, se preferite, Flash a Superman) esattamente come aveva fatto accettare quella di Magic a Kareem. Nel decennale di quel titolo, intervistato da Joe Beguiristain, il presidente degli Heat disse che Shaq potrebbe tranquillamente essere messo accanto a Chamberlain nella classifica tra i big man della lega, e che il suo rapporto con l’ex-rivale Mourning (i due per anni si erano detestati) era sfociato in un fattore cruciale per la conquista del titolo.

Che resta un’impresa: il primo per Wade e gli Heat, il quarto di Shaq e primo da vice-stella, il quinto di Riley a diciotto anni di distanza dal quarto. Una congiuntura talmente particolare che a ritentarla un milione non riuscirebbe mai uguale.

E per fortuna.

Il roster dei Miami Heat del 2006:

Posizione Giocatore Anno
1 GA Dorell Wright 1985
3 G Dwyane Wade 1982
4 G Gerald Fitch 1982
5 G Derek Anderson 1974
8 G Antoine Walker 1976
20 G Gary Payton 1968
24 A Jason Kapono 1981
25 A Wayne Simien 1983
30 C Earl Barron 1981
32 C Shaquille O’Neal 1972
33 C Alonzo Mourning 1970
40 A Udonis Haslem 1980
42 GA James Posey 1977
44 GA Matt Walsh 1982
49 GA Shandon Anderson 1973
51 C Michael Doleac 1977
55 G Jason Williams 1975

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