Three Points – All-Star Edition

di Stefano Belli
lebron james all-star game

L’All-Star Weekend è la festa della NBA; vuol dire soprattutto show (esagerati), coreografie (troppe) e parate di stelle (più o meno note), sia dentro che fuori dal campo. Però la settimana dell’evento, specialmente per i giocatori non convocati, rappresenta anche il tanto atteso All-Star Break, ovvero sette giorni senza partite, necessari per tirare il fiato prima della volata finale della regular season.

Le novità principali degli ultimi giorni arrivano da contesti extra-parquet. Innanzitutto, la possibilità sempre più concreta che Kawhi Leonard possa saltare l’intera stagione. Senza l’MVP delle Finals 2014, alle prese con un infortunio dall’entità non del tutto chiara, le prospettive immediate dei San Antonio Spurs cambierebbero drasticamente. Rimanendo in casa nero-argento, Tiago Splitter, campione NBA nel 2014 con i texani, ha annunciato la fine di una carriera pesantemente condizionata dai ripetuti infortuni. Sempre dallo ‘Stato della Stella Solitaria’ arriva la notizia della maxi-multa (600.000 dollari) comminata a Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks, per aver pubblicamente ammesso di aver incentivato il tanking (perdere di proposito per scegliere in alto al draft) ai suoi giocatori. Aldilà delle ipocrisie, una sanzione sacrosanta: la pratica è ampiamente diffusa, ma non può essere una regola, pertanto va combattuta in ogni modo possibile.

Infine, in questi giorni c’è stata la candidatura per la Hall Of Fame di un gruppo di grandissimi del gioco: Jason Kidd, Steve Nash, Ray Allen, Chris Webber, Grant Hill e Maurice Cheeks. La classe 2018 al gran completo verrà ufficialmente annunciata durante le Final Four NCAA, in programma all’Alamodome di San Antonio dal 31 marzo al 2 aprile. Con le trenta franchigie ferme per la pausa, questa edizione di ‘Three Points’ sarà interamente dedicata all’All-Star Weekend. Potremmo affidare l’introduzione a Kevin Hart, ma rischieremmo di non finire in tempo per la prossima settimana… Per cui, let’s go!

 

1 – All-Star Game: stavolta ci siamo

L'esultanza di LeBron James e Kevin Durant , vittoriosi all'ultimo All-Star Game

L’esultanza di LeBron James e Kevin Durant , vittoriosi all’ultimo All-Star Game

Un anno fa, di questi tempi, le stelle NBA si erano esibite nella peggiore puntata di una serie la cui qualità andava inesorabilmente scemando. I 52 punti ‘nel deserto’ dell’incolpevole Anthony Davis erano stati oscurati da una serata che, con la pallacanestro, c’entrava ben poco. I giocatori stessi sembravano essersene resi conto per primi, con la auto-rimessa di Kyrie Irving e lo sketch di Stephen Curry con Giannis Antetokounmpo come miglior forma di satira possibile nei confronti della situazione generale.
La notte di New Orleans non è stata un caso isolato, bensì il culmine di una lunga serie di ‘scampagnate’ tra milionari. Inevitabilmente, qualcosa andava cambiato. Ecco allora il disperato tentativo di mischiare le carte in tavola (con l’idea dei capitani e del draft) e l’innalzamento del premio per la squadra vincente (da 50.000 a 100.00 dollari a testa). Qualsiasi cosa, pur di provare a motivare i ragazzi.

Come al solito, Flavio Tranquillo aveva centrato perfettamente il punto, nel prepartita: il cambio di formato dell’All-Star Game, di per sé, non poteva trasformare l’evento in una gara-7 di finale. Rappresentava però un messaggio della lega ai giocatori, come a dire loro: “Se si continua di questo passo, prima o poi la gente si stancherà, e allora saranno problemi per tutti, voi inclusi”. A quanto pare, il messaggio è stato recepito. Soprattutto, è stato recepito da LeBron James. Il fenomeno di Akron, reduce da un periodo assai movimentato con i suoi Cleveland Cavaliers, ha deciso di prendere in mano la situazione, imponendosi come uomo-guida dell’intera lega. Eccolo dunque ‘aggredire’ la partita come ai vecchi tempi, quelli in cui duellava con Kobe Bryant, e caricare a dovere i compagni, sia in campo che dalla panchina. Ormai è un dato di fatto: chiunque si trovi dalla parte del Re, finisce per seguirlo ciecamente, facendosi travolgere dalla sua straripante leadership. Quando al ‘Prescelto’ gira male, può finire come a Cleveland, con l’assurdo ‘sciopero’ che ha portato alla rivoluzione dell’8 febbraio (ma anche con il caso-David Blatt di qualche stagione fa). Se pèrò il 23 è in ‘modalità MVP’, non resta che prepararsi a grandi cose. Vedere, per credere, lo spirito con cui i membri del ‘Team LeBron’ sono scesi in campo allo Staples Center. Se su Russell Westbrook non ci sono mai stati dubbi (che sia una gara di playoff o una partitella al playground, gioca sempre come se ne andasse della propria vita), altre stelle come Kevin Durant o Kyrie Irving avevano più volte dimostrato come ‘sbattersi’ ad un All-Star Game non rientrasse esattamente nelle loro priorità.

Una determinazione al riscatto che non è sembrata coinvolgere altrettanto la formazione di Stephen Curry. Lo stesso capitano, ma anche James Harden e Klay Thompson (per citare i casi più evidenti) sembravano mostrare lo stesso ‘entusiasmo’ riservato alle edizioni precedenti. A salvare le apparenze ci hanno pensato i compagni con motivazioni extra, dai debuttanti Joel Embiid e Karl-Anthony Towns (così come Victor Oladipo, Bradley Beal e – in misura minore – Goran Dragic dall’altra parte) a uno degli idoli di casa, DeMar DeRozan, passando per Damian Lillard, un altro cultore della ‘Russell Westbrook phylosophy’.

Dopo tre quarti non certo indimenticabili sul piano agonistico, i punteggi ravvicinati e le motivazioni di cui sopra sono stati l’innesco perfetto per un finale d’altri tempi; intensità, concentrazione, addirittura proteste (e instant replay!) degne almeno di una partita di regular season. La difesa di James e Durant sull.ultimo possesso (con Curry e Thompson nemmeno in grado di tirare), poi, va consegnata direttamente ai libri di storia della manifestazione. Davvero tanta roba. Tutto sommato, stavolta ci siamo.
King James alza il terzo trofeo di MVP in carriera, come Oscar Robertson, Michael Jordan e Shaquille O’Neal (solo Bob Pettit, quattro volte vincitore, ha fatto meglio). Aldilà del premio, lancia un fortissimo messaggio al mondo cestistico: la NBA è ancora sua, oggi più che mai.

In chiusura, mi piacerebbe assegnare altri due premi, in questo caso virtuali, ai protagonisti dell’All-Star Game.
Il primo è intitolato Russell Westbrook Award, e va al giocatore che, più di ogni altro, si è dannato oltremodo per non abbassare mai la tensione, onorando l’impegno fino alla fine e prendendosi le luci della ribalta. L’anno scorso fu indubbiamente Giannis Antetokounmpo, le cui roboanti schiacciate stanno facendo tuttora tremare i ferri dello Smoothie King Center. Anche per l’edizione 2018, individuare il vincitore è abbastanza semplice: si tratta dello stesso LeBron James, che ha lasciato la sua impronta sull’intera serata.

Il secondo ‘riconoscimento’, intitolato Tim Duncan Award, è invece riservato al ‘pesce fuor d’acqua’, colui che manifesta nella maniera più esplicita come questo evento rappresenti per lui la peggiore delle scocciature. I candidati non mancherebbero, ma su tutti si staglia massiccia la figura di Jimmy Butler. Il numero 23 dei Timberwolves, solitamente ‘spremuto’ da coach Tom Thibodeau, ha preferito rimanere in panchina per tutta la durata dell’incontro, con l’intento (parole sue) di “riposarsi”. Alla faccia di tutti: di quelli che l’avevano votato (o selezionato, visto che era tra le riserve), dei giocatori rimasti a casa, che lo avrebbero sostituito volentieri, e di quelli che avevano pagato (profumatamente) il biglietto anche per vederlo in campo. Magari solo per due minuti, come usava fare il gigante caraibico nelle sue ultime apparizioni.

 

2 – All-Star Saturday: meglio in partita

Donovan Mitchell, campione delle schiacciate nell'All-Star Saturday

Donovan Mitchell, campione delle schiacciate nell’All-Star Saturday

E’ risaputo: dei tre giorni dell’All-Star Weekend, il sabato è quello maggiormente indirizzato agli spettatori occasionali della NBA, quelli da ‘catturare’ con uno show in cui la pallacanestro è solamente un pretesto (anche se il concetto si può tranquillamente espandere a tutto il fine settimana). E’ anche vero, però, che la storia dello Slam Dunk Contest e della gara di tiro da tre punti ha regalato anche ai fan più assidui alcuni momenti memorabili. Senza tornare ai tempi di Michael Jordan, Dominique Wilkins e Larry Bird, basta pensare al fantastico duello tra Aaron Gordon e Zach LaVine (2016), oppure a quando Marco Belinelli fu incoronato ‘re delle triple’ (2014). Ecco perché, volenti o nolenti, si finisce sempre per dare un’occhiata (più o meno interessata) al ‘circo’ dell’All-Star Saturday.

L’edizione 2018 dell’evento è stata tutto sommato mediocre. Tralasciando lo Skills Challenge e la clamorosa ‘truffa’ di Joel Embiid, anche i tiratori del Three-Point Contest hanno mostrato una mano piuttosto fredda. Poi è arrivato il turno finale, con un Devin Booker inarrestabile che si è portato a casa trofeo e record di punti all-time (28, anche se il carrello con cinque money ball è stato introdotto solo nel 2014). Anche gli schiacciatori non hanno regalato emozioni indelebili. Alcune affondate sono state splendide (su tutte il ‘360° between the legs’ di Dennis Smith Jr.), altre un po’ troppo elaborate; la sensazione, però, è che ormai si sia visto tutto. A meno che non si ripeta il caso di LaVine e Gordon, in cui la novità era dovuta soprattutto ai mezzi atletici ‘paranormali’ (anche per gli standard NBA) dei due contendenti, difficilmente rivedremo qualcosa di indimenticabile.

Ancora una volta, però, l’esibizione del sabato non ha reso giustizia fino in fondo al gioco del basket. Ognuno dei partecipanti alla gara di tiro, in partita, arriva alla conclusione pesante in una maniera diversa. Chi dal palleggio (Kyle Lowry e Paul George, non a caso i due con il punteggio più basso nel Contest), chi sugli scarichi (Klay Thompson o Eric Gordon). Sarebbe interessante (o magari no, sono giudizi puramente personali) vedere la gara suddivisa in varie situazioni di tiro; allora sì che si potrebbe capire meglio chi è il miglior ‘cecchino’ della lega. E’ vero, si allungherebbe ulteriormente il brodo di un All-Star Saturday già eccessivo, ma lo Skills Challegne è davvero così necessario?

Restando sullo Slam Dunk Contest, giocatori come Larry Nance Jr. e Victor Oladipo hanno mostrato schiacciate ben più spettacolari durante le partite, sia in campo aperto che con gli avversari di fronte, regolarmente ‘posterizzati’. Perché non mettere qualche ‘sparring partner’ tra l’atleta e il canestro, giusto per dare un senso più ‘reale’ al contesto? Certo, non cambierebbe più di tanto la sostanza, ma sarebbe quantomeno una piccola novità in una gara che rischia di diventare estremamente noiosa. In fondo, il concetto di base è lo stesso relativo alla partita della domenica: se la gente si stanca, ci rimette l’intera lega.

 

3 – Rising Stars Challenge: la NBA è in ottime mani

Bogdan Bogdanovic, MVP del Rising Stars Challenge, applaudito dai compagni di Team World

Bogdan Bogdanovic, MVP del Rising Stars Challenge, applaudito dai compagni di Team World

Se con il main event domenicale possiamo sperare in qualche improvviso sussulto e con l’All-Star Saturday possiamo sempre imbatterci in qualche singola perla, il Rising Stars Challenge è storicamente l’evento che riserva minori sorprese. Anche questo appuntamento ha regalato sporadiche gemme negli anni. Su tutte il fantascientifico ‘elbow pass’ di Jason Williams (2000), ma anche alcuni duelli individuali (Irving vs. Knight e Waiters vs. Hardaway Jr., per citare i più recenti) si sono lasciati decisamente guardare.

Per il resto, il copione è sempre lo stesso: una ventina di ragazzini che fanno su e giù per il campo, esibendosi in qualche schiacciata spettacolare (nel vuoto assoluto) e in una pioggia di triple ‘ignoranti’… Praticamente l’ideale per l’All-Star Saturday! Considerando che allo Slam Dunk Contest partecipano spesso e volentieri atleti giovanissimi, forse la soluzione migliore (non in termini di marketing, è vero) sarebbe accorpare i due eventi in una sola data.

L’unico, reale motivo di interesse verso questa ‘partitella’ è dato dal fatto che essa rappresenti una vetrina sui migliori giovani della lega, un modo per vederli tutti insieme. E quello che emerge, osservando i roster delle ultime edizioni, è chiaro: la NBA è in ottime mani. Ognuno degli scorsi draft ha sfornato almeno un talento in grado, sulla carta, di lasciare il segno su questa e sulla prossima generazione: Kyrie Irving e Kawhi Leonard (2011), Anthony Davis (2012), Giannis Antetokounmpo (2013), Joel Embiid (2014), Karl-Anthony Towns (2015), Ben Simmons (2016).
La classe 2017 non sembra fare eccezione, anzi, si sta rivelando quella dal maggiore impatto (almeno nell’immediato) dell’ultimo decennio. Tra i protagonisti dell’ultimo Rising Stars Challenge troviamo Donovan Mitchell, di fatto già il leader degli Utah Jazz. Oppure Dennis Smith Jr. e De’Aaron Fox, destinati a prendere il timone di Mavericks e Kings in un futuro molto prossimo. Poi ci sono quelli che magari non saranno mai uomini-franchigia, ma che sembrano avere tutte le caratteristiche per ritagliarsi un ruolo importante nella lega. Tra questi ultimi, facile scommettere su Jayson Tatum, già elemento chiave dei Boston Celtics, e Lauri Markkanen, lungo dei Chicago Bulls dai margini di crescita sconfinati. Ci sarebbero anche quei giocatori che, per un motivo o per un altro, non hanno ancora potuto esprimere il loro indubbio potenziale, da Markelle Fultz (Sixers) a Lonzo Ball (Lakers), passando per il lungodegente Jonathan Isaac (Magic, comunque prossimo al rientro). Altri ancora, dopo un inizio difficile, stanno cominciando a far intravedere quello che possono diventare (Josh Jackson dei Phoenix Suns, ad esempio). Con una base del genere, ci sono tutte le premesse per un nuovo decennio tutto da gustare.

Tornando all’evento in sé, è interessante notare come la rappresentanza ‘non americana’ sia non solo sempre più numerosa, ma anche sempre più di qualità. Chiaro, durante l’All-Star Weekend i risultati non contano nulla, ma le due vittorie di Team World su tre edizioni con il nuovo formato ci danno comunque un’indicazione sul crescente livello cestistico di tutti quei paesi che, un tempo, non sognavano neppure di potersi accostare agli statunitensi. Oggi tocca a Simmons, Markkanen e Bogdan Bogdanovic (MVP dell’ultima partita), domani potrebbe essere la volta di Luka Doncic, ‘promesso sposo’ di una lega sempre più interessante.

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