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Three Points – Ci sono anche i Thunder

di Stefano Belli

La fase più calda della regular season è arrivata. Quando mancano poche settimane all’All-Star Game di Charlotte (con i titolari appena annunciati e le riserve che saranno scelte nei prossimi giorni), le franchigie NBA si trovano al punto in cui decidere che direzione seguire, con il mercato delle trade che sta per prendere il sopravvento. I Memphis Grizzlies, in crollo verticale dopo una buona partenza, stanno facendo più di un pensiero sulla cessione di Mike Conley e Marc Gasol, che darebbe ufficialmente il via a una ricostruzione troppe volte rimandata. I Golden State Warriors, d’altro canto, sono alle prese con l’inserimento di DeMarcus Cousins, potenziale ciliegina su una torta già squisita. L’unica certezza, rispetto alle scorse settimane, è rappresentata da James Harden. Il Barba ha coronato il suo momento di onnipotenza cestistica con la leggendaria notte del Madison Square Garden, chiusa con 61 punti (massimo in carriera) e 15 rimbalzi, necessari a Houston per vincere in volata contro i New York Knicks. Intanto, l’ex-compagno Carmelo Anthony continua la sua personale odissea; ‘parcheggiato’ dai Rockets a Chicago, verrà tagliato dai Bulls per poi cercare un’ultima, disperata chance in una squadra dai playoff (con i Los Angeles Lakers principali indiziati). In casa gialloviola tiene banco la questione infortuni: LeBron James continua a posticipare il suo rientro, mentre Lonzo Ball dovrà fermarsi per almeno un mese a causa di un problema a una caviglia. Purtroppo a qualcuno è andata molto peggio, ma ne parleremo tra poco. Ora spazio agli Oklahoma City Thunder, che stanno facendo alzare più di un sopracciglio in questo 2018/19.

 

1 – Ci sono anche i Thunder

Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder

Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder

Il 4 luglio 2016, il destino degli Oklahoma City Thunder sembrava segnato irrimediabilmente. Il controverso addio di Kevin Durant, vera e propria icona sin dall’ultimo anno a Seattle, appariva come il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere i Thunder nel limbo della ricostruzione. Invece, quella è stata l’ultima occasione in cui la moneta è caduta dal lato sbagliato. Parlare di buona o cattiva sorte è però inopportuno, analizzando la seconda fase della storia della franchigia che Clay Bennett strappò alla Emerald City nel 2008. I Thunder sono ‘rimasti in vita’ perché la loro organizzazione ha acquisito negli anni una grande credibilità, al di là del fatto che pescare un MVP in tre draft consecutivi non capiti proprio a tutti.

Il primo a sposare il progetto di continuità proposto dal GM Sam Presti e soci è stato Russell Westbrook. Il veleno accumulato nel traumatico ‘divorzio’ dal compagno di sempre, KD, avrebbe potuto spingere il fenomeno da UCLA a gettare la spugna, magari diventando la prima superstar a dar retta a un tormentone che non passa mai di moda: “E’ di Los Angeles, quindi l’anno prossimo andrà sicuramente ai Lakers”. Invece Westbrook ha incanalato la (eccessiva) frustrazione nel modo migliore possibile, abbattendosi sulla NBA con una furia inaudita. Ecco dunque la stagione dei record, coronata con un sacrosanto trofeo di MVP. Per riportare in alto i Thunder, però, un one man show, per quanto esaltante, non poteva certo bastare. Quando la dirigenza, con due mosse piuttosto sorprendenti, ha portato nell’Oklahoma Carmelo Anthony e Paul George, per la franchigia e per il suo leader la missione è apparsa più chiara che mai: puntare nuovamente all’anello.
La prima (e unica) stagione dei ‘Big Three’ è stata a dir poco fallimentare. La squadra ha mostrato un ottimo potenziale, che però tale è rimasto. Le imminenti scadenze contrattuali di ‘Melo e PG13 non hanno certo aiutato, con una sensazione di precarietà che ha accompagnato OKC fino alla prematura eliminazione dai playoff. Mentre Anthony era ormai invischiato in una ‘crisi d’identità’ tecnica da cui non è ancora uscito, George era atteso con festoni e coriandoli dalla Los Angeles gialloviola. Ai Thunder sarebbe rimasto solo Westbrook, non certo impaziente di riprendere la sua battaglia solitaria contro il mondo. Invece Paul George è rimasto, e da quel momento la storia della franchigia è cambiata per davvero.

Certa di poter contare su due star di primissimo livello per un periodo medio / lungo, la squadra si è presentata al via di questo 2018/19 con una consapevolezza diversa. Con la mente finalmente sgombra e archiviata una volta per tutte la separazione con Indiana, PG13 sta giocando il miglior basket della sua carriera. Determinante su entrambi i lati del campo, al momento è in lizza sia per il premio di MVP, sia per quello di Defensive Player Of The Year. Anche perché la difesa dei Thunder è una delle migliori della lega, statistiche alla mano, nonostante all’appello manchi Andre Roberson, specialista fermo da parecchi mesi per infortunio. Trovare qualcuno che ne faccia le veci è ancora il maggiore cruccio di coach Billy Donovan, che finora ha puntato sul giovane Terrance Ferguson, tanto promettente quanto incostante. Il resto del quintetto è ormai una certezza; Jerami Grant è cresciuto a dismisura, dal suo approdo nell’Oklahoma (2016, scambiato dai Sixers per Ersan Ilyasova), mentre Steven Adams è già annoverabile tra i migliori centri NBA. Da quando Durant ha cambiato aria, la sua perfetta intesa con Westbrook ne ha innalzato mostruosamente il rendimento. A proposito… E Westbrook?
L’ex-MVP ha indubbiamente faticato nel passaggio da ‘unica opzione offensiva’ a ‘facilitatore’. L’anno scorso ci aveva provato con un avvio in sordina ma, quando è diventato chiaro che le cose non avrebbero funzionato, si è rimesso ‘in proprio’, cadendo nelle consuete esagerazioni con cui nutre da anni i suoi haters. In questa stagione, complici anche l’infortunio iniziale e le difficoltà al tiro, sembra accontentarsi di un ruolo secondario. Viaggia comunque in tripla-doppia di media (sarebbe la terza stagione di fila, mai nessuno come lui) con quasi 22 punti a sera, che non è pochissimo, ma è evidente che, finora, il palcoscenico sia stato tutto per George, ormai pronto a sedersi al tavolo dei migliori. Guai però a sottovalutare Russ e i Thunder quando la pressione aumenterà, ai playoff. Tra gli ostacoli più grossi sulla strada per le Finals, ci saranno anche loro.

 

2 – Working class hero

Per Victor Oladipo stagione finita

Per Victor Oladipo stagione finita

Nelle ultime ore, la scure degli infortuni si è abbattuta con particolare crudeltà su Victor Oladipo, messo k.o. per tutta la stagione da una lesione al tendine del bicipite femorale. L’espressione affranta con cui ha abbandonato il terreno di gioco vale più di mille parole: per lui e per gli Indiana Pacers è una beffa tremenda.
Quella di Oladipo è la tipica storia americana, del genere che autori e sceneggiatori aspettano con ansia ogni anno. Figlio di immigrati (padre della Sierra Leone e madre nigeriana), diventa un idolo al college con la maglia degli Indiana Hoosiers. Viene chiamato per secondo (dopo Anthony Bennett…) al draft 2013 dagli Orlando Magic, ma delude le aspettative. Quando viene ceduto prima agli Oklahoma City Thunder e poi ai Pacers, la sua carriera sembra destinata ad arenarsi, ma ecco che la storia si trasforma in una favola. Il 2017/18 è l’anno dell’incredibile esplosione, con la convocazione all’All-Star Game e il premio di Most Improved Player Of The Year. Le sue prestazioni stellari stravolgono di colpo le prospettive di Indiana, partita con idee di ricostruzione dopo l’addio di Paul George e arrivata a un soffio dal mandare a casa LeBron James, al primo turno playoff.

Con l’arrivo della nuova stagione, i Pacers sono consapevoli di non essere più una sorpresa, ma una certezza. Al momento, la squadra di Nate McMillan è terza a Est, davanti alle favoritissime della vigilia, Boston e Philadelphia. Ha una delle migliori difese della lega e gioca un basket corale e ‘democratico’, con sei giocatori in doppia cifra di media. Oladipo, stella di questi Pacers ‘operai’, viaggiava con cifre meno esaltanti rispetto all’anno scorso (18.8 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18), ma la sua leadership e la sua classe su entrambi i lati del campo mancheranno da morire.
Sconfitta solo tre volte nelle ultime quindici uscite, Indiana dovrà ulteriormente serrare le fila, per continuare la corsa alla post-season. In assenza della loro sfortunata stella, i compagni saranno chiamati a farsi avanti. E dovranno farlo tutti, dai giovani di prospettiva come Domantas Sabonis (eccezionale dalla panchina), Aaron Holiday e Myles Turner (da cui ci aspetta ancora tanto) ai molti veterani in scadenza di contratto (Thaddeus Young, Darren Collison, Tyreke Evans, Bojan Bogdanovic). Chissà mai che la grande solidità del gruppo non possa rivelarsi più forte dello scintillante talento individuale di alcuni avversari. D’altronde, è così che finiscono le favole…

 

3 – A dimensione D’Angelo

Grande stagione a Brooklyn per D'Angelo Russell

Grande stagione a Brooklyn per D’Angelo Russell

Nella Eastern Conference, dall’inizio del 2019, nessuno ha fatto meglio dei Brooklyn Nets. No, non ci sono refusi: la squadra di Kenny Atkinson ha vinto nove delle undici partite disputate, prendendosi addirittura gli scalpi di Boston Celtics e Houston Rockets, e attualmente è stabile al sesto posto, con un buon vantaggio sulle inseguitrici. Certamente avere un roster giovane e ‘disciplinato’ come quello di Brooklyn (di cui Spencer Dinwiddie e Joe Harris sono i perfetti rappresentanti) è un vantaggio, in una Conference ancora priva di gerarchie. Però l’avvio di stagione mediocre, sommato agli infortuni di Caris LeVert e Allen Crabbe, sembrava condannare i Nets all’ennesima annata da dimenticare. Se invece sono in piena corsa per la post-season è anche merito dell’esplosione di D’Angelo Russell, fresco di nomina a “giocatore della settimana”.

Russell era arrivato in NBA nel modo più complicato possibile. Chiamato con la seconda scelta assoluta al draft 2015, era stato presentato come colui che avrebbe riportato in alto i Los Angeles Lakers. La sua stagione da rookie si era presto trasformata nel Kobe Bryant Farewell Tour. Con i riflettori sempre puntati addosso, il grande numero 24 raccoglieva i tributi delle arene di tutta America, mentre la squadra si inabissava sempre più. Il progetto di rinascita, almeno per il momento, era destinato a fallire e, nel giro di un paio d’anni, quel giovane nucleo sarebbe stato smembrato. Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson avrebbero accompagnato LeBron James alle ultime Finals in maglia Cavs, Nick Young li avrebbe sconfitti con gli Warriors, laureandosi campione NBA. Lou Williams avrebbe continuato a macinare punti in uscita dalle panchine di Rockets e Clippers, mentre Julius Randle si sarebbe accasato a New Orleans. La mossa più rappresentativa del passaggio di consegne tra Mitch Kupchak e la coppia Magic JohnsonRob Pelinka dietro la scrivania gialloviola sarebbe stata però quella che avrebbe coinvolto D’Angelo Russell. Il definitivo ‘colpo di spugna’ sulla gestione precedente era stato dato con la sua cessione ai Nets; da un lato si liberava spazio salariale (con lui era partito anche Timofey Mozgov, titolare di un contratto assurdo), dall’altro si lasciava campo libero alla prossima, grande speranza dei Lakers: Lonzo Ball.

Mentre in California non è ancora chiaro se la scommessa sia stata vinta o meno, Russell ha trovato a Brooklyn la sua dimensione ideale. Dopo un primo anno altalenante e condizionato dagli infortuni, l’ex playmaker di Ohio State ha fatto finalmente il salto di qualità. Già in grado di ritoccare diversi record personali sul finire del 2018, con l’arrivo del nuovo anno è letteralmente esploso, viaggiando a oltre 24 punti di media e avanzando una seria candidatura per una chiamata tre le stelle di Charlotte. Certo, la costanza non è ancora di casa; nelle prestigiose vittorie contro Celtics e Rockets ha fatto registrare 5 e 10 punti, mentre nelle ultime tre gare non è mai sceso sotto i 25. Però finalmente Brooklyn ha un giovane talento da ammirare e su cui potrebbe costruire il futuro. Il condizionale è d’obbligo, perché in estate Russell sarà soggetto a qualifying offer; prima di pareggiare o meno eventuali proposte di altre franchigie, i Nets dovranno avere le idee chiare sui desideri dei grandi free-agent.

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