Il periodo a cavallo tra gennaio e febbraio rappresenta, per gli appassionati di sport americani, quanto di più vicino possibile al paradiso. Domenica scorsa hanno aperto le danze gli sport-entertainers del wrestling WWE con la Royal Rumble. Tra un paio di giorni toccherà invece al Super Bowl, evento che spesso, al di fuori degli USA, è atteso più per lo show nell’intervallo che per il football in sé (non così amato oltre confine). Infine sarà la volta della festa del basket NBA, con l’All Star Weekend di scena allo Staples Center di Los Angeles.
Per quest’ultimo appuntamento è stato reso noto in settimana che il premio per i componenti del team vincente è passato da 50.000 a 100.000 dollari procapite (ogni membro della squadra perdente si ‘consolerà’ sempre con 25.000 sacchi, come in passato). Unanime il consenso dei giocatori, al grido di: “così sì che si aumenta la competitività!”. Più prosaica, invece, la probabile reazione di Adam Silver, che per l’occasione avrà preso in prestito le liriche di un noto cantautore pugliese. Altro che Team LeBron vs. Team Curry, in certi casi la soluzione migliore è quella più semplice…
Un altro episodio particolarmente degno di nota, nella settimana appena trascorsa, ha visto coinvolto Derrick Rose, purtroppo non nuovo a ‘stravaganze’ extra-parquet (stavolta è proprio il caso di dirlo). In un momento già non facilissimo per i suoi Cleveland Cavaliers, coach Tyronn Lue si è girato verso la panchina per chiamare l’ex MVP sul terreno di gioco ma, con sua grande sorpresa, il numero 1 (anche nei nostri cuori) non c’era. La spiegazione di Rose? “Ero in bagno… Non sapevo che volesse rimettermi in campo”. Mettiamola così; non doveva essere particolarmente soddisfatto della sua prestazione…
Recuperando un minimo di serietà, nelle ultime ore è arrivata una terribile notizia: un incidente d’auto è costato la vita a Rasual Butler, ‘giramondo’ NBA (otto squadre in quattordici stagioni) dal 2002 al 2016.
Gli ultimi sette giorni hanno offerto anche spunti più attinenti al basket giocato. Andiamo ad analizzarne tre nel consueto appuntamento con ‘Three Points’!
1 – I due MVP

Kevin Durant e Stephen Curry, i due MVP di Golden State
La settimana NBA (che per questa rubrica inizia – paradossalmente – nel weekend) si è aperta con la bellissima sfida della Oracle Arena tra Golden State Warriors e Boston Celtics. Ad infiammare il pubblico, sia a casa che sugli spalti, è stato soprattutto il duello a suon di canestri impossibili tra Stephen Curry (49 punti) e Kyrie Irving (37). La partita di Oakland è stata però molto altro; la sfida tra la miglior squadra dell’Ovest e la migliore dell’Est, quella tra il primo attacco e la prima difesa della lega, ma anche quella tra i due migliori allenatori del momento, Steve Kerr e Brad Stevens. Un vero e proprio spot per la pallacanestro, che ha messo bene in chiaro una cosa: questi Warriors sembrano più forti che mai.
Dopo quanto fatto nelle ultime tre stagioni, era difficile pensare che Golden State avrebbe potuto crescere ulteriormente. Invece, questa prima parte di 2017/18 ci sta mostrando una squadra che tende sempre più alla perfezione. Che sia voluto o meno, gli uomini della Bay Area danno l’impressione di ‘scherzare’ con il resto della lega. Sia all’interno delle singole partite, rompendo l’apparente equilibrio con parziali devastanti (spesso nel terzo quarto), che nell’arco della stagione stessa. Un inizio sottotono, qualche incredibile passo falso (come la sconfitta contro Sacramento o il clamoroso -30 subito per mano di Utah), ma il solito, incontrastato dominio sulla Western Conference e sulla lega in generale. Il tutto mostrando solo qualche sprazzo delle loro reali potenzialità. Con il passare dei mesi, Kerr sta perfezionando un dettaglio dopo l’altro, in attesa del vero banco di prova rappresentato dai playoff. Ad aiutarlo c’è un gruppo di giocatori con un mix di caratteristiche mai visto in precedenza. Dai veterani della second unit (Andre Iguodala, Shaun Livingston, David West), perfettamente consapevoli di come e quando rendersi utili, ai giovani (Patrick McCaw, Jordan Bell, Kevon Looney), ‘affamati’ di spazio e minuti, fino ad arrivare, ovviamente, ai quattro All-Star. Draymond Green e Klay Thompson, due giocatori fondamentali per le sorti della squadra, a volte passano quasi inosservati. Veri e propri ‘capi dello staff’, danno un incalcolabile contributo sui due lati del campo senza mai pretendere, né cercare, le luci della ribalta. Quelle sono tutte per i due MVP.
Già, i due MVP. Stephen Curry e Kevin Durant stanno giocando la miglior pallacanestro in carriera. E’ vero, due stagioni fa Curry era Dio sceso tra i mortali, e il KD versione Thunder è stato per quattro volte miglior realizzatore della lega, con tanto di (sacrosanto) MVP nel 2014. In questo 2017/18, però, stiamo vedendo due fenomeni generazionali salire ad un livello inimmaginabile di eccellenza.
Steph è riuscito a unire in un solo giocatore il Curry ‘MVP unanime’ del 2016 al Curry ‘facilitatore’ della stagione successiva. Si regala (e ci regala) prestazioni come quella contro i Celtics, ma allo stesso tempo è in grado di ‘farsi da parte’ nelle (numerose) serate di grazia del numero 35 o dell’altro ‘Splash Brother’ Thompson. Durant, già oggi uno dei primi 4-5 attaccanti della storia NBA, si sta trasformando in un giocatore totale. Con la tranquillità e la consapevolezza acquisite dopo essersi preso ‘con le cattive’ (35.2 punti, 8.4 rimbalzi e 5.4 assist nella serie finale) il primo titolo in carriera, sta provando ad ampliare enormemente il suo già sconfinato bagaglio tecnico. I miglioramenti più evidenti sono sul piano difensivo. Presenza costante sia nei pressi del ferro che sul portatore di palla, con un senso della posizione sempre crescente, al momento guida la squadra alla voce stoppate (terzo nella lega, dietro a Porzingis e Davis) ed è terzo per recuperi. Dovesse finire in questo momento la regular season, KD sarebbe uno dei principali candidati al premio di Defensive Player Of The Year.
A proposito di riconoscimenti individuali, sia Durant che Curry possono legittimamente ambire al titolo di MVP stagionale. La corsa al trofeo, quest’anno, è particolarmente agguerrita, con parecchi giocatori che stanno disputando la miglior stagione in carriera. Dall’inossidabile LeBron James a Kyrie Irving, da Giannis Antetokounmpo a quel James Harden che, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, ha deciso di lasciare ai libri di storia una tripla-doppia da 60 punti, 10 rimbalzi e 11 assist; mai nessuno come lui. Come diceva il vecchio slogan NBA: “Where amazing happens”…
2 – Maledetti infortuni

Rottura del tendine d’Achille per DeMarcus Cousins. Si parla di 10 mesi di stop
Il lato luminoso della stagione 2017/18 è certamente lo stato di grazia in cui si trovano molte delle grandi star della lega. Purtroppo, questa regular season ha anche un’altra peculiarità: i gravi infortuni che, in un modo o nell’altro, la stanno condizionando. Già nel corso della prima settimana, Gordon Hayward e Jeremy Lin erano stati costretti a passare dal parquet all’infermeria (anzi, all’ospedale) tra le lacrime. Poi è toccato a diversi colleghi. Qualcuno colpito da guai fisici altrettanto gravi (Patrick Beverley e Dion Waiters), molti altri con infortuni dai tempi di recupero più sostenibili (tra cui Paul, Rondo, Teodosic, Davis e Whiteside), altri ancora con problemi la cui entità è tuttora poco chiara (Kawhi Leonard e Markelle Fultz).
Negli ultimi giorni, la questione infortuni è tornata prepotentemente alla ribalta.
A 14 secondi dalla fine di una partita ormai vinta (anche grazie a una sua tripla-doppia) contro Houston, DeMarcus Cousins si è accasciato al suolo in preda a un dolore lancinante. Tendine d’Achille saltato, stagione finita. E non una stagione qualsiasi, ma quella della sua definitiva consacrazione. Seppur non avesse abbandonato del tutto gli atteggiamenti da star ‘capricciosa’ e alcune scelte tecniche inspiegabili (alcune sue palle perse sono da teatro dell’assurdo), ‘Boogie’ stava giocando da candidato MVP. Quattro giorni prima dell’infortunio aveva offerto una prestazione leggendaria da 44 punti, 24 rimbalzi e 10 assist contro Chicago. In generale, il suo dominio e la continua crescita del suo repertorio tecnico, unite alle già note capacità del compagno di reparto Anthony Davis, stavano trascinando i New Orleans Pelicans verso traguardi insperati. Ora per la squadra di coach Alvin Gentry, vicina al quinto posto ad Ovest fino a pochi giorni fa, le prospettive cambiano radicalmente.
Oltre alle ‘Twin Towers’, il roster è piuttosto corto, e certamente non presenta sostituti all’altezza di DMC. Con il solo Davis, il massimo risultato raggiunto è stato un primo turno playoff (2015), terminato con un ‘cappotto’ per mano di Golden State. Con il contratto dello stesso Cousins in scadenza (in questo senso, il brutto infortunio stravolge anche gli scenari personali relativi al giocatore), il bivio tra continuità e rifondazione è sempre più vicino. Anche perché AD, prima o poi, vorrà provare a vincere da qualche altra parte…
La ricostruzione appare inevitabile anche in quel di Memphis. Con gli ultimi ruggiti dell’era ‘Grit And Grind’ sempre più flebili, nelle ultime settimane si sono moltiplicate le voci di una possibile partenza di Marc Gasol. Invece, a salutare per primo la compagnia è stato Mike Conley. Niente trade per lui, bensì un’operazione al tallone che gli farà concludere con largo anticipo questo sfortunato 2017/18. Ancora più gravi sembrerebbero le condizioni di Chandler Parsons, i cui continui problemi al ginocchio fanno addirittura trapelare ipotesi di ritiro dal basket giocato. Una vera maledizione quella che si è accanita contro il ventinovenne della Florida, che ai tempi di Houston sembrava destinato ad un futuro da All-Star.
Stagione terminata anzitempo anche per Isaiah Canaan e Andre Roberson. Il primo è finito vittima di una rottura della caviglia terribilmente simile a quella subita da Hayward, mentre il secondo è uscito dal parquet di Detroit in lacrime, per un grave infortunio al ginocchio sinistro. Aldilà dell’aspetto umano, per il quale non può che esserci unanime solidarietà, questi stop a lungo termine hanno un peso anche per le rispettive franchigie.
Un peso tutto sommato sostenibile dai Phoenix Suns, il cui pensiero è già rivolto al futuro (con tanti giovanissimi da far crescere). Una tegola peggiore, invece, per gli Oklahoma City Thunder, lanciati a folle velocità in una rapida scalata alla Western Conference.
Rispetto a quella dei Pelicans, la situazione di OKC appare comunque meno drammatica. Roberson veniva utilizzato quasi esclusivamente come specialista difensivo. Sotto quell’aspetto, coach Billy Donovan può contare su Paul George, uno dei migliori two-way-players della NBA, in evidente crescita di condizione nelle ultime settimane. Dopo un inizio difficile, PG13 sembra essersi inserito perfettamente nel nuovo contesto, sia tecnicamente che psicologicamente: dopo che Russell Westbrook si è esposto pubblicamente contro la sua iniziale esclusione dai 12 All-Star, ha dichiarato alla stampa che la decisione sul suo futuro è sempre più facile. Poi è arrivato l’infotunio di Cousins, che ha spalancato a George le porte del Team LeBron. Oltre all’ex-Indiana, anche il resto della squadra ha fatto enormi progressi nella metà campo difensiva, con un’inedita applicazione persino dell’insospettabile Carmelo Anthony. Detto ciò, rimpiazzare Roberson non sarà comunque semplice, anche perché il candidato numero uno, Avery Bradley, ha preso una direzione inaspettata (ne parleremo più avanti).
Negli ultimi giorni si sono fermati anche John Wall (piccola operazione a un ginocchio) e Kevin Love (rottura di un metacarpo). Sebbene questi infortuni non siano di entità paragonabile a quelli di Cousins, Canaan o Roberson (sia Wall che Love dovrebbero tornare nel giro di sei/otto settimane), l’assenza prolungata delle due stelle, che saranno sostituite al prossimo All Star Game da Andre Drummond e dal debuttante Goran Dragic, sarà un problema non da poco per due franchigie in grossa difficoltà come Wizards e Cavs.
3 – La svolta di ‘Lob City’

Blake Griffin, passato dai Los Angeles Clippers ai Detroit Pistons
Una delle novità introdotte con la stagione 2017/18 è lo spostamento della trade deadline a prima dell’All Star Weekend, Quest’anno, il termine ultimo per gli scambi è fissato all’ 8 febbraio. Una settimana scarsa, dunque, rimasta a disposizione delle franchigie per sistemare i roster in vista della parte decisiva della stagione.
Tra chi cerca rinforzi per la volata playoff e chi si converte in ‘outlet’ pensando alla ricostruzione, a distinguersi finora sono stati i Los Angeles Clippers. Jerry West e soci, infatti, hanno spedito ai Detroit Pistons colui che, da nove stagioni, è l’uomo-simbolo della franchigia: Blake Griffin. Stessa destinazione per Willie Reed (giovane interessante e in continua crescita) e Brice Johnson (ex stella di North Carolina, la cui carriera NBA è stata frenata dai continui infortuni), mentre dalla ‘Motor City’ sono arrivati Avery Bradley, Tobias Harris e Boban Marjanovic.
Una mossa apparentemente indecifrabile, che ha colto tutti di sorpresa. Innanzitutto per la decisione della dirigenza californiana di privarsi del più grande giocatore della loro storia, per giunta fresco di rinnovo al massimo salariale. Scavando un po’ più a fondo, però, appare la possibile soluzione dell’intrigo. In primis, il rinnovo ha permesso di non perdere Griffin a parametro zero (in estate era stata fatta più o meno la stessa cosa con Chris Paul, rifirmato e poi scambiato con Houston). Poi sono arrivati giocatori in grado di dare un contributo immediato nell’inseguimento ai playoff. Oltretutto, Bradley sarà in scadenza a luglio, mentre gli altri due nel 2019. Se a tutto ciò uniamo le ormai imminenti cessioni di DeAndre Jordan e Lou Williams (con quest’ultimo comunque in scadenza), ecco che otteniamo i presupposti per una svolta epocale. In quella che fu ‘Lob City’ è quasi tutto pronto per una nuova era. Negli ultimi giorni, a tal proposito, sono emerse alcune indiscrezioni sulla ‘pazza idea’ di West e compagnia di dare l’assalto al free-agent più ambito dell’estate 2018, LeBron James. Per la serie: “Non succede, ma se succede…”.
Il senso dell’affare-Griffin è leggermente più nebuloso dal punto di vista dei Pistons, che per avere BG hanno sacrificato anche una prima e una seconda scelta futura. Certo, parliamo di un giocatore di altissimo livello, ancora giovane (compirà 29 anni a marzo) e dalla continua evoluzione tecnica. La storia dell’ex numero 32 dei Clippers (che a Detroit, dove è stata ritirata la maglia di Rip Hamilton, giocherà con il 23) è però caratterizzata anche dai numerosi problemi fisici e da un temperamento troppo spesso inadeguato al ruolo di leader.
Per giustificare l’operazione bisogna però sottolineare come i Pistons stessero vivendo una lunga fase di stallo, nella loro gloriosa storia. Con gli anni del suddetto Hamilton, dei due Wallace e di Larry Brown ormai lontani, la franchigia vaga da tempo nella mediocrità assoluta. Una serie di mosse poco felici della dirigenza (passata nel 2014 sotto il controllo del presidente-allenatore Stan Van Gundy) ha portato ad un monte salari ingolfato da contratti insensati (imbattibile quello da 10,5 milioni fino al 2020 di Jon Leuer) e alla conseguente immobilità in chiave free-agency. Prendere Blake è stata quindi una mossa necessaria per smuovere un po’ le acque, cercando di rimanere fin da subito in orbita playoff. Obiettivo tutt’altro che scontato; Tobias Harris è stato uno dei migliori, finora, a ‘MoTown’, Avery Bradley, seppur distante dal guerriero visto a Boston, era comunque un punto di riferimento difensivo (non si può dire altrettanto di Griffin, salvo improvvise trasformazioni) e la possibile coesistenza tra BG e Andre Drummond è tutta da dimostrare, nonostante l’incoraggiante debutto contro Memphis (24+10+5 per Blake, ‘solita’ doppia-doppia da 14 punti e 15 rimbalzi per Andre).
Poche ore fa sono arrivati altri due interessanti movimenti di marcato: Greg Monroe è stato rilasciato dai Phoenix Suns, e con ogni probabilità si unirà a qualche squadra in corsa per i playoff. Nikola Mirotic, dopo un lungo tira e molla, è passato ai New Orleans Pelicans, in cambio degli ‘Old Three’ Tony Allen, Omer Asik e Jameer Nelson (102 anni in tre), che con ogni probabilità verranno tagliati dai Chicago Bulls. E’ solo l’inizio di una settimana che si preannuncia piuttosto movimentata…

