Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsFocus NBA: non chiamateli semplicemente playmaker

Focus NBA: non chiamateli semplicemente playmaker

di Marco Tarantino

L’NBA è una lega in continua evoluzione. Se provassimo ad applicare un modello “scientifico” (con dovute virgolette) per analizzare il fenomeno evolutivo sempre attivo nel campionato di basket americano, dovremmo considerare i vari fattori che causano e regolano il cambiamento.

Per farlo possiamo individuare almeno tre punti cardine:

  • il cambio di alcune regole (in questi ultimi 20 anni orientato principalmente a velocizzare e spettacolarizzare il gioco);
  • i vari aggiustamenti tattici che derivano dai cambi regolamentari (basti pensare a una regola come quella dei 3 secondi in area, che ha iniziato ad orientare il gioco verso una svolta più “perimetrale”);
  • l’evoluzione naturale dei giocatori, che ci ha dato la possibilità di ammirare negli anni atleti che sembrano in grado di infrangere le leggi della natura per le loro capacità fisiche e tecniche (da Magic a Isiah Thomas, da Iverson a Nash, fino ad arrivare alle star del backcourt dei nostri giorni, come Irving, Curry o Paul).

Come avrete notato, ho portato come esempi solo point guards o, come si diceva una volta, playmakers. Il motivo è che in molti pensano che il ruolo della point guard si sia trasformato in modo più evidente rispetto agli altri.

Andiamo allora ad analizzare la trasformazione del playmaker in point guard, ripercorrendo la storia dai passatori e compassi del gioco agli scorer da dentro e fuori il perimetro.

Partendo da lontano, negli straordinari Celtics degli anni ’50 e ’60, giocava un playmaker che anche oggi farebbe stropicciare gli occhi a tutti gli amanti del basket: Bob Cousy. Questo giocatore è stato uno dei primi a riuscire a rivoluzionare il ruolo, includendo nel suo repertorio controllo palla, capacità di distribuire assist in maniera spettacolare e una buon talento realizzativo. La sua grandezza è stata quella di riuscire a mettere le basi per un ruolo da catalizzatore e facilitatore in un gioco che prevedeva i lunghi come principali armi offensive.

Bob Cousy ha giocato per i Boston Celtics dal 1950 al 1963

Ad ampliare la concezione del playmaker, negli anni ’60 è arrivato Oscar Robertson. “The big O” aveva una struttura da ala piccola dell’epoca (6’5″) che gli dava la possibilità di confrontare in difesa e a rimbalzo chiunque. A questo dovete aggiungere una straordinaria capacità di passaggio e realizzazione, confermata da medie in carriera impressionanti (25.7 punti, 9.5 assist e 7.5 rimbalzi a partita) e al fatto che, ad oggi, è l’unico giocatore ad aver mai avuto in media una tripla doppia nel corso di un’intera stagione (1962).

Oscar Robertson ha vinto un titolo NBA con i Milwaukee Bucks nel 1971

Robertson aprì la strada per una point guard completa e con un fisico da ala, avendo come “eredi” gente del calibro di Penny Hardaway e Magic Johnson. Saltando colpevolmente giocatori eccelsi come Lenny Wilkens e Walt Frazier, arriviamo direttamente a parlare di quello che ad oggi è stato forse il più grande esponente del ruolo di playmaker (anche se potrebbe essere un ruolo riduttivo per lui): Magic Johnson.

Magic poteva ricoprire senza problemi tutte e 5 le posizioni in campo grazie a un fisico statuario (6’9″) e a una capacità di lettura semplicemente sublime. Nonostante la statura Magic era dotato di un controllo palla eccezionale e di una capacità di trovare sempre l’uomo libero per lo scarico. Piangendo lacrime amare per non averlo mai visto giocare dal vivo, ci dobbiamo “accontentare” dei suoi highlights per intuire la rivoluzione che portò nel basket.

In contrasto con altri playmaker fisici e versatili, negli anni ’90 arriva ai vertici un giocatore che ha saputo conciliare le basi classiche della guardia con le nuove esigenze della lega, diventando un’ispirazione per campioni venuti dopo: John Stockton. In quasi 20 anni  Stockton ha distribuito 15.806 assist, rubato 3.265 palloni e segnato 13.1 punti in media con una percentuale del 51,5 dal campo. A tutto questo bisogna aggiungere uno stile sobrio e mai sopra le righe, capace di regalarci insieme a Karl Malone una delle più spettacolari e efficienti coppie di giocatori della storia.

Tra gli anni ’90 e il nuovo millennio arrivano sui campi NBA due giocatori perfetti per parlare della vera differenza tra un playmaker e una point guard: Steve Nash e Allen Iverson. Questi due giocatori hanno una struttura fisica simile (un po’ più alto e meno esplosivo il canadese), ma interpretano il ruolo in maniera totalmente opposta. Nash è stato il compasso dei Suns (prima e dopo la sua parentesi a Dallas), e con l’attacco “7 seconds or less” di Mike D’Antoni è arrivato a portare allo zenit il concetto di lettura dell’azione: regista puro se ce n’è uno, è diventato famoso per le sue incursioni in area in cui riusciva a valutare in pochi secondi la disposizione di compagni e avversari per poi trovare puntualmente l’uomo libero per il miglior tiro (solitamente, almeno a Phoenix, un certo Stoudamire).

Steve Nash fu selezionato dai Phoenix Suns con la chiamata numero 15 nel draft 1996

Al contrario del canadese, l’obiettivo di Allen Iverson era principalmente uno: segnare. Nonostante la sua statura venisse considerata insufficiente per poter ricoprire il ruolo di guardia tiratrice, Iverson compensava i suoi limiti con un talento sconfinato e una personalità, se possibile, ancora più grande. “The Answer”, la 6 feet guard in grado di portare da solo una squadra mediocre come Philadelphia in finale, è stato un punto di svolta nell’NBA moderna, poichè è grazie a lui se poi si è aperta la strada alle point guards realizzatrici che oggi la fanno da padrone nella lega.

Nell’NBA moderna, il ruolo di playmaker alla Cousy o alla Stockton si sta trasformando. Ci sono giocatori che continuano a portare avanti questa interpretazione classica della posizione, come Rajon Rondo (passatore e difensore eccezionale, rivedibile al tiro) o i più giovani Carter-Williams e Rubio, ma ad avere un più grande impatto sono ormai le point guards, se non addirittura combo guards (cioè guardie in grado di giocare sia da 1 che da 2) del calibro di Irving, Curry, Westbrook, Rose, Lillard, Wall e Parker.

Questi giocatori, seppur in modo diverso tra loro, combinano un grande controllo palla, una buona capacità di assistenza e soprattutto un’incredibile talento realizzativo. Ad esempio, Curry si affida più al tiro da fuori, mentre Wall o Westbrook si basano più sulle penetrazioni. In ogni caso ormai tutti questi tipi di giocatori sono in grado di accelerare il ritmo e spezzare la partita con parziali importanti.

Proprio grazie a giocatori con queste capacità, gli allenatori sono arrivati a considerare molte volte le guardie come prime scelte offensive, quando fino a qualche anno fa sarebbe stata una scelta inefficace e folle. Se dovessimo fare una classifica dei playmakers più completi della lega ad oggi (ovvero i giocatori che riescono a conciliare meglio tutti i fondamentali più importanti nel ruolo quali ball handling, passaggio, abilità realizzativa, QI cestistico e difesa) io citerei 4 giocatori: Tony Parker, Kyrie Irving, Steph Curry e, un gradino sopra agli altri, Chris Paul.

Chris Paul, ai Los Angeles Clippers dal 2011

Non me ne vogliano i fans di Westbrook: si tratta di un giocatore stellare, ma questi quattro riescono ad oggi ad avere un gioco più vario e incisivo  (con Paul che rimane, a mio parere, il più completo regista in una lega dove comandano i realizzatori).

Non c’è dubbio che la tendenza a caricare le guardie di responsabilità offensive ormai abbia preso piede in NBA (basti guardare anche l’ultimo draft dove i Lakers hanno preferito una combo guard come Russell a un centro potenzialmente dominante come Okafor). L’evoluzione della guardia ha ormai raggiunto i livelli massimi e il gioco incentrato su questo ruolo non può essere più considerato “perdente”, soprattutto dopo l’exploit dei Warriors degli “Splash Brothers”.

Vedremo se nei prossimi anni questa tendenza verrà confermata o smentita perché, come detto in apertura, l’NBA è in evoluzione e l’evoluzione non si ferma mai.

Andrea Paoloemili

You may also like

Lascia un commento