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Gerald Green a Miami: let it fly!

di Leonardo Zeppieri

C’è una differenza fondamentale tra le prime sette squadre in cui Gerald Green ha militato ed i Miami Heat, la franchigia che attualmente lo stipendia; in Florida hanno dato il via libera, la cosidetta green light, alla guardia classe 1986. Per tutta la sua carriera, l’ex Boston ha avuto problemi con la propria “shot selection“, non proprio eccellente. Spoelstra e tutto lo staff di Miami, però, ha deciso di dare fiducia a Green e di non snaturare il suo gioco, che prevede molti tentativi da tre punti (il 42% dei suoi tiri viene preso con i piedi dietro l’arco), spesso anche in modo poco ortodosso. Nonostante le percentuali in carriera non siano esaltanti (42,4% dal campo e 36,8% da 3), a South Beach tutti sembrano avere grandissima fiducia in Green, come dimostrano le parole di Dwyane Wade:

“Tutti gli stiamo dando fiducia per essere se stesso. È un ragazzo che infiamma la nostra squadra, e noi gli permettiamo di farlo. Si sta divertendo e sta mettendo la palla nel canestro.”

Gli Heat hanno bisogno di lui nella second unit come scorer, oltre che insieme ai titolari per aprire il campo (a volte al posto di uno dei due lunghi, ad esempio). Il roster di Miami manca di un altro tiratore di quel livello. Se consideriamo le ultime due stagioni, Green ha segnato 341 triple (tirando al 38%); il secondo giocatore degli Heat in questa categoria è Dragic, con 212; il terzo Chalmers, con appena 160 centri (e con il 33,8%). L’importanza di Green si è vista con chiarezza nella partita della scorsa notte, dove Miami, con Gerald assente per influenza, ha tirato 5-28 da tre punti, andando spesso a sbattere contro una difesa di Atlanta preoccupata solamente di chiudere l’area.

L’altro grande punto interrogativo quando si parla di Green è la difesa. La guardia degli Heat non è mai stata considerata come un grande difensore; lo scorso anno è finito 82esimo su 87 guardie in defensive real plus-minus (una statistica che misura l’impatto difensivo di un giocatore in punti concessi su 100 possessi difensivi). Green dovrà dunque migliorare il suo apporto difensivo (a parole si è già detto disposto a farlo) e dovrà compensare quello che non può dare in difesa con il suo “instant offense“, come lo ha definito Chris Bosh. L’ex Pacers non avrà i minuti di un semplice specialista, ma piuttosto quelli di un sesto\settimo uomo, e come tale dovrà rendere. Non sarà facile, ma tra Miami e Green c’è interesse reciproco e una buona riuscita sarebbe l’ideale per entrambe le parti. Se gli Heat vogliono avere una grande stagione hanno bisogno del miglior Green; se Green vuole dare una sterzata definitiva alla sua carriera ha bisogno che Miami gli dia tanti minuti e tante responsabilità. Sarà in grado di meritarsi entrambe? In Florida sperano davvero di si.

 

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