James Harden: better, faster, stronger

di Luca Castellano
James Harden

Al centro dei tanti argomenti da sviscerare nel corso di questa stagione NBA , uno di questi è il cambio di ruolo annunciato dallo stesso James Harden da guardia a playmaker ma, partiamo dal principio.

James Harden

James Harden con il suo nuovo head coach

Il Barba: James Harden

James Harden, ricordiamo è entrato nella Nba come terza scelta assoluta del draft del 2009, della neonata Oklahoma City, che aveva preso il posto dei Seattle Supersonics con gli emergenti Kevin Durant e Russell Westbrook. Quest’ intesa si è consolidata nel tempo e Harden ha avuto un’evoluzione nel suo gioco.

Inizialmente il Barba era sesto uomo nelle rotazioni dei Thunder, il cambio di un difensore puro come Thabo Sefolosha , ma capace di cambiare la partita con una giocata offensiva taglia gambe e spezza morale nei confronti degli avversari.

L’apice coi Thunder lo raggiunge nelle finali giocate contro i Miami Heat nel 2011/12,ma dopo una stagione superlativa ed entusiasmante anche da sesto uomo getta all’aria una grande occasione perdendo malissimo quelle finali e perdendo dal punto di vista del gioco l’entusiasmo. Per le altre due stagioni resta titolare per i Thunder ma non riesce a raggiungere la tanto attesa maturità, soprattutto dal punto di vista difensivo.

La svolta: James Harden in Texas

Poi la svolta: rifiuta il rinnovo del contratto di 55 milioni di dollari dai Thunder e accetta un quadriennale da 80 milioni da parte dei Houston Rockets . Arrivato in Texas, aveva la possibilità di dimostrare di essere in grado di trascinare una squadra nel migliore dei modi ad un traguardo importante nella Western Conference. In questo periodo diventa sempre più apprezzato, in campo e fuori, e con i compagni giusti riesce ad esprimere il suo ‘credo’ cestistico e diventare una superstar Nba.

Ci riesce nella stagione 2014/15 : annata migliore secondo tutti i punti di vista per ‘The Beard’, viaggia a quasi 30 punti di media, arriva al secondo posto nella regular season di Western Conference solo dietro ai Golden State Warriors, sfiora il tanto atteso titolo MVP, poi vinto da Steph ‘Chef’ Curry,  e arriva a giocarsi la finale di conference proprio con i Warriors, che poi si laureranno campioni Nba, addirittura facendo cambiare le gerarchie dal punto di vista del gioco, sì perché il catalizzatore del gioco in principio secondo Kevin McHale doveva essere Dwight Howard e non ‘The Beard ‘.

Poi l’ennesima svolta , forse quella decisiva: Mike D’ Antoni, da quest’anno head coach dei Rockets da direttive sul cambio di ruolo annunciato dallo stesso James Harden, una point guard capace di cambiare di migliorare ancora di più un gioco offensivo già efficiente e trascinare la squadra in qualsiasi momento, vedi Damian Lillard o Russell Westbrook per spiegarci. Ovviamente, dal punto di vista difensivo le lacune sono evidenti e vanno curate solo ed esclusivamente individualmente, ma questo non ha influenzato questa scelta che fino adora si rivela azzeccata. Sì, perché Harden si trova a suo agio, ha aumentato sensibilmente le sue statistiche, ma gioca di squadra, cosa che non ha mai fatto finora.

Si è preso la squadra sulle spalle, le medie sono da candidato MVP per l’attuale stagione, basti pensare che contro i Cavs di LeBron James, ha tenuto a galla i Rockets anche se da solo, con una partita da 40 punti, 15 assist e 5 rimbalzi,  dando la dimostrazione di essere ancora più forte rispetto al passato.

Personaggio amato, divertente e stravagante in tutto ma capace di conquistare piano piano le critiche degli scettici ma c’è ancora tanto da fare. Ma come il celebre successo dei Daft Punk ‘Harder, better, faster, stronger ‘ la carriera di Harden e quella dei Daft Punk si fondono in maniera azzeccata. Questa stravaganza può conquistare l’NBA.

E noi ce lo auguriamo.

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