Gli Houston Rockets questa notte si giocano una stagione. James Harden e soci sono davanti ad un bivio fondamentale per il proseguio della stagione. Dopo il terzo posto nella regular season, la battaglia con gli Spurs per un posto nelle finali di Western Conference sarebbe il coronamento di una stagione eccellente per gli uomini di Mike D’Antoni.
La franchigia texana, dopo aver battuto gli Oklahoma City Thunder al primo turno per 4-1 nella serie, ha ampiamente dimostrato di essere una delle contender allo scettro dei Golden State Warriors di Steph Curry & Co., e con una vittoria tra le mura amiche del Toyota Center in game-4 di questa notte potrebbe aumentare le chances di vittoria nella serie contro i San Antonio Spurs di Gregg Popovich. Tutto dipenderà dallo stato di forma e dall’efficienza realizzativa di tutta la squadra di coach D’Antoni, compresi quelli di James Harden, che in questa stagione ha vissuto una vera evoluzione nel suo gioco.
Il #13 dei Rockets, diventato playmaker della squadra in questa stagione, è diventato uno dei seri favoriti per la vittoria del titolo di MVP della regular season, guadagnandosi sempre più sostegno da tutti i tifosi e appassionati e diventando sempre più una delle nuove icone della National Basketball Association.
Il 5 volte All-Star è arrivato a tutto ciò grazie alla tenacia e la protezione di sua madre Monja Willis, che lo ha protetto e lo ha reso migliore nella sua terra natia: lo stato di Compton, che tra la fine degli anni ’80 e tutti gli anni ’90 è stata vittima di numerose guerre fra gang.
Alla vigilia di una partita fondamentale per la sua carriera, James Harden si è raccontato in un’intervista per il periodico ‘The Undefeated’, parlando di tutto ciò che gli ha permesso di diventare uno dei punti di riferimento per tutti i suoi tifosi.
“Ho avuto un’infanzia difficile, sapevo di correre dei pericoli in ogni momento. Le sfide le ho sempre accettate sin da bambino. Era davvero pericoloso anche solo uscire di casa, come in molti ghetti e quartieri poveri di tutto il mondo. L’unica cosa che dovevo fare era quella di stare lontano dalla strada e continuare a coltivare il mio sogno di essere uno dei più grandi giocatori di basket di tutti i tempi”.

